Massimo Bocchiola e Marco Sartori.
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La battaglia di Canne.
Il trionfo di Annibale.
Parte 2.
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2017. DeA Planeta Libri, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte
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Parte terza.
LA FALCE E LA TENAGLIA.
1. Realt e immaginazione nella battaglia antica
2. Combattere faccia a faccia
3. Il corpo dei guerrieri e l'anima del comando
4. Cartagine e il comando di uno solo.
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Parte quarta.
LA FINE DI UN'ARMATA.
1. La morsa si chiude
2. Nella tempesta di Canne
3. Conclusione.
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Parte quinta.
EPILOGO E MORTE.
1. Dopo Canne
2. I tre volti di Annibale
3. La morte di Annibale: fortuna o virt.
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Nota bibliografica.
Populismi, complotti e scontri di civilt nel 216 a.C. di Siegmund Ginzberg
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Fine Indice
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Parte terza.

LA FALCE E LA TENAGLIA.

1.. Realt e immaginazione nella battaglia antica.

Fratelli! Ci che facciamo in vita, riecheggia nell'eternit.
Massimo Decimo Meridio, nel Gladiatore di Ridley Scott.

Dunque le fanterie pesanti sono entrate a contatto. La linea relativamente sottile formata da Galli e Ispani si oppone all'impeto della massa quadrata delle legioni. La resistenza delle fanterie di Annibale  fiera, ma appare inevitabile che verranno sopraffatte. Nel capitolo precedente abbiamo visto come Polibio descrive questo momento, ma ora conviene leggere anche la ricostruzione di Livio (XXII, 47) perch lo scontro sta entrando nella sua fase determinante:
Sul finire della battaglia equestre entr in campo la fanteria con una lotta dapprima eguale di forze e di animi, mentre rimanevano non interrotte le file dei Galli e degli Spagnoli; alla fine i Romani, pur avendo a lungo e insistentemente tentato di aprirsi un varco, riuscirono con una colonna egualmente compatta a ricacciare indietro un cuneo nemico troppo esiguo e perci poco solido, che sporgeva dal resto dello schieramento. Respinti poi i nemici, mentre questi si ritiravano precipitosamente, i Romani si diedero a incalzarli.
Il resoconto liviano ricalca quello del predecessore senza scarti significativi. Dapprima Galli e Ispani si oppongono bravamente, poi il loro fronte flette sotto la spinta sostenuta dei legionari.  probabile che a questo punto i Romani delle prime file si convincano che la giornata sia gi vinta; e che, seppure nel trambusto e nel clamore della battaglia, la notizia risalga la catena del comando, e risalga i manipoli che premono alle spalle, impazienti di avere una parte nel prevedibile trionfo che si profila.
Di fatto  proprio questo cedimento centrale la carta tattica che Annibale ha azzardato di giocare per volgere a suo favore - con vertiginoso paradosso, degno di un genio militare - la superiorit numerica delle fanterie nemiche. Ma per ora, solo lo stesso Barcide e i suoi generali ne sono al corrente; e ben pochi altri, forse nessuno, possono intuirlo.
Per ora, la realt dello scontro  il martello legionario che batte contro un'incudine nemica non abbastanza solida e robusta. Insieme al fratello Magone, Annibale in persona ha preso posto proprio fra i reparti centrali della sua armata - i pi esposti al pericolo di venire annientati dai Romani - per rincuorare gli uomini e dar loro l'esempio. I Galli seminudi, alti, di pelle chiara, e gli Ispani ancora pi bianchi nelle loro tuniche tradizionali, subiscono l'impatto furioso dei manipoli. Questa fase dell'urto fra truppe a piedi in formazioni compatte costituisce l'acme dell'evento-battaglia secondo l'arte della guerra greco-ellenistica ripresa con modalit diverse sia dai Barcidi, sia dai generali della Roma repubblicana. Se la battaglia campale pu dirsi una versione bellica delle tre unit aristoteliche della tragedia - di tempo, luogo e azione - questo momento rappresenta il culmine della sua evoluzione drammatica. La scena madre.
In un momento cos cruciale,  bene riconsiderare con calma la versione dei fatti che le nostre fonti antiche ci forniscono. E dunque: non c' dubbio che sia Polibio sia Livio riescano a sciorinare in poche righe un'incisiva sintesi dell'andamento tattico della battaglia. Ma cosa sta accadendo veramente sul campo? Se ci sforziamo di immaginarlo a partire dai dati forniti dagli antichi storici, viene da rispondere che adesso, assai pi di prima, la loro ricostruzione comincia ad apparirci laconica e per nulla esauriente.
Perch diciamo adesso? Perch fino a questo momento, figurarci anche con una certa esattezza di dettagli lo scontro che sta svolgendosi non  stato particolarmente difficile. Il combattimento a distanza in cui si impegnano gli armati alla leggera; i lanci di proiettili; gli scontri fra piccoli gruppi, o persino fra singoli soldati, e anche la mischia delle cavallerie susseguente alla carica, ci richiamano tipi di combattimento da una parte abbastanza istintivi e naturali, dall'altra ripetutamente presentati nelle versioni cinematografiche delle battaglie dell'antichit. In sostanza, non ci riesce arduo visualizzare schiere di uomini che, in formazione sparsa, cercano di colpirsi con archi e fionde, oppure di abbattersi a vicenda da cavallo e scambiarsi fendenti, fino alle forme di lotta corpo a corpo pi elementari e regressive, a pugni e a morsi.
Adesso, invece, il quadro  differente. O lo  almeno in parte. Certo, gli uomini continuano a morire con le stesse modalit sanguinarie delle fasi precedenti. Sono impegnati in uno scontro ravvicinato, anzi quasi sempre corpo a corpo, con armi bianche e, come ultima ratio, con la semplice violenza dei pugni, delle testate, dei morsi: il raggio entro cui il singolo soldato pu colpire mortalmente (la killing zone di cui abbiamo parlato)  minimo, e il contatto fra i combattenti delle prime file  ininterrotto. Ciascun soldato ne impegna in duello un altro - anche se non si tratta di una singolar tenzone eroica o cavalleresca, e pu accadere che nello scontro individuale intervengano terzi e quarti combattenti a dare man forte ai propri compagni.
La differenza sostanziale rispetto agli scontri tra fanti leggeri o truppe montate risiede nel fatto che le due schiere contrapposte non devono aprirsi, ma bens rimanere compatte. Per la fanteria di linea questo  l'unico modo per combattere efficacemente, oltre che per non rischiare la catastrofe collettiva, e anzitutto per non esporre i suoi soldati all'eccidio: il peso e la manovrabilit delle armi sono finalizzati allo scontro in linea, non al combattimento dinamico, e nemmeno ai rapidi ripiegamenti tattici.
Dunque, la situazione che possiamo immaginare  un impatto dapprima limitato, tangenziale, del fronte rettilineo dei Romani con la parte sporgente della mezzaluna delle fanterie galliche e ispaniche - costituita, questa sporgenza, da un numero di soldati relativamente esiguo. Dopo l'impatto, la mezzaluna a poco a poco - ma non dobbiamo pensare a tempi lunghi: forse nell'ordine delle decine di minuti - si appiana, si rettifica, e nel drizzarsi oppone ai Romani un fronte pi allargato.
In definitiva, occorre raffigurarci l'impatto e l'attrito fra due formazioni geometriche schierate per un chilometro di ampiezza: quella annibalica, costituita da meno di 25 000 uomini,  nettamente pi sottile, mentre i forse 70 000 uomini della fanteria romano-italica formano grosso modo un denso quadrilatero, assai pi breve ai lati che sul fronte, e - saliamo a osservarlo dall'alto - vistosamente a rischio di compressione, di un autoschiacciamento in avanti qualora la sua stessa energia cinetica incontri tenace resistenza, e la spinta dei ranghi pi arretrati non sia ben controllata dalla catena del comando.
E qui nascono alcuni interrogativi. Da quello che stiamo vedendo, a lume di logica per Annibale non sarebbe stata mai possibile nessuna manovra di accerchiamento, se soltanto i Romani avessero sfruttato la loro superiorit numerica nelle fanterie allargando il fronte.
Perch non lo hanno fatto? Come mai non sono i Galli e gli Ispani a correre fin dall'inizio il pericolo di essere circondati? Osservando le linee contrapposte, e rileggendo la descrizione liviana del primo impatto (entr in campo la fanteria con una lotta dapprima eguale di forze e di animi, mentre rimanevano non interrotte le file dei Galli e degli Spagnoli) la prima considerazione a sorgere spontanea  che i Romani oppongano - pi o meno - uomo contro uomo a un nemico che potrebbe essere sovrastato numericamente. Ricorrendo alle classiche figure della morra cinese, anzich avvolgere il sasso gallo-ispanico nella carta delle loro legioni, oppongono sasso contro sasso. A questa ovvia obiezione si potrebbe ribattere che il sasso romano  molto pi pesante, e i consoli mirano a frantumare quello nemico e disperderlo.
In realt, i Romani attaccano cos perch questo prevede la tattica in battaglia della legione manipolare. Perch questa unit strategica deve schierarsi in profondit. A imporlo sono i fondamenti stessi del modo romano di fare la guerra. Ma di questo parleremo fra poco. Prima cerchiamo degli strumenti e dei riscontri utili a guardare dentro la battaglia per vedere come si svolge.
Tra i soldati di Canne
Abbiamo concluso come osservare una battaglia dall'alto possa servire a illustrarci la visione tattica di un condottiero e gli errori di un altro, ma non basti a capire cosa succede sul campo, e quali circostanze concrete contribuiscano all'esito di uno scontro, o addirittura lo determinino anche al di l dell'accuratezza di un piano tattico. A questo scopo  opportuno affiancare alla visione aerea la visione dal suolo.
Esiste tuttavia una sostanziale differenza fra i due punti di vista: mentre la visione dall'alto  nitida, e si pu facilmente ridurre in forme stilizzate, a terra - dove imperversa una violenza fisica collettiva e convulsa - la nostra veduta  ostacolata dalla polvere, le percezioni alterate da una moltitudine di interferenze tali da ostacolare la comprensione dei fatti. Potremmo dire di trovarci, in pratica, limitati dalle stesse angustie di prospettiva dei combattenti, e dalla stessa frustrante combinazione di stimoli sensori brutali e spesso in contraddizione.
Come abbiamo gi detto, insistendo sull'immagine del soldato contro soldato, del sasso contro sasso,  indubbio che la parit numerica sia solo momentanea. Man mano che cadranno i soldati di prima fila dell'una e dell'altra parte, la superiorit romana potr rivelarsi soverchiante e spazzare via il nemico. I caduti delle schiere annibaliche saranno rimpiazzati con sempre pi fatica, mentre sull'altro fronte continueranno a susseguirsi le ondate dei manipoli. Inoltre va tenuto presente che le due armate non si scontrano come orde primitive, feroci quanto disordinate (o come sodalizi eroici i cui singoli membri si sfidano in duelli personali), ma sferrano l'attacco suddivise in reparti, ciascuno dei quali cerca di mantenere la propria coesione ed esercitare una spinta collettiva.
Ora, osservando al livello del suolo la mezzaluna dei fanti annibalici, noteremo che l'insufficiente armamento difensivo, soprattutto dei Galli, pu esporre queste truppe a una dura punizione da parte dei fanti corazzati romani. E sappiamo che i Galli sono meno portati dei legionari a combattere in ordine chiuso con disciplinata determinazione. Forti nel primo assalto, sono per facili alla demoralizzazione e alla rotta. Anche la loro linea appare meno compatta: le lunghe spade di cui sono armati necessitano di spazio circostante per essere brandite con efficacia.
Rimaniamo sul campo. Per ricostruirne credibilmente lo scenario, dobbiamo rappresentarci la situazione e le condizioni in cui le fanterie di linea hanno cominciato a combattere. A questo scopo, bisogna far luce su almeno due questioni fondamentali:
1) come avviene che due schiere opposte di soldati pesantemente armati entrino in collisione esercitando l'una contro l'altra un impeto protratto nel tempo - e, seppur relativamente, ordinato? Cio: come pu una battaglia combattuta in campo aperto (senza l'ausilio di demarcazioni materiali appositamente costruite, come trincee, muraglie o palizzate) e corpo a corpo (comportando quindi il massimo impegno fisico) mantenere a lungo un carattere frontale? Ed entro quali limiti va intesa questa frontalit?
2) Da quale ambiente sono circondati i combattenti in un simile contesto di battaglia? A quali sollecitazioni sensoriali (visive, acustiche, olfattive), a quali sforzi fisici, a quali pressioni psicologiche di ordine generale e specifico si trovano sottoposti?
Alla prima domanda proviamo a dare subito una risposta generica e visiva. Possiamo immaginare due fronti abbastanza compatti: i legionari sono andati all'assalto facendo partire i giavellotti (forse alcune migliaia, lanciati dalle prime file) che hanno sfoltito i ranghi pi avanzati della fanteria di Annibale. Ennio, in una descrizione poetica della battaglia di cui purtroppo ci restano solo alcuni brevissimi frammenti, ricorre alla consueta immagine della pioggia di dardi:
Gli astati scagliano le aste;  una pioggia di ferro...
Gi questo primo approccio impone, specie ai Galli, un tributo non lieve di morti e di feriti. Poi, per, le due schiere vanno all'impatto, gli scudi contro gli scudi. Ci  lecito pensare che vengano combattuti anche autentici duelli individuali fra soldati particolarmente ardimentosi di entrambi gli eserciti, sospinti fuori dai ranghi dal loro animo guerriero. In generale, comunque, i manipoli affiancati vanno a urtare le schiere avversarie con metodo, proteggendosi dietro un muro di scudi e spingendo i gladi verso i nemici in un movimento di affondo sperimentato e implacabile, tale da suscitare il terrore anche in valorosi guerrieri. Dal canto loro, i Galli non si limitano a sostenere l'impeto, ma si scagliano contro le linee nemiche gridando e mulinando gli spadoni.
Dunque, il quadro iniziale potrebbe essere questo. Ma di nuovo, dalla scena che abbiamo delineato pu sorgere spontanea una serie di quesiti. Il pi immediato, e forse quello di interesse pi vasto e decisivo, : cosa significa, in questo contesto, mantenere a lungo la frontalit del combattimento? Quali erano i tempi interni alla battaglia campale antica, cio i tempi delle fasi di combattimento, fermo restando che essa, salvo eccezioni, doveva risolversi nelle ore di luce di un'unica giornata, con un vincitore e un soccombente? Quando lo scontro si concludeva alla pari, ovvero con un vantaggio parziale o opinabile di una delle due parti, in genere gli storici attribuivano - e lo fanno ancora oggi - una vittoria a posteriori, secondo il peso strategico della battaglia sul futuro della guerra, e spesso secondo la conclusione della guerra stessa.
O in ragione delle sue conseguenze: in tempi molto pi vicini a noi l'offensiva del Tet (1968), lanciata dall'esercito nordvietnamita e dai guerriglieri vietcong agli ordini del leggendario generale Gip contro gli americani e le truppe regolari del Vietnam del Sud fu un cruento insuccesso militare, ma un successo politico e propagandistico di effetto determinante per le sorti finali della guerra.
A quanto sembra la battaglia di Canne dur per molte ore; e questo sembra un dato inoppugnabile, anche solo a considerare le dimensioni del massacro che vi ebbe svolgimento. Ma come si pu credere che uomini sia pure bene addestrati, sia pure abituati a sforzi fisici intensi e spinti dalla molla potente del coraggio e della volont di sopravvivere, potessero sferrare fendenti e opporre parate per ore e ore consecutive, per di pi essendo gravati da armamenti in gran parte molto pesanti?
In quanto poi al secondo dei due punti elencati (cio: quale ambiente?), anche una ricostruzione dello scenario in cui i militari devono svolgere il loro sanguinoso lavoro suscita inevitabilmente il bisogno di capire come essi possano cedere o sopravvivere sotto il profilo emotivo e nervoso a un'esperienza cos estrema. Nel nostro caso, dunque, avremo l'esigenza di saperne di pi sullo sfondo etico e culturale, sui valori e le motivazioni di guerrieri e soldati che combatterono sul campo di Canne.
Il sudore e la polvere
L'esperienza del campo di battaglia ha acceso in ogni epoca la fantasia dei poeti e degli artisti: poeti e artisti i quali peraltro, specie nell'antichit, molto spesso avevano vissuto tale esperienza in forma diretta. Per gran parte degli uomini del mondo antico - e certo per la quasi totalit dei maschi di popolazioni bellicose come furono certamente i Romani e i Galli impegnati a Canne - guerra e combattimento all'ultimo sangue rientravano tra i casi probabili, o addirittura immancabili, della vita.  vero che poeti, pittori e scultori tendono in massima parte a darci della guerra un'immagine eroica, ma in qualche caso la conoscenza personale della realt della battaglia e le finalit patriottiche e parenetiche (cio di esortazione, incitamento) degli artisti ci hanno lasciato documenti di notevole realismo.
Celeberrimo il passo del poeta spartano Tirteo, che gi nel settimo secolo a.C. descrive con rocciosa incisivit l'apporto di determinazione fisica che ciascun soldato doveva fornire affinch la sua schiera prevalesse nella battaglia d'urto. Tolto l'elogio della bella morte, sembrano le istruzioni di un allenatore di rugby ai suoi avanti, i poderosi giocatori del pacchetto di mischia:
 bello che un uomo valoroso muoia lottando per la sua patria, caduto tra i combattenti della prima fila [...] Suvvia, ognuno resista divaricando bene le gambe, piantato a terra con entrambi i piedi, avendo morso il labbro coi denti.
Date queste premesse, pu anche sembrare strano che in realt fino a tempi piuttosto recenti gli storici militari non abbiano dimostrato un grande interesse per la descrizione della guerra all'altezza del suolo. In questi ultimi decenni, per, si  affermata tra gli storici militari la necessit (sempre pi sentita dopo i grandi conflitti del ventesimo secolo) di rievocare e rivivere le paure, il coraggio e le sofferenze dei soldati sul campo. Prendendo posto fra i soldati e osservando le fasi dello scontro come ai soldati  dato di vederlo, oggi gli studiosi si propongono anche di capire meglio come una battaglia possa essere vinta o perduta: quali comportamenti individuali e collettivi, quale percezione di s e quale rapporto con l'ambiente circostante, moltiplicati ed estesi fra i ranghi di un'armata, possano determinare l'esito di uno scontro.
Uno dei nostri fini sar perci mostrare, anche nel caso di Canne, il volto della battaglia, secondo il titolo di un famoso libro di John Keegan The Face of Battle (1976) che ha segnato, se non proprio l'inizio, l'ampio riconoscimento internazionale per questo modo di narrare la battaglia ponendosi fra i soldati. Un modo di raccontare la guerra che ha molto di contemporaneo: nel Novecento, infatti, l'estensione planetaria dei conflitti e un'accresciuta consapevolezza antibellicista hanno portato alla pubblicazione di una messe infinita di diari e resoconti di esperienza bellica. Inoltre, sempre nel secolo scorso sono stati inventati o messi a punto i mezzi tecnologici per riprodurre le pi diverse esperienze di guerra in immagini in movimento via via pi credibili e coinvolgenti.
Guerre e guerrieri sulla scena e sul campo.
Dunque, il miglior sistema per avvicinarci alla realt di quello che sta accadendo sul campo sar alternare i due punti di vista: la veduta aerea ci mostra cosa succede, mentre per capire come succede  meglio ricorrere alla veduta dal suolo. Ebbene: integrare la seconda alla prima servir anche a capire perch succede quello a cui stiamo assistendo.
Il rilievo  meno banale di quel che sembra. In molte circostanze, comprendere i motivi per cui una schiera ceda il campo nello scontro con un'altra schiera  semplicissimo. La cavalleria cittadina romana viene sgominata dalla cavalleria pesante ibero-gallica in quanto le  nettamente inferiore di numero. Per afferrare la dinamica sommaria dello scontro,  sufficiente anche la pi schematica delle viste dall'alto.
Ma al centro c' la massa formidabile delle legioni; e di fronte a loro la scarna mezzaluna di fanti galli e ispanici. Come pu reggere, questo diaframma sottile, all'urto di file su file di uomini cresciuti nel disprezzo della paura e del dolore fisico, uomini educati ad avventarsi contro il nemico senza troppo badare alle perdite e alla fatica? Ricordiamo oltretutto che al centro dello schieramento romano sono disposti i soldati pi esperti e pi valenti, mentre le reclute stanno sui lati, o in retroguardia.
Come se tutto questo non bastasse, abbiamo gi premesso che i Galli sono inferiori ai legionari in questo tipo di scontro, se non per bellicosit, per armamento e educazione militare; e gli Ispani sono scarsi di numero. Precisiamo infine che qui con reggere non si intende soltanto resistere a pi fermo, ma assorbire progressivamente l'urto ripiegando in relativo ordine e aprendo alle legioni l'imboccatura di un pozzo fatale. Abbassarci al livello del suolo  necessario anche per capire come possa succedere questo.
Ora il grandioso quadrilatero romano assume le sembianze di una scacchiera di manipoli ravvicinati, il riverbero del metallo sotto il sole velato prende le forme degli elmetti, dei bordi degli scudi, degli umboni acuminati. Dal confuso vociare - un basso continuo disuguale e affannoso - si alzano laceranti grida di battaglia lanciate in varie lingue, i torsi nudi dei galli luccicano di sudore e di sangue, vicino al bianco non meno arrossato delle tuniche degli alleati ispani. Ma soprattutto, ci avviciniamo maggiormente a cogliere i motivi dello sviluppo della battaglia. Per esempio: si  gi detto, ed  noto anche ai comandanti romani, che i duri soldati di professione e i consumati mercenari di Annibale, presi uno per uno, sono mediamente pi esperti dei loro avversari e abili nell'uso delle armi. Questo pu compensare almeno in parte - una parte, ma che nelle circostanze si rivela importantissima - gli aspetti di superiorit del nemico. Nello scontro, l'efficienza dei combattenti dipender in buona parte da una serie di componenti fisiche e mentali attivate dal rapporto dell'uomo con un ambiente circostante durissimo, che oggi  difficile descrivere anche nei lineamenti generali, e quasi impossibile immaginare nei dettagli tecnici, oltre che emotivi. Come scrive John Lazenby, un altro storico militare inglese, nel suo saggio The Killing Zone:
Nessun uomo che viva ai nostri giorni ha mai sperimentato niente di simile a una battaglia oplitica. Sono sopravvissuti i resoconti dei contemporanei, e almeno uno di un testimone oculare [si allude quasi certamente a Tirteo], ma per lo pi ispirati a una prospettiva pi ampia e meno puntuale. Non disponiamo di nessuna cronaca interessata a descrivere un fatto d'armi colpo su colpo. Per provare a capire cosa accadeva nella zona calda dobbiamo attingere a molte fonti, tra le quali poeti e drammaturghi, e in ogni caso il massimo a cui possiamo aspirare  ricavare un quadro eterogeneo, dato che non ci furono due battaglie esattamente uguali.
Ora, viene da chiedersi: dopo il campionario di orrori novecenteschi riccamente filmato, archiviato e trasmesso su grandi e piccoli schermi, perch mai nel ventunesimo secolo non si potrebbe immaginare lo svolgimento di un grande fatto d'armi del tempo antico? La spiegazione  che anche, e forse soprattutto, quando mette in scena la guerra raramente il cinema ci mostra il vero: anche se in questi ultimi anni molte censure e inibizioni sono cadute, e ormai ci siamo convinti che in una sala al buio possa accaderci di vedere tutto. Niente di pi sbagliato: una testa o un arto troncati, uno zampillo di sangue, la ferocia a cui si pu dar fondo in un combattimento all'ultimo sangue vengono proposti dal cinema solo come sporadici culmini di emozione visiva.
A Canne, invece - come in tante altre battaglie della Storia - i corpi si accumularono sul terreno a tal punto da rendere difficile ai superstiti non diciamo combattere, ma anche solo tenersi in piedi; la terra cambi letteralmente colore, arrossandosi di sangue; decine di migliaia di cadaveri rimasero alla merc degli animali e della putrefazione in un'area terribilmente limitata - pochi chilometri quadrati, e il vero e proprio campo di battaglia dove si consum gran parte della strage poteva misurarne circa uno in tutto.
Di questi fatti non abbiamo nessuna descrizione puntuale: i ragguagli degli storici ne descrivono le grandi linee, e al giorno d'oggi non esistono pi persone in grado di fornire testimonianze di prima mano di un campo di battaglia avvicinabile a quello di Canne. La guerra moderna  dissimile da quella antica; e, almeno in Occidente, dopo la fine della seconda guerra mondiale la percentuale di persone che si sono trovate in qualsiasi battaglia  andata diminuendo, negli anni, in modo sempre pi drastico.
Se veniamo alle guerre combattute da Roma, il cinema non ci fornisce praticamente nessun materiale utile per farci un'idea dello svolgimento di una battaglia come quella di Canne. Esiste qualche pellicola che, pur in una forma pi attenta allo spettacolo che al rigore documentario, mette in scena con una certa cura storica lo schieramento delle armate romane in battaglia. Non ci risulta per che nessun film si sia occupato specificamente di descrivere la realt di uno scontro tra fanterie pesanti, n tantomeno l'esperienza sul terreno del comune legionario o ufficiale subalterno.
Vanno comunque tenuti presenti almeno i due film pi famosi e forse migliori nel filone epico-imperiale romano. Si tratta fra l'altro di pellicole facilmente reperibili in DVD e VHS, e trasmesse sovente alla televisione: Spartacus di Stanley Kubrick (1960), forse il capolavoro dell'epoca del peplum, e Il gladiatore di Ridley Scott (2000) che di recente ne ha rinnovato i fasti.
In alcune scene di queste opere cinematografiche, alla ricerca dell'efficacia scenica si associa il gusto della precisione storica. In Spartacus  particolarmente notevole la ripresa da lontano delle manovre delle legioni di Crasso prima della battaglia contro l'armata degli schiavi. Ed  addirittura di culto la scena iniziale de Il gladiatore, con i preparativi e le prime fasi dello scontro fra l'esercito romano e una popolazione germanica. Queste immagini possono servire per figurarci almeno alcune fasi di Canne: osservandole, lo spettatore pu trarre suggestione sulla compattezza delle legioni al momento dell'impatto iniziale con il nemico. I primi momenti dello scontro appaiono realistici: i legionari serrano gli scudi e scagliano i giavellotti all'unisono, facendo strage e creando frustrazione nelle schiere dei Germani, pi feroci e meno disciplinati. E oppongono abilmente ai lanci dei nemici la celebre formazione a testuggine - con gli scudi della prima fila in avanti, e quelli delle altre file sollevati a proteggere le teste.
Tuttavia, anche in questi film ambiziosi, capaci di rappresentazioni suggestive e relativamente accurate, una volta dispiegate le truppe, agitate le aquile e azionate le catapulte, in breve l'attenzione del regista si trasferisce sulle vicende eroiche dei protagonisti. Al centro della scena non c' pi l'esercito, n il soldato in battaglia, bens il guerriero - isolato nella sua forza e nella sua maestria con le armi. Lo spettatore passa a seguire le performance marziali di Kirk Douglas e di Russell Crowe.
Tra i soldati di altre guerre.
A questo punto, un po' paradossalmente, per immaginare un campo di battaglia dell'antichit pu essere pi utile rifarsi a film che parlano di guerre di epoche meno lontane.
Per esempio, l'alternanza fra visione aerea e visione dal suolo di cui pi volte abbiamo parlato  stata utilizzata con straordinaria efficacia spettacolare dal regista russo Sergej Bondarc?uk in Waterloo (1971). In alcune famose scene di questo film - uno degli ultimi kolossal di guerra classici, con migliaia di comparse non digitali ma in carne e ossa: veri soldati dell'Armata Rossa sovietica - veniva ripreso dal cielo il mulinare della cavalleria napoleonica attorno e contro ai rossi quadrati delle fanterie britanniche di Wellington. Successivamente la macchina da presa si abbassava a descrivere il dettaglio degli scontri tra i cavalleggeri e le prime linee dei quadrati, con il fumo degli spari, i fendenti delle sciabole e lo slancio delle baionette; per risalire in seguito sopra i quadrati ridotti in superficie e la cavalleria sbrindellata dalle perdite.
E a livello del suolo? Paradossalmente proprio l'estrema frammentazione e dispersione nel tempo dei conflitti del ventesimo e ventunesimo secolo ha dato al cinema occasione di raccontare storie di piccoli reparti incentrate su combattimenti, emozioni, sentimenti e sofferenze individuali dei soldati di prima linea. Vogliamo ricordare La sottile linea rossa di Terrence Malick, del 1998, sulla battaglia nippo-americana di Guadalcanal, nella seconda guerra mondiale, e Black Hawk Down di Ridley Scott (2001), sulla battaglia di Mogadiscio del 1993. In pellicole come queste, nelle quali vengono descritti episodi di guerre infinitamente pi tecnologiche di quelle antiche, risulta per particolarmente incisiva, e di suggestione universale, la rappresentazione della solitudine del soldato sul terreno, della solidariet di reparto necessaria alla sopravvivenza dei singoli, nonch della densa, ripugnante corporeit dell'esperienza della battaglia. Un'esperienza fatta di ansia, sfinimento, ferite e malesseri fisici di ogni genere; e di una solitudine primaria, che spesso non ha niente di eroico.
Vedere i movimenti dei reparti.
In realt, il volto della battaglia antica come si presenta nella vulgata filmica viene accettato dal pubblico cos acriticamente perch al riguardo le cognizioni sono piuttosto convenzionali, pi ispirate all'epica antica e medioevale che alla Storia. Si immagina una mischia caotica di truppe, tra cui spicca qua e l l'eroe che fa strage di avversari, o il condottiero che guida i suoi alla riscossa, esaltandone il morale e deprimendo il nemico. Abbiamo visto che questo quadro non ci  molto utile per immaginare la condizione dei singoli combattenti in uno scontro tra fanterie pesanti; ma lo sar ancor meno per immaginare il comportamento dei reparti in cui si dividevano le armate. Una scena di film volta a illustrare le manovre della legione non  mai stata girata.
A dire il vero, su questo punto anche gli esperti vanno con i piedi di piombo. Ricostruire i movimenti della legione repubblicana non  semplice, a meno che si voglia, per comodit, attenersi alla semplificazione che la rappresenta in forma di triplice falange, le cui linee (cio gli hastati, principes e triarii) entravano in battaglia come corpo unico, sia pure in successione. Senonch, probabilmente le cose non stavano affatto in questo modo. La legione in combattimento era un meccanismo pi complesso.
Gli studi pi moderni non ripudiano il concetto che la fanteria pesante legionaria vada considerata una vera e propria unit strategica (che abbiamo paragonato alla moderna divisione), mossa sul campo nella compattezza della sua forza d'urto, e alla quale i veliti e la cavalleria facevano, secondo le circostanze, da schermo o da sostegno. Tuttavia le unit tattiche, cio i manipoli, erano s coordinate fra loro; ma anche, in certa misura, indipendenti nelle scelte operative sul terreno.
Ricordiamo di nuovo che ciascuna delle tre linee era suddivisa in dieci manipoli; che i manipoli degli hastati e dei principes erano forti di 120 uomini, e quelli dei triarii di 60. Volendo insistere sul paragone con gli eserciti moderni, potremmo accostare il manipolo alla compagnia, come unit tattica fondamentale. Essendo poi ogni manipolo suddiviso a sua volta in due centurie, si  tentati di completare il parallelismo paragonando la centuria ai plotoni moderni. Tuttavia sul terreno di un grande scontro campale quest'ultima partizione non aveva molto rilievo. L'indipendenza del piccolo reparto - al limite, anche una pattuglia di pochi specialisti - che debba tenere/conquistare una posizione o effettuare vitali ricognizioni pu essere rilevante nelle moderne battaglie diffuse, non nella forma compressa dello scontro campale classico.
Sul tema dell'autonomia manovriera dei manipoli anticipiamo ancora un aspetto rilevante: la libert d'azione del manipolo era direttamente correlata con il particolare rilievo occupato nella catena del comando romana dal suo comandante, cio il centurione. L'individuo-centurione e il gruppo-manipolo rappresentano le articolazioni pi emblematiche del modo di fare la guerra dei Romani - e di sentirla.
Ora, per, torniamo un'ultima volta a chiedere aiuto al cinema. Se si guarda a Canne come al sanguinoso apogeo di un momento della storia militare, e ci si concentra sulle sorti dell'esercito romano,  evidente che in questa battaglia la grande macchina da guerra legionaria manifesta tutte le sue debolezze.
Esistono, nel vasto repertorio dei film di guerra, opere che ci mostrino come il modo di combattere di un popolo o di una cultura militare portino alla rovina l'esercito che li rappresenta? Certamente, s.
Forse non riferite al mondo antico. Ma, per esempio, nel film L'ultimo dei Mohicani di Michael Mann (1992) tratto dal romanzo di James Fenimore Cooper, viene descritto un episodio immaginario, ma tutt'altro che improbabile, della guerra dei Sette anni (1756-1763) che venne combattuta nei vastissimi possedimenti nordamericani di Gran Bretagna e Francia, fra le truppe regolari delle due potenze europee rafforzate da milizie coloniali e trib indiane alleate. Nella scena che qui ci interessa, assistiamo all'annientamento di un plotone britannico da parte degli indiani Uroni. Sorprese da un'imboscata nella foresta, le giubbe rosse vengono annientate senza difficolt non solo perch sono inferiori di numero, ma anche perch di fronte a un nemico che colpisce da ogni direzione sfruttando nascondigli e postazioni naturali, si ostinano a mantenere i ranghi serrati e a sparare in fila. Fanno questo, peraltro, obbedendo agli ordini del loro ufficiale.
I pellirosse, dunque, sfruttano a danno dei britannici quel modo di combattere fondato sulla disciplina e sul sacrificio che nelle guerre fra eserciti europei del tempo era comune, anzi quasi prescritto. Ma non finisce qui: nella medesima guerra, la verit storica ci parla dell'insofferenza dei britannici all'abitudine (ai nostri occhi piena di buonsenso) dei volontari delle colonie americane, che combattevano al loro fianco, di gettarsi a terra dopo avere sparato. Anzich rimanere ritti e avanzare, esponendosi cavallerescamente alla scarica di risposta del nemico.

2. Combattere faccia a faccia.

REGINA E [i Greci] sono bravi anche con le frecce e con l'arco?
CORIFEO No: impugnano la lancia e combattono a piedi da fermi, con scudi pesanti.
REGINA E chi  alla testa di quell'esercito? Chi  il loro padrone?
CORIFEO Si vantano di non essere schiavi di nessun uomo, sudditi di nessuno.
Eschilo, Persiani.

Perch abbiamo portato come esempio il fatto d'arme descritto nel film di Michael Mann? Perch ci serve a capire alcune ragioni dell'andamento della battaglia sull'Ofanto. E forse, per capirle, la chiave  una parola che abbiamo usato a proposito della guerra come la intendevano, in quella fattispecie, i nobili europei del Settecento. Questa parola chiave  convenzioni. Cio l'idea che uno scontro militare debba attenersi a delle regole, condivise o imposte.
Qui non si parla di limiti o inibizioni umanitarie, la piet per le popolazioni civili, il rispetto dei prigionieri, l'astensione da sevizie e atrocit e cos via. Ci riferiamo alle finalit ultime dello scontro sul campo tra soldati o guerrieri, e alle sue modulazioni operative. Pi o meno quelle che nella guerra contemporanea si definiscono regole d'ingaggio.
La flessibilit bellica, la capacit di modificare un modo di combattere in funzione dell'avversario e del terreno, in s non  un'idea cos moderna. Per dimostrarlo non ci occorre cercare tanti esempi. La battaglia di Canne ne offre uno eloquente. E per contro, non  il caso di darla per scontata nelle guerre moderne. Basti pensare, due millenni dopo Canne, all'ottusa rigidit dei generali della Grande guerra che mandarono per anni le loro divisioni all'assalto frontale - e al massacro - contro i cannoni e le mitragliatrici protetti da fortificazioni e trincee.
Pi o meno tutti i grandi generali della Storia sono stati flessibili, in un modo o nell'altro. Per forza di cose, il genio militare di un condottiero o di una genealogia di condottieri (anche qui, come i Barcidi) si trova sempre a modificare, spesso traumaticamente, un'arte della guerra preesistente, derivante dall'etica guerriera e dalle tradizioni militari di una trib o di un popolo. Nel nostro caso, si potrebbe dire che l'armata annibalica, composita e sofisticata secondo la tradizione ellenistica, nasceva duttile gi in partenza. Ma, forse, pi che di duttilit  il caso di parlare di molteplicit di etica e tradizioni, che il Barcide riesce magistralmente a conciliare, bilanciare e, appunto, modificare per il vantaggio comune.
In questo senso, il carattere dell'esercito dei consoli  molto diverso. Forse il rigore vorrebbe che si operassero distinzioni fra i cittadini romani e gli alleati: ma in sostanza, ci  lecito parlare di una compagine omogenea, allevata e cresciuta negli stessi costumi e negli stessi valori. Omogenea anche nell'etica guerriera e nel modo di estrinsecarla. Generalmente l'arte della guerra di un popolo ha origine e viene perfezionata nelle guerre contro i vicini: popolazioni dai costumi simili, o almeno conosciuti. In queste situazioni, quando uno dei contendenti non distrugge l'altro, si instaura un equilibrio che ammette guerre ricorrenti, generalmente a bassa intensit (cio non di annientamento), e combattute secondo schemi accettati dai belligeranti.
Sulle prime il concetto pu stupire, ma in realt uno degli aspetti meno scontati di molte guerre  decidere in quali condizioni si determinino la vittoria e la sconfitta. Quando uno dei contendenti  battuto? In quali circostanze pu dichiararsi tale? Se una parte ritiene di aver vinto, in base al proprio modo di fare la guerra, ma il nemico secondo le sue regole non si crede sconfitto, inevitabilmente si crea una situazione di stress militare. Ne annoveriamo esempi anche nei conflitti di oggi. Sempre pi spesso, un esercito vince una guerra, a volte senza difficolt, solo per trovarsi alle prese con forme di guerriglia molto pi insidiose e costose, in termini di perdite umane e di ripercussioni sul fronte interno, cio quello dell'opinione pubblica. Negli ultimi decenni, Unione sovietica (poi Russia) e Stati Uniti hanno pagato o stanno pagando un prezzo pesantissimo su fronti - dall'Afghanistan, all'Iraq, alla Cecenia - dove nella fase della guerra convenzionale avevano prevalso in modo rapido e indiscutibile.
Ma a noi, attenendoci alle esperienze dei tempi antichi e alle battaglie fra armate contrapposte, pu bastare rifarci alla distinzione ormai classica operata dagli antropologi e dagli storici militari: quella fra guerra reale e guerra rituale.
Guerra reale e guerra rituale.
Semplificando i termini, nella prima si tende a sopraffare il nemico annientandolo, cio uccidendolo (o neutralizzandone la capacit di offesa e di difesa) senza restare a propria volta uccisi. Imporre, cio, una superiorit elementare e inoppugnabile.
Invece nella guerra rituale il tipo di superiorit che importa dimostrare, o anche esibire, ha maggiore attinenza con la destrezza e l'abilit nell'uso delle armi, e una parte pu dichiararsi vinta o darsi prigioniera anche senza avere subito perdite o danni fisici tali da imporglielo decisamente.
Nella storia dell'umanit non mancano certo gli esempi di popoli e societ che, ciascuna in ragione delle sue forme di sviluppo culturale e tecnologico, hanno elaborato un atto di per s primitivo e brutale come lo scontro fisico trasformandolo in una disciplina complessa, prerogativa di una minoranza. Fin dalle mitologie indoeuropee, la funzione guerriera ci appare elitaria e fra i suoi tratti (la disposizione a versare sangue, la voracit, il temperamento imprevedibile) spicca l'inclinazione alla solitudine.
Questa solitudine mitica del guerriero si spiega in quanto, nella realt storica, aveva riscontro in una solitudine sociale. Nelle antiche societ tribali i guerrieri costituivano un gruppo a parte, delimitato dalla conoscenza dell'arte delle armi cos come i sacerdoti (o stregoni, sciamani, guaritori...) lo erano dalla familiarit con le cose divine e soprannaturali.
In quanto appartenenti a una casta, questi uomini di guerra nell'antico universo indoeuropeo (e non solo indoeuropeo) potevano condividere comunitariamente l'aspetto del furor e la capacit di combattere in uno stato di alterazione dei sensi e della mente simile alla trance.
In altre culture - soprattutto orientali: gli esempi pi celebri sono quelli dei samurai e dei maestri di spada giapponesi e cinesi - attraverso i secoli la padronanza nell'uso delle armi raggiunse un grado elevatissimo di perfezionamento tecnico e rituale, tale da creare attorno alla figura del guerriero un'aura di mistica invincibilit.
Naturalmente il fatto che i guerrieri possano costituire una classe precisa e circoscritta non significa automaticamente che il loro modo di fare la guerra debba essere rituale anzich reale; tuttavia, la presenza in una societ di un gruppo chiuso di individui (spesso, oltretutto, nobili) iniziati all'uso delle armi comportava quasi naturalmente la delega a essi di tutto quanto riguardava la guerra. Comprese le sue regole. Soprattutto nel caso di guerre combattute fra piccole comunit tribali, la vittoria e la sconfitta potevano non venire determinate da una battaglia di annientamento, ma dalla prevalenza dell'una o dell'altra parte in scontri non mortali (lancio pi o meno preciso di proiettili, con l'assegnazione della vittoria in virt delle ferite inferte), o dalla prima uccisione, o dall'esito di duelli fra campioni.
Come si pu intuire, fin dall'antichit queste forme di guerra limitata erano pi frequenti fra comunit circoscritte e statiche. Se ci si passa il paragone, ancora oggi  difficile che una guerra condominiale faccia troppe vittime. Gli scontri in campo aperto fra i grandi popoli protagonisti delle prime civilt evolute della Mesopotamia e del bacino del Mediterraneo furono invece sanguinosi e condotti sostanzialmente a fondo. Alla battaglia di Qadesh, nell'attuale Siria, combattuta fra Egizi e Ittiti nel 1274 a.C., si affrontarono due eserciti forti di decine di migliaia di uomini e le perdite furono gravi da ambo le parti.
Tuttavia esistono anche esempi documentati di popolazioni numerose e potenti che combattevano le loro guerre secondo un sistema di regole rituali. E il caso degli Aztechi, che nel Messico precolombiano costruirono un impero assoggettando molte nazioni vicine sulla base di una superiorit militare in origine reale, ma che all'arrivo dei conquistatori spagnoli era in larga misura ritualizzata. Nel suo famoso libro La conquista del Messico, lo storico ottocentesco William H. Prescott descrive con la sua abituale eleganza questo stile di combattimento, per certi versi altrettanto elegante:
Avanzavano cantando e lanciando le loro grida di guerra, caricando animosamente il nemico, ritirandosi altrettanto in fretta, e servendosi di imboscate e sorprese improvvise, nonch della leggera schermaglia della guerriglia [...] In battaglia, non cercavano tanto di uccidere i nemici, quanto di prenderli prigionieri, e non li scuoiavano mai, come altre trib nordamericane. Il valore di un guerriero era calcolato dal numero dei suoi prigionieri; e nessuna taglia era abbastanza elevata per riscattare il prigioniero destinato.
Queste guerre, rituali al punto da venire ciclicamente programmate di comune accordo fra gli Aztechi e le popolazioni vicine, hanno per noi l'apparenza di una manifestazione sportiva. Gli stessi mesoamericani le denominavano poeticamente Guerre dei fiori. In realt, i nemici degli Aztechi nella regione versavano un tributo di vittime spesso atroce: i guerrieri catturati venivano sacrificati agli dei (anche in questo caso, talvolta, al termine di rituali raffinati e sommamente crudeli), nell'ambito di una cultura dove il sangue e la morte erano, comunque protagonisti.
Dai fiori al ferro
Il guerriero dunque appartiene a una casta. La maestria nell'uso delle armi gli attribuisce carisma e suscita negli altri rispetto, ammirazione, paura. Sono i guerrieri a scegliere come si fa la guerra. Con questi presupposti la guerra stessa, o almeno il momento saliente della battaglia, pu essere controllata e svuotata di parte del suo orrore.
Se non che, a un certo punto succede qualcosa. C' un impatto traumatico fra sistemi di regole diverse. Il rituale non  pi condiviso.
L'eventualit pi comune  che lo shock sia inferto dall'esterno. Come  noto, fu proprio questa la sorte degli Aztechi. La loro catastrofe militare si consum nel sedicesimo secolo, allorch si trovarono di fronte gli Spagnoli capitanati da Hernn Corts - i quali,  vero, avevano cavalli e armi da fuoco, e agli indigeni apparivano come dei -; pure in seguito, quando la vulnerabilit degli Spagnoli fu evidente e la loro mortalit dimostrata, gli Aztechi vennero sconfitti anche perch non concepivano di combattere con la spietatezza e il pragmatismo dei loro nemici, mentre ci riuscirono gli alleati amerindi dei conquistadores, cos da vendicarsi degli antichi oppressori. Fu per questo motivo, in sostanza, che l'esercito azteco - enormemente superiore di numero e formato da coraggiosi e abili guerrieri - comunque non riusc ad avere la meglio sugli Spagnoli. Le lame di Toledo e la polvere da sparo, i cavalli e le corazze spiegano molti aspetti della vittoria di Corts: ma la possibilit di questa vittoria nasce da una diversit nel modo stesso di concepire la guerra.
Come osservava Prescott, per gli Aztechi la guerra era un mestiere (e anche, possiamo aggiungere, una difficile arte marziale), ma non era una scienza. Per dire ancora meglio, non era finalizzata all'attuazione in forma piena (in questo senso veramente totale e scientifica) del principio per cui lo scopo di chi combatte  annientare fisicamente il nemico con ogni mezzo senza perdere la propria vita.
Forse  pi raro, ma comunque non insolito nella Storia, che lo shock si sviluppi invece dall'interno di una certa cultura: ci avviene quando un popolo o una trib sono protagonisti di una riforma militare, e cominciano a combattere contro nemici tradizionali in modo diverso da prima. Non alludiamo a semplici modifiche nello schieramento o nei movimenti delle truppe, che possano far prevalere questo o quell'esercito in una o pi battaglie. Parliamo di un rifacimento unilaterale delle regole del gioco - dagli effetti tanto pi letali in quanto la controparte non lo comprende o lo disapprova per motivi culturali, etici, religiosi.
L'esempio forse pi celebre  la riforma militare degli Zulu, originariamente un clan della nazione bantu degli Nguni, stanziato nel Sudafrica nord-orientale (attuale provincia del KwaZulu-Natal): una riforma concepita e attuata dal futuro re di tutti gli Zulu, Shaka (tardo 17esimo-inizio 19esimo secolo).
Prima dell'avvento di Shaka, le guerre fra i clan della regione erano fortemente ritualizzate, limitandosi per lo pi a uno scambio di lanci di lunghi assegai (giavellotti). Quando un guerriero rimaneva ucciso, l'uccisore abbandonava il campo di battaglia per andare a purificarsi, altrimenti lo spirito del morto lo avrebbe perseguitato. Ebbene, con brutale concretezza, Shaka introdusse una nuova arma: una zagaglia da affondo (la iklwa - un nome onomatopeico, che dovrebbe suggerire il rumore della lancia estratta dalle carni del nemico), con l'asta corta e la punta lunga, e addestr i suoi guerrieri allo scontro ravvicinato, basato su una scherma tanto elementare quanto efficace. Si trattava di sferrare un colpo di scudo da destra verso sinistra per spostare lo scudo dell'avversario e aprire un varco nella difesa. Poi si affondava la iklwa nel suo fianco sinistro.
Va aggiunto che questa tattica, oltre ad accorciare in modo drastico la distanza fra le schiere inducendo all'uccisione sistematica e generalizzata, risolveva cinicamente anche la questione degli scrupoli religiosi. Infatti Shaka non consent pi ai suoi guerrieri di andare a purificarsi, in quanto lo sventramento permetteva di liberare lo spirito del morto, scongiurando cos la malasorte. Grazie a questa asimmetria nella prassi bellica nei confronti delle altre trib, in pochi anni gli Zulu divennero la nazione guerriera pi potente dell'Africa: sterminarono o costrinsero a emigrare le popolazioni che trovarono sulla loro strada, impadronendosi di un vastissimo territorio.
Che cosa ritroviamo a Canne della guerra rituale? Apparentemente, quasi nulla. La mischia  furibonda, non esistono colpi vietati. Ci si colpisce per uccidere, da lontano come da vicino, quasi con ogni genere di arma fabbricata nell'antichit. E, tra i reparti della fanteria, la scherma  brutale. I gladi dei romani stanno sventrando i Galli e gli Ispani con un movimento ritmico che assomiglia a quello dei corti assegai inventati da Shaka. Insomma, il campo di battaglia  diventato uno degli ambienti meno stilizzati e rarefatti che ci si possa immaginare.
Le regole d'ingaggio sono ridotte all'osso. Tuttavia, il comportamento di un combattente non  guidato solo dall'istinto di conservazione, dalla trance guerriera e dagli ordini che riceve; egli deve fare i conti anche con la propria autoimmagine, con il giudizio dei superiori e dei compagni d'armi. E un legionario romano, in particolare, si trova a misurarsi con l'etica guerriera di tutta una nazione.
E allora sar meglio rivedere la nostra definizione di guerra ritualizzata. Perch, nella storia degli umani conflitti, abbondano le forme miste, cio di guerra reale in cui alcuni aspetti rituali del combattere seguiti tenacemente da una delle due parti possono produrre effetti nefasti. Nella battaglia di Canne, questa fu probabilmente una tra le cause principali dell'eccidio delle legioni.
Gli opliti: una guerra contadina?
Gli schieramenti e le tattiche adottati a Canne dai consoli Paolo e Varrone non si spiegano se non si tiene conto che fin dal periodo monarchico i Romani avevano sempre praticato un modo di fare la guerra imperniato sulla fanteria pesante. Si  detto che dapprima questo stile bellico si stabilizz in un tipo di falange di derivazione greco-etrusca per poi evolversi di guerra in guerra fino alla legione manipolare, un'unit strategica pi articolata, adattabile alle difficolt imposte dal variare di terreni e avversari.
All'origine di questo modo di combattere c' la battaglia oplitica, cio una singolare forma di combattimento - in buona misura ritualizzato, ma nello stesso tempo di notevole violenza - inizialmente sviluppatasi fra le poleis, le citt-stato dell'antica Grecia, per dirimere controversie e affermare supremazie regionali. A scontrarsi in queste battaglie erano formazioni serrate di opliti, liberi cittadini provvisti di mezzi economici bastanti per acquistare e tenere in efficienza una pesante armatura standardizzata che, insieme alla lunga lancia e al grande scudo (ricordiamo che la parola hoplon, che in greco antico significava utensile, designa appunto lo scudo; e il plurale hopla l'armatura completa), era necessaria per attuare la loro tattica di combattimento. Tattica che pi o meno era sempre la stessa: formare uno schieramento compatto e irto di lance, detto falange (forse perch le punte delle lance richiamavano le dita allungate di una mano), e correre allo scontro frontale con il nemico.
Il pi noto studioso della battaglia oplitica dei nostri giorni  lo storico militare americano Victor Davis Hanson. Hanson, che deve la sua fama a saggi tanto potenti e suggestivi quanto discussi (come L'arte occidentale della guerra e Massacri e cultura), pone fra l'altro questo modo di combattere all'origine della superiorit operativa degli eserciti occidentali nella Storia.
In un suo saggio sull'ideologia della battaglia oplitica Hanson osserva come l'elemento rituale di questo modo di combattere si eroda e degeneri fatalmente nel momento in cui l'orizzonte militare si allarga al conflitto fra grandi potenze. Ci avvenne, beninteso, non tanto nelle guerre persiane - combattute dai Greci contro barbari esclusi dalla convenzione bellica vigente fra i popoli ellenici - ma soprattutto, e irreversibilmente, nella guerra del Peloponneso, che contrappose le poleis imperialiste di Sparta e di Atene, fiancheggiate dai rispettivi alleati. Secondo lo storico americano
per tutto il periodo arcaico e nella prima parte dei periodo classico, raramente alla battaglia seguivano l'occupazione permanente dei terreni pi fertili degli sconfitti, la totale distruzione delle infrastrutture rurali, gli omicidi, gli stupri e la riduzione di un popolo in schiavit che nella guerra moderna costituiscono l'incubo ricorrente della campagna militare. Tali azioni caratterizzarono piuttosto i terribili anni finali della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), quando i proprietari terrieri avevano ormai perso il monopolio e il controllo del conflitto.
E tuttavia, come diceva Orazio, eripitur persona, manet res. Tolta la maschera del rito guerriero di una comunit di popoli rurali, resta la sostanza. Restano la realt e l'etica del combattimento a ranghi serrati, e soprattutto del combattimento frontale, faccia a faccia.  a questo che dobbiamo pensare nel momento in cui, a Canne, i legionari al centro delle prime linee cominciano a incontrare minore resistenza.
Manipoli in manovra: le pause della battaglia.
Abbiamo gi visto come i movimenti della legione manipolare non siano difficili da ricostruirsi nei loro tratti generali;  viceversa pressoch impossibile farci di essi un'idea precisa, a causa della scarsit delle descrizioni tramandateci dalle fonti antiche. I moderni storici militari si sono posti in merito numerose domande. Per esempio: quanta era la larghezza degli spazi che intercorrevano tra gli hastati, i manipoli della prima linea? Erano larghi quanto i manipoli stessi? Questo poteva renderli vulnerabili, perch i legionari avrebbero mostrato al nemico il proprio lato non difeso dallo scudo. E se l'ordine fosse stato pi serrato, come potevano gli hastati allargarsi a occupare tutto il fronte e poi, nel vivo della battaglia, restringersi di nuovo arretrando negli intervalli tra i manipoli dei principes? Per non parlare del momento in cui le prime e le seconde linee, magari in stato di difficolt e affanno, si sarebbero trovate ad arretrare fra i triari. Era possibile effettuare una manovra cos complicata senza collisioni e confusione fra le linee?
Altro aspetto tutt'altro che chiarito  l'indipendenza manovriera, se non tattica, delle centurie: di quale relativa autonomia di movimento godevano, nel contesto manipolare, i due reparti di 60 uomini (nel caso degli hastati/principes) o di 30 (nel caso dei triarii) in cui il manipolo era suddiviso?
In realt, bisogna ammettere che non abbiamo praticamente alcuna certezza nemmeno sulla forma assunta e sullo spazio occupato nel campo da un manipolo. Le nostre cognizioni generali sull'organizzazione militare romana e la serie di vittorie in battaglia delle legioni fanno pensare a una formazione rettangolare compatta e capace di ordinati movimenti collettivi; ma per quello che in effetti ci consta, ai tempi di Canne il manipolo potrebbe essere stato anche una massa di uomini guidati dal centurione e schierati approssimativamente attorno a uno o pi vessilli di riconoscimento.
Sul problema dell'ordine e della sincronia fra i manipoli, una delle teorie pi interessanti sostiene che l'idea di una rigida disposizione a scacchiera sottovaluti l'importanza tattica del lancio dei giavellotti. Abbiamo visto che i pila romani erano micidiali, ma avevano una gittata assai ridotta rispetto ad altre armi da lancio. Anche se  probabile che i legionari non scagliassero tutti i loro giavellotti nella fase del primo impeto contro i nemici, ma invece i lanci continuassero durante la battaglia, secondo automatismi tattici e/o specifiche esigenze dello scontro, il pilum (un'arma da assalto ravvicinato, congeniale alla naturale aggressivit del soldato romano) era efficace se lanciato a pioggia, da molti uomini insieme, e da vicino. Inoltre, la formazione a cinque dei dadi in battaglia poteva comportare un pericoloso isolamento dei manipoli.
Si  quindi pensato a una tecnica di movimento di questo tipo:
1) dopo le schermaglie con i nemici armati alla leggera, i veliti rientrano nei varchi; le centurie anteriori degli hastati si spostano a destra e quelle posteriori avanzano, fermandosi pi indietro ma colmando i vuoti;
2) dopo aver combattuto, le centurie posteriori arretrano, e quelle anteriori si spostano a sinistra. I vuoti sono colmati dai principes.
Un punto a favore di questa tesi  che essa spiegherebbe anche in parte la capacit dei Romani di combattere a lungo: consentendo l'alternanza dei reparti in combattimento, la tattica lascerebbe spazio al riposo. Tuttavia  pi probabile che gli intervalli tra i manipoli fossero riempiti prima, e non dopo, lo scontro dei legionari con il nemico.
Nasce per un problema: se gli intervalli per cambiare le linee venivano riaperti durante le pause naturali della battaglia, che succedeva quando queste pause non avevano luogo? E perch i nemici avrebbero dovuto consentire ai Romani di sostituire i reparti affaticati con altri freschi, grazie al procedimento che  stato paragonato al cambiamento delle linee nell'hockey su ghiaccio?
Qui il dibattito  aperto pi che mai, e sollecitato anche dalle discrepanze tra fonti in merito allo spazio frontale effettivamente occupato dai legionari. Abbiamo gi accennato alla questione, e non  il caso di spendervi troppo tempo. L'ipotesi pi convincente, riguardo al controllo del fronte di battaglia nella legione mediorepubblicana,  che i Romani avessero messo a punto alcune tattiche per provocare e amministrare le pause dello scontro.
 vero, quindi, che dobbiamo figurarci momenti di zuffa intensa, scudi contro scudi e spade contro spade: ma si tratta appunto di momenti. O, per dir meglio, probabilmente di minuti. Qui il dispendio di energie  spaventoso. Se una delle due parti non opera lo sfondamento decisivo, in breve  necessario che le schiere si ricompongano e i combattenti riprendano un po' di forze. A proposito: a lato di questa osservazione, vien da chiedersi quali comportamenti reciproci tenessero le due parti durante le soste. Probabilmente i soldati che avevano abbastanza fiato in corpo si scambiavano insulti, sfide, urli di guerra. Ma in generale c' da credere che quanto maggiore era l'organizzazione di un esercito, tanto pi attenta doveva essere la gestione delle pause. Riposarsi, rimpiazzare le linee, soccorrere e rimuovere i feriti: tutti questi obiettivi andavano perseguiti non al riparo di una fortificazione o di una trincea, ma sotto gli occhi del nemico, e a pochi metri da lui. Dobbiamo immaginare che, comunque, tutte le manovre delle fasi di pausa si svolgessero all'insegna del rischio e dell'approssimazione: anche perch niente - n le testimonianze delle fonti, n la logica che deve ispirare le ricostruzioni moderne - ci fa pensare che le interruzioni coinvolgessero tutto il fronte (o tutti i fronti) della battaglia. Quando questa si prolungava le soste potevano, anzi necessariamente dovevano, essere parziali.
Margine fisiologico di imprecisione manovriera, caos, visibilit scarsa, eccessiva foga da parte dei manipoli.  pi che verosimile che la catastrofe romana a Canne sia dipesa anche da errori di calcolo sui tempi dell'offensiva legionaria. La fame di vittoria e il suo profumo fanno dimenticare la stanchezza; lo slancio delle prime file e la pressione di quelle posteriori rendono inefficaci le alternanze fra i momenti di spinta e di rifiato. Anzi, probabilmente in questa fase non si rifiata affatto. I legionari spingono senza quartiere per scompaginare definitivamente la mezzaluna di Annibale. Che da convessa  diventata concava, e adesso sta prendendo sempre pi la forma di un imbuto.
Manipoli in manovra: virtus e disciplina.
In questo imbuto il nerbo dell'esercito di Roma, i soldati pi esperti e valorosi, si infila con un impeto dove l'ardimento  pari alla temerariet, e la sicurezza sembra piuttosto cieca sicumera. Un simile comportamento, a Canne senza dubbio esacerbato dall'euforia della superiorit numerica,  per figlio di un'attitudine generale del soldato romano.
I Romani della media repubblica venivano formati secondo un'etica maschile molto aggressiva e competitiva, sintetizzabile nel concetto di virtus, cio quel coraggio virile, marziale nel quale il giovane romano doveva eccellere emulando i suoi pari. Il contesto deputato per mostrarsi superiori agli altri era il duello: insomma, il soldato-cittadino romano cresceva in un'etica guerriera di stampo individualista. Di conseguenza la disciplina militare non era a Roma quello che  diventata nei tempi moderni, cio un insieme di norme, sanzioni e incentivi tesi a far s che uomini restii a rischiare la morte accettino di farlo. Al contrario, nella cultura militare romana la disciplina era concepita come un freno agli eccessi di ardimento: per rispettarla i legionari non dovevano abbandonarsi a un individualismo guerriero potenzialmente deleterio per la compattezza e l'efficienza del loro reparto.
Questo non deve farci pensare a un intero esercito di uomini sospinti da irrefrenabile bellicosit e sprezzo della morte. Non soltanto i Romani conoscevano la paura e l'istinto di conservazione, ma potevano (individualmente e collettivamente) sbandare, demoralizzarsi e darsi a una fuga disordinata. Tuttavia, la loro dote guerresca prevalente stava nella generale determinazione a incarnare la virtus, in una gara di slancio e abnegazione con i propri concittadini e commilitoni.
Studi recenti hanno spiegato proprio in questa chiave lo sviluppo di un'unit strategica complessa come la legione manipolare. In sostanza: se  vero che la suddivisione in manipoli trasforma la struttura falangitica degli eserciti romani nel senso della flessibilit,  anche vero che la legione, cos franta e disposta su pi linee, risulta una formazione assai profonda. Il suo fronte  relativamente stretto: molti soldati non combattono, il pericolo dell'accerchiamento aumenta, gli arretramenti sotto pressione devono fare i conti con l'esigenza di incastrare fra loro astati, principi e triari. Secondo Polibio questa  una strategia tipica dei Romani: noi aggiungiamo che l'arte bellica greco-ellenistica non mutua un simile tipo di formazione, ma al contrario preferisce lavorare a evoluzioni e adeguamenti della falange, soprattutto integrandola con le truppe leggere, le cavallerie e gli elefanti. Solo nel secondo secolo a.C. i Greci introdurranno nel loro modo di combattere significativi aspetti di ascendenza romana.
Alcuni storici, fra cui l'americano Jon E. Lendon (nel suo libro Le ombre dei guerrieri) spiegano il passaggio dei Romani dalla falange alla legione manipolare con la necessit di un compromesso tra virtus e disciplina. La rivalit aggressiva tra i soldati, la loro insofferenza allo spirito di squadra, e la cultura del duello, erano in contrasto con la granitica unitariet delle falangi; mentre la scacchiera manipolare, unitamente alla predilezione per il gladio rispetto alla lunga lancia da urto, pur confermando il primato della fanteria pesante in formazione chiusa, lasciava agli individui maggiore libert di movimento. I legionari pi giovani potevano assecondare la propria pugnacit compiendo sortite e ingaggiando duelli. Era in un quadro simile che il soldato romano dava il meglio di s. Del resto, secondo questa logica si spiegherebbe anche il metodo di reclutamento in atto nella media repubblica. A differenza del sistema che va dalle poleis dell'antica Grecia ai moderni eserciti di leva, volto a formare i reparti su base di clan, citt o regione per sfruttare legami di parentela, amicizia e gerarchia preesistenti, e cementarli con una lunga consuetudine d'armi, all'atto di formare le legioni i tribuni militari non riversavano le reclute secondo le trib di origine in unit omogenee, ma le frazionavano in diversi reparti. In sintesi, i Romani del periodo di Canne giudicavano le doti individuali di un soldato pi importanti della sua appartenenza a un gruppo preesistente. La competitivit guerriera, la ricerca individuale di superiorit nella virtus sui colleghi erano pi importanti della solidariet e dei legami affettivi e gerarchici attingibili meccanicamente dal tempo di pace.
Il problema di controllare l'impeto aggressivo dei Romani in armi non riguardava solo i giovani, n solo i semplici legionari smaniosi di mettersi in mostra per conquistare gradi e onori. A temperarne gli spiriti avrebbero dovuto pensare gli ufficiali di truppa, i guerrieri navigati che rappresentavano il fulcro della gerarchia militare romana. Insomma, i centurioni.
E allora, forse, cominciamo a capire che cosa veramente sta succedendo a Canne. Nella conca centrale dei Galli e degli Ispani confluiscono migliaia di Romani e di alleati italici troppo bellicosi, schierati lungo un fronte troppo stretto, troppo accalcati e sempre meno rispettosi dei tempi ragionati che dovrebbero scandire l'efficacia dell'assalto. Probabilmente molti fra gli ufficiali che li guidano soffrono della stessa mancanza di lucidit, impegnati come sono a mostrare tutta la loro virtus contro un nemico prossimo alla rotta. A conti fatti, ci sono tutti gli ingredienti affinch l'esercito dei consoli diventi nel suo insieme via via pi vulnerabile. Proprio come un singolo corpo umano: metaforico, certo, ma formato da migliaia di corpi per cui le ferite e la morte sono prospettive reali e prossime.

3. Il corpo dei guerrieri e l'anima del comando.

I grandi generali sanno che un attacco diretto consolida le difese del nemico, e anche quando ha successo ottiene il solo risultato di spingerlo indietro, verso le sue riserve di uomini e mezzi.
Bevin Alexander, How Great Generals Win

I Celti seminudi e gli Ispani, con le loro tuniche bianche e le armi sottratte ai Romani nelle precedenti battaglie della campagna, hanno retto all'assalto delle legioni il pi a lungo possibile. Per quanto tempo? Non lo sappiamo, ma quasi certamente assai meno di un'ora: ed  stata, questa fase, l'unica in cui Canne abbia rispettato i tratti canonici della battaglia d'urto. Gli scudi contro gli scudi, le spade contro le spade, i corpi contro i corpi.
Ispani e Celti, schierati in una mezzaluna con la convessit rivolta al nemico, hanno subito in pieno l'impatto delle legioni romane. In questo periodo, la macchina legionaria ha avuto modo di scatenare tutta la sua mortifera efficienza. Ed  qui che possiamo immaginare l'attuazione di una tattica che, prima e dopo Canne, si ripet per secoli, sui campi di battaglia dell'Europa, del bacino del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Con i manipoli che, giunti a distanza utile, scagliano i giavellotti compiendo un primo eccidio di nemici; e subito dopo sferrano il loro colpo di ariete.
Ma adesso la mezzaluna sta flettendo. Come spesso succede, il momento topico della battaglia  anche quello di maggior caos, e in questo frangente la visione da terra dei combattenti deve essere la pi confusa e incerta che possiamo immaginare. Stravolti dalla polvere, dal sangue, dalla paura e dall'adrenalina, i legionari avanzano mietendo un fronte gallo-ispanico che da convesso si va facendo concavo e sempre pi ristretto, sempre pi sfuggente.
In questo momento, solo Annibale  l'uomo della visione aerea. L'occhio strategico del Barcide vede le forme, le stilizza e le semplifica. Tutto ci porta a credere che abbia mirato precisamente a trovarsi in questa situazione. Che, conoscendo il suo nemico, sapesse che nel momento in cui i Galli avessero ceduto, si sarebbe scatenata la furia romana.  il momento decisivo, quello in cui vengono a manifestarsi tutte le componenti e le ragioni che portarono Canne a essere quello che fu. Da una parte l'aggressivit guerriera dei Romani e la loro caparbiet nell'eseguire uno schema tattico che esalta il corpo a corpo come naturale arena della virtus. Dall'altra, la fierezza dei Galli e degli Ispani, cui Annibale ha imposto il tributo pi pesante per rendere possibile l'attuazione del suo piano tattico.
Una strage tra parentesi
Infatti, al centro della battaglia sta svolgendosi un massacro generalmente dimenticato. Perch Canne  per definizione una catastrofe romana, e quella che stiamo seguendo  proprio la fase in cui le legioni vengono risucchiate al centro, e il senso tattico di Annibale ci sembra dominare la dinamica delle masse. Il fronte dei Romani a poco a poco si restringe, il numero di soldati di fatto combattenti diminuisce. I pi arditi si slanciano in avanti, seguendo la loro ferocia e l'etica del coraggio guerriero che hanno appreso. Il quadrato romano si deforma, si sbilancia in un cuneo avanzato. Minore  il numero dei legionari effettivamente impegnati in combattimento, e maggiore  quello di coloro che spingono da tergo, affamati di battaglia o semplicemente frastornati. Ed ecco che, lungo i lati del cuneo, si forma l'imbuto degli annibalici.
Quali che siano le evoluzioni tattiche a cui prelude, questo imbuto non  solo l'effetto della flessibilit della formazione voluta dal Barcide. Esso si forma anche perch i soldati del centro cartaginese sono morti. A migliaia, i Galli; a centinaia, forse, gli Ispani - pi protetti dal loro armamento.
Attente come sono alla disastrosa evoluzione dello scontro per le armi romane, le fonti antiche non danno molto risalto a questa fase della battaglia. Oggi, al contrario, gli storici militari si soffermano su come, a Canne, i massacri in realt siano stati due proprio per sottolineare che il modo di combattere della fanteria pesante romana nel momento in cui andava allo scontro risultava comunque micidiale contro qualsiasi avversario.  ancora Hanson, in Massacri e cultura, a soffermarsi sul sacrificio delle truppe gallo-ispaniche:
Livio e Polibio si concentrano entrambi sul triste destino delle legioni romane accerchiate, ma oltre 5000 Spagnoli e Galli dovettero riportare ferite orribili prima di essere schiacciati a morte dal travolgente esercito dei legionari. Non sappiamo come Annibale e il fratello Magone siano riusciti a scampare al massacro, ma entrambi rimasero coraggiosamente al fianco dei Galli e degli Spagnoli nello schieramento centrale in ritirata per assicurarsi che non crollasse prima che scattasse la trappola.
La passione dello storico militare americano per questa fase della battaglia  legata alla sua tesi sulla superiorit dell'arte della guerra occidentale, che qui  rappresentata dai Romani: non tanto sotto l'aspetto tattico, potremmo aggiungere - poich anche e forse soprattutto Annibale mutua in massima parte le proprie concezioni dalla tradizione greco-ellenistica - quanto per la determinazione con cui viene applicata l'idea di guerra reale, dello scontro di annientamento. Non meno interessante, per noi,  per l'allusione alla sorte dei due generali cartaginesi coinvolti nella mischia. Perch qui vien da chiedersi: qual  la funzione della loro presenza proprio in questo settore, dove il rischio  pi elevato?
Il comandante in capo potrebbe anche trovarsi altrove. La battaglia non  solo in questa zona, dove si urtano le fanterie pesanti. E non ci riferiamo alla necessit di Annibale di orchestrare i movimenti dei reparti che non sono ancora entrati in azione, ma ai veri e propri scontri gi in atto. Per esempio: sull'ala destra dello schieramento cartaginese, e sinistra di quello romano,  ancora in corso la battaglia fra la cavalleria numidica e quella degli alleati di Roma.
Non c' niente di inevitabile nella scelta di Annibale di collocare se stesso nella zona critica della battaglia. Niente, a parte la necessit di porre sulla bilancia tutto il proprio peso di generale e di guerriero. E perch questo peso sia completo, Annibale deve usare anche il suo corpo - che dobbiamo presumere, a questo punto, scarmigliato e coperto del sangue dei nemici e dei suoi stessi uomini: forse leggermente ferito, forse scampato a una morte vicina. Di certo il corpo del grande generale non  in questo momento molto pi protetto delle migliaia di altri corpi attorno a lui. A quali sensazioni ed emozioni estreme egli si trova esposto?
I sensi sul campo di battaglia.
Nel puntare di nuovo lo sguardo a livello del suolo, fra le truppe in battaglia, stringiamo ora bruscamente la prospettiva sugli uomini dei due eserciti nella loro fisicit individuale. Quella che i combattenti delle opposte armate stanno vivendo  una esperienza totale, tale da coinvolgere ogni elemento percettivo: e nessuno dei cinque sensi pu sottrarvisi, n trovarne scampo.
Premettiamo. Un fattore che influisce potentemente su ogni aspetto dell'esperienza della battaglia - fino a determinare la morte o la sopravvivenza -  la stanchezza. In eserciti dell'antichit come quello romano e quello cartaginese che si stanno scontrando sulla piana di Canne, a decidere una battaglia non era la tecnologia. La sarissa dei falangiti macedoni o il gladio dei legionari romani furono armi mirabilmente concepite per ottimizzare la resa del soldato in un certo tipo di scontro, ma la forza di un esercito in battaglia era sostanzialmente una questione di forza fisica. In ambito di storia militare  stato formulato il principio di disarmante semplicit per cui nelle antiche battaglie, presupponendo livelli simili di morale, la parte meno affaticata vince sempre.
A Canne, tuttavia, le due armate non si presentano in condizioni fisiche sensibilmente diverse l'una dall'altra: anzi, possiamo ritenerle stanche pi o meno allo stesso modo, non essendo reduci da spostamenti comportanti marce faticose, n in debito di cibo o di sonno - a parte la probabile insonnia generale, dovuta al nervosismo, della notte prima della battaglia. Un nervosismo che, inevitabilmente, i soldati hanno portato con loro sul campo. A questo proposito, se da una parte si pu ritenere che i Cartaginesi controllino meglio l'ansia perch sono pi esperti, dall'altra sanno di trovarsi di fronte un'armata molto pi numerosa. Quindi  pensabile che anche i livelli di inquietudine dei due eserciti siano alla fin fine equivalenti.
Insomma, non abbiamo motivo di credere che fra le cause della disfatta dei Romani a Canne ci sia stata una maggiore stanchezza rispetto ai Cartaginesi. Il prolungarsi dello scontro dovrebbe sfinire tutti, imparzialmente; ed  quasi sicuro che Canne, proprio in quanto fu cos cruenta, sia stata una battaglia particolarmente lunga. Secondo Vegezio (quarto quinto sec. d.C.), autore del trattato di arte bellica Epitome dell'arte militare, la normale durata di una battaglia campale poteva essere di due-tre ore, ma spesso i tempi si dilatavano; e a Canne, partendo da una cifra di 50 000 morti, in gran parte uccisi laboriosamente all'arma bianca, si sono calcolate almeno otto ore di operazioni.
In un periodo di tempo cos prolungato fattori quali la stanchezza, la paura, la tensione da campo di battaglia dovevano sollecitare il corpo all'estremo, suscitando in moltissimi soggetti le reazioni corporee tipiche di queste situazioni: sudori freddi, palpitazioni, vomito, incontinenza, diarrea. Naturalmente tutti questi disturbi fisici potevano influire sull'efficienza del corpo: e le percezioni erano intensamente stimolate e alterate.
Gli studiosi hanno analizzato gli effetti di un ambiente simile sui sensi dei combattenti. Vediamo brevemente quali possano essere stati a Canne, anche per farci un'idea delle condizioni in cui un generale come Annibale  tenuto a mantenere lucidit, distacco e capacit decisionale.
1) La vista. I combattenti capiscono ben poco di ci che accade sul campo - salvo che nelle loro immediate vicinanze - anzitutto perch, nella polvere della mischia, non vedono quasi niente; spesso, al separarsi delle schiere per un momento di pausa, non vedono pi neanche i loro nemici. Questa limitazione si trasforma in un grave problema per i generali, la cui visuale non  meno compromessa di quella di gran parte dei loro uomini, bench possano contare almeno su segnali e staffette.
Se dai ranghi arretrati non sono visibili altro che le schiene dei compagni, per le prime file l'unica scena che si presenta sono i cadaveri di commilitoni, parenti, amici, e le orrende ferite a loro inflitte.
Questo  quanto i soldati vedono con i loro occhi. Ma lo shock generale da battaglia pu provocare fenomeni allucinatori di ogni tipo. Secondo Livio, all'indomani di Canne i Cartaginesi trovarono sul campo alcuni Romani che avevano seppellito la testa in buchi nel terreno (furono trovati con le teste affondate in una buca; appariva chiaro che essi stessi l'avevano preparata e che sotterrando il capo gettato dentro nella terra erano morti soffocati). A tali reazioni di follia poteva portare la paura generata dalla scena reale e/o dalle visioni di un'immensa carneficina come il campo sull'Ofanto.
2) L'udito. Il mondo antico era molto pi silenzioso di quello attuale. Dunque agli orecchi dei soldati doveva suonare ancora pi sconvolgente il tumulto generale della battaglia, prodotto di rumori spaventevoli: lo zoccolio dei cavalli; gli urti fra armi offensive e difensive (scudi contro scudi; armi da lancio e da urto contro scudi ed elmi), fra armi e corpi, fra corpi e corpi. In particolare, i tonfi e il clangore perenne degli scudi colpiti; le urla e i gemiti degli animali e degli uomini feriti o uccisi; e dall'altra parte gli ordini urlati, i gridi di guerra, i corni, le trombe (ancora oggi nei licei si impara a memoria il famoso verso onomatopeico di Ennio, At tuba terribili sonitu taratantara dixit). Secondo Livio, alla battaglia del Trasimeno il baccano era tale che gli ordini non si sentivano per nulla. L'effetto confusivo del fragore sull'udito si univa a quello della nebbia sulla vista. A Canne non c'era nebbia, ma al suo posto vento e polvere.
3) L'odorato. Il terreno di una battaglia campale assumeva in breve tempo un intenso fetore di mattatoio. Le narici erano costantemente offese dal lezzo di sudore, sangue e cadaveri; di escrementi e di vomito. I ragguagli pi impressionanti di queste sensazioni olfattive ci vengono probabilmente dai reduci della prima guerra mondiale, dove la vita in trincea ne accresceva gli effetti e li prolungava a dismisura. I sopravvissuti alla battaglia di Verdun, sia di parte francese sia di parte tedesca, raccontarono che tutti portavamo con noi il puzzo dei cadaveri [...] tutto ci che toccavamo odorava di decomposizione, perch la terra che ci circondava era satura di morti ...l'odore dolciastro dei cadaveri, il lezzo disgustoso di escrementi, la paura indicibile [...] e queste sensazioni quando nessuno aveva pi in s alcuna forza [...] il campo di battaglia puzza di decomposizione.
4) Percezione di s. Infine: tachicardia, fiato corto, fenomeni allucinatori, disturbi di ogni tipo, compromettevano anche la percezione di s nello spazio; e l'equilibrio, gi vieppi problematico a mano a mano che il campo si inzuppava di sangue e si ingombrava di cadaveri, di armi e di equipaggiamento dei caduti. Secondo Polibio (XV, 14), nella fase conclusiva della battaglia di Zama, Scipione Africano trov serie difficolt nel completare la rotta del nemico perch lo spazio sul campo che separava i superstiti delle due armate era ormai coperto di sangue, strage e cadaveri.
In fondo a tutti questi patimenti fisici e psicologici c' una realt molto concreta: quella della solitudine del guerriero. Ne avevamo gi parlato in una chiave sociale, anzi, castale. Solitudine derivante dalla maestria esclusiva nell'uso delle armi, nella capacit professionale di dare la morte. Ma anche, aggiungiamo ora, la solitudine pi semplice e diretta di ciascuno con il proprio corpo in pericolo di essere annientato. Una solitudine che in qualche modo viviamo tutti, sotto la quotidiana minaccia delle malattie e dell'invecchiamento; ma che nella guerra, dove la morte non  un pi o meno remoto destino personale, ma una quotidiana circostanza collettiva, viene inevitabilmente potenziata.
E qui si torna alla completezza di Annibale come uomo di comando: il Barcide sa che sta sacrificando i suoi uomini, e sa che se anche le cose andranno secondo i suoi piani, comunque a Galli e Ispani sar toccato pagare un tragico prezzo. Che cosa ha da dare a questi uomini in cambio di una richiesta di sacrificio cos estrema? Ha una presenza carismatica che si concretizza nel suo corpo, nella disponibilit a condividere la sua sorte con loro. Come d'altronde Polibio (terzo, 116) ci dice anche del suo avversario, L. Emilio Paolo:
Lucio, bench fin da principio fosse stato nell'ala destra e avesse partecipato alla battaglia della cavalleria, tuttavia sino a quel momento si era salvato. [...] spinto il cavallo verso il centro dell'intero schieramento, personalmente si scagli contro gli avversari e venne a battaglia con loro, mentre nello stesso tempo esortava e incitava i suoi soldati. Lo stesso fece pure Annibale, che fin da principio aveva comandato questa parte delle truppe.
Leader e generali
Dunque, se il guerriero in ultima istanza  solo, fra i compiti del comandante c' anche quello di sollevarlo da questa solitudine.  questa, in verit, l'essenza principale del comando: se si chiede a degli uomini di morire, far sentire loro che non stanno morendo da soli. Ma secondo una celebre analisi di Keegan,  proprio a partire da un principio cos semplice che l'esercizio del comando in effetti si complica, avvicinandosi all'arte di governo in quanto pu ricorrere alla capacit di allettare e di persuadere, alla coercizione, al compromesso, alla minaccia e al bluff. Nel suo libro La maschera del comando, lo storico inglese elenca cinque imperativi per conseguire questo scopo:
1) affinit - saper comunicare con i propri uomini: in maniera diretta, ma soprattutto in maniera mediata dall'aura di mistero che deve circondare chi  al comando;
2) parola - istruire i soldati, rincuorarli, lusingarli, appellarsi al loro orgoglio;
3) sanzione - somministrare castighi e premi;
4) azione - intervenire nel fatto d'armi in modo personale e diretto;
5) esempio - condividere il rischio con i propri uomini.
Questo insieme di doti necessarie si riferisce alla figura del comandante come la esige una battaglia di generali come fu Canne, e non di soldati come le battaglie oplitiche rituali fra poleis, nelle quali il comandante era sostanzialmente un primus inter pares con il dovere di impartire qualche direttiva e poi dare l'esempio, secondo un semplice modello di tipo eroico.
Le battaglie della seconda guerra punica, invece, furono battaglie in cui la funzione del comando doveva assommare in s sia le doti di generalship (raccolta di informazioni, elaborazione di piani tattici e trasmissione degli ordini), sia le doti di leadership, cio la capacit di essere condottieri, di ispirare nei propri soldati la volont di combattere con il massimo impeto o di sostenere privazioni normalmente inaccettabili.
Essere un buon comandante significa quindi fungere da efficiente terminale della catena di comando, ma combinare a questo il potere galvanizzante dell'esempio personale, della capacit di offrire il proprio corpo in sacrificio per motivare gli uomini che si guidano. Aggiungiamo un dettaglio decisivo: rimanendo vivi. A noi moderni pu suonare come una battuta scontata, ma non  cos. Per i guerrieri di tutte le epoche, l'istinto di conservazione  spesso contraddetto e posto sotto stress da un bisogno di immolarsi sul campo dettato dal culto della bella morte. Secondo la tradizione, il grande generale tebano Epaminonda - non solo un prestigioso condottiero, ma un riflessivo e scaltro riformatore di tattiche militari - mortalmente ferito alla battaglia di Mantinea (362 a.C.) contro gli Spartani e trasportato via dal campo, non si preoccupava della gravit del suo stato, ma di aver perduto lo scudo, poich questo gli avrebbe recato disonore. Quando vide che lo scudo era al sicuro accanto a lui, mor sereno.
Questo ethos  una leva formidabile e molto pericolosa: non solo, evidentemente, per la sopravvivenza dell'individuo-guerriero, ma per le sorti della guerra stessa. Soprattutto nell'antichit, durante una battaglia lo spargersi della notizia della morte del comandante poteva facilmente portare un esercito al collasso, a maggior ragione quando il caduto era una figura fortemente carismatica - o addirittura il sovrano, sovente considerato un dio. E vero che, per contro, la caduta in battaglia del condottiero poteva anche suscitare nei suoi uomini una rabbiosa reazione di vendetta dagli esiti immediati funesti per i nemici. Tali, per esempio, furono i momenti successivi al ferimento mortale dell'imperatore Giuliano in combattimento contro i Persiani (363 d.C.) nella potente descrizione dello storico del quarto secolo Ammiano Marcellino (Storie, XXV, 3, 10):
Riportato l'imperatore sotto la tenda,  incredibile con quale e quanto grande ardore i soldati romani (caldi d'ira e di rancore) volavano [contro il nemico] per vendicarlo; battevano gli scudi con le lance decisi anche a morire, se cos avesse voluto il destino. Polvere densa era d'ostacolo alla loro vista, il caldo bruciante impediva alacrit di movimento alle loro membra; eppure, senza riguardo per la propria vita si precipitavano addosso al ferro [dei nemici] come se, perduto il comandante, fossero stati sciolti dal giuramento [di disciplina] militare.
Questo passo  interessante per diverse ragioni. Da una parte ci ripropone l'asperrima ostilit ambientale del campo di battaglia: dall'altra, mentre esalta l'ardimento dei Romani, lo storico sottolinea sia pure in chiave retorica la mancanza di ordine tattico della reazione romana. Per il bene o - assai pi spesso - per il male, la perdita del leader rimescola le carte sulla tavola della battaglia, che smarrisce in parte ordine (la catena di comando rimane senza il suo primo anello) e finalit (seguire il capo anche in funzione del rapporto personale con lui).
Come caso esemplare della necessit del comandante di limitare il proprio ardimento, gli studiosi hanno osservato la modalit con cui si modifica nel succedersi delle battaglie il comportamento sul campo di Alessandro Magno, capostipite e pietra di paragone del generale-eroe ellenistico. Un esempio per noi particolarmente utile, in quanto Alessandro  il primo fra i modelli di Annibale.
Con l'andare del tempo, Alessandro limit la propria personale esposizione in battaglia alla funzione di esempio. Dopo una prima giovinezza di comportamenti guerreschi quanto mai audaci e temerari, gi contro l'esercito persiano di Dario terzo al fiume Granico, oggi in Turchia (334 a.C.), inizialmente il Macedone attacc di persona proprio dove erano schierati il grosso della cavalleria persiana e i comandanti nemici. Ma poi, dato l'esempio, non insistette nel mettere a repentaglio la propria vita, e si confuse con il resto dei soldati.
In seguito, la cura di Alessandro a preservare l'incolumit del proprio corpo in battaglia appare sempre pi attenta. Tuttavia, ancora nel 326 a.C., alla battaglia dell'Idaspe (il fiume Jhelum, nell'attuale Pakistan) secondo il resoconto dell'Anabasi di Alessandro di Arriano (secondo sec. d.C.), il Macedone guid l'attacco contro gli elefanti del re indiano Poro, fino a scagliarsi personalmente a cavallo contro il gigantesco pachiderma del sovrano nemico in una riproposizione del duello omerico fra eroi nel folto della battaglia. Anche prendendo con prudenza la versione di Arriano, lontana nel tempo ed eroicizzante, non si pu fare a meno di trarne la conclusione che l'esempio del comandante in quanto guerriero restasse fondamentale nelle guerre antiche.
Estranei a un'evoluzione: perch?
Dunque, il comportamento in battaglia degli individui, e su pi vasta scala delle armate,  dato dalla combinazione tra i fattori di rifiuto del combattimento, come l'istinto di conservazione, la paura di morire o restare feriti e la ripugnanza dell'ambiente-campo di battaglia; e altri fattori che, viceversa, spingono a combattere, come gli ordini impartiti e l'esempio fornito dai superiori, il coraggio e l'aggressivit fisica, il legame con la patria (e/o con il capo, con il bottino). Dal canto suo, chi comanda deve rispondere a una duplice esigenza: da una parte ideare piani e formulare ordini efficaci, dall'altra saper combattere valorosamente per dare l'esempio ai propri uomini e trascinarli.
Oltre a questi elementi grosso modo comuni a tutti gli eserciti, ce n' almeno uno di grande importanza che li diversifica:  l'etica guerriera. Per i giovani romani il combattimento  l'attuazione di un rito virile: e nella guerra, nella battaglia campale, tale rito si celebra in ossequio a princpi e regole d'ingaggio. A Canne, sono proprio queste regole a condannare a morte il magnifico esercito di Emilio Paolo e Terenzio Varrone.
Dietro il cedimento centrale teleguidato dalla generalship di Annibale e reso praticabile anche dalla disponibilit del Barcide a morire con i suoi soldati, non c' soltanto il genio di un generale: c' anche una storia ormai lunghissima di progressi tattici che la cultura militare romana sembra avere ignorato. C', insomma, un'evoluzione della guerra oplitica che secondo gli storici militari ha avuto inizio oltre un secolo e mezzo prima della battaglia sull'Ofanto. Vediamone le tappe principali.
1) Ordine obliquo. Battaglia di Leuttra, in Beozia (371 a.C.): il generale tebano Epaminonda ha di fronte la finora invincibile falange spartana. Si sa che le falangi in combattimento tendevano naturalmente a cedere verso destra, e la forza dell'ala destra lacedemone portava sempre le formazioni avversarie a sbilanciarsi e perdere coesione. Epaminonda allora inventa l'ordine obliquo, disponendo le truppe a scalare in modo che contro l'ala destra della falange nemica vada a cozzare un'ala sinistra tebana della profondit di ben cinquanta file. Mentre la sinistra tebana, cos irrobustita e forte anche del reparto d'lite dell'esercito, resiste all'urto, la cavalleria tebana - superiore alla controparte in numero e qualit - sgomina quella nemica, aggira la fanteria spartana e ne fa strage.  la fine dell'egemonia militare spartana sulla Grecia. Ancora pi importante per noi  la fine dell'omogeneit ritualizzata fra gli eserciti delle varie poleis.
2) Riforma della falange. Filippo secondo (382-336 a.C.), re di Macedonia e padre di Alessandro Magno, modifica armamento e tattiche della falange oplitica. Anzich mandare la fanteria pesante direttamente all'urto contro i nemici, la usa come punto fermo, di resistenza centrale dello schieramento. Allo scopo, i falangiti vengono dotati della lunghissima sarissa. La falange diventa la primattrice di una manovra avvolgente: suo compito  resistere al centro, mentre  protetta sui fianchi dalla cavalleria e da una fanteria leggera dall'armamento rafforzato (i peltasti), cui spetta poi il compito di attaccare il nemico dai lati. Questo utilizzo della falange a mo' di incudine anzich di martello, in combinazione con reparti pi flessibili (compresi gli elefanti)  ripreso da Alessandro e successivamente dai condottieri ellenistici, incluso Pirro nella sua discesa in Italia. Ed  anche ripreso da Cartagine, che secondo la tradizione lo impara dallo stratego spartano Santippo. Ingaggiato come consigliere militare durante la prima guerra punica a seguito dell'andamento negativo del conflitto, Santippo attua la tattica della falange avvolgente nella strepitosa vittoria di Tunisi (255 a.C.) contro l'esercito di Atilio Regolo.
3) Tattica del cedimento al centro. In questo caso l'innovatore  proprio Amilcare Barca, il padre di Annibale. L'idea  che l'esercito schierato, sull'attacco dei nemici debba flettere al centro, risucchiando le forze avversarie e sbilanciandone l'impeto per poi attaccarne i vulnerabili fianchi. Sembra che Amilcare abbia realizzato questa tattica in modo particolarmente brillante nella battaglia del fiume Bagrada (oggi Medjerda), in Tunisia (ca. 240 a.C.), durante la guerra contro i mercenari. Avendo di fronte due armate ribelli nettamente superiori ai suoi di numero, il Barcide muove verso il nemico le truppe incolonnate per reparti, con la falange in coda, schermata nell'ordine da elefanti, cavalleria e fanteria leggera. Quando il nemico attacca, i reparti pi mobili di Amilcare si sottraggono all'urto facendolo a quel punto incocciare nella falange, la quale nel frattempo ha operato una conversione frontale. Il nemico si trova disunito all'impatto, e quindi viene attaccato sui lati e sgominato dai reparti mobili, i quali intanto, passando alle spalle della falange, si sono rischierati ai suoi fianchi.
Vegezio scrive che Santippo sconfisse Atilio Regolo a Tunisi non virtute, sed arte: non grazie al valore, ma alla perizia bellica.
Ma, sei secoli dopo la seconda guerra punica, il suo giudizio sull'ars che il Punico ha appreso dai Greci denota solo grande ammirazione, senza sentimenti negativi. I Romani dell'epoca di Canne la pensavano diversamente.
In anni recenti anche lo studioso italiano Giovanni Brizzi ha trattato il tema dell'arte bellica romana partendo dal suo retroterra culturale, sociale e religioso, e descrivendo con efficacia le diversit di principi fra Romani e Greci. Per esempio, un personaggio simbolico come Odisseo/Ulisse - l'eroe scaltro e polytropos, di multiforme ingegno - in guerra tiene un comportamento che per i Greci non  censurabile. Essi infatti contavano fra le virt militari anche l'accortezza e l'astuzia. Quindi l'inganno del cavallo di Troia non rappresenta un disonore in un mondo ellenico che considera la metis, la scaltra prudenza, come un valore positivo. Ma, come osserva Brizzi ne Il guerriero, l'oplita, il legionario:
Privilegiato, come si  visto, all'interno del mondo ellenico, questo prezioso requisito [la metis] sembra invece essere stato, pi ancora che penalizzato, addirittura escluso a priori dal pi antico codice bellico romano. Non solo, infatti, esso non figura dapprima tra le arti della mente che i Romani [...] considerano legittime [...] ma contrasta apertamente con la virt romana per eccellenza, e cio con la fides.
Per i Romani dell'et arcaica una virt ben diversa doveva ispirare tutti i comportamenti, privati e pubblici, di un cittadino romano: questa virt era la fides, cio la lealt e la correttezza. Fin dall'epoca monarchica Fides divenne una divinit, e fu collegata con la mano destra (da cui la forza e la sacralit del gesto di Muzio Scevola che pone la destra sul fuoco dopo avere fallito l'uccisione dell'etrusco Porsenna). La fides doveva essere rispettata anche al momento di entrare in guerra: era quindi necessario che la guerra fosse eticamente accettabile, giusta dal punto di vista sacrale (bellum iustum) e condotta dai capi militari - consoli, pretori - a viso aperto, senza ricorrere a stratagemmi. Queste regole valevano contro tutti gli eserciti regolari: dunque anche contro quello di Annibale, che, malgrado la sua eterogeneit, veniva ancora reputato tale.
Concludiamo. Se  vero che, nello scegliere una modalit per combattere faccia a faccia, i Romani hanno mutuato dai Greci - con la mediazione pi o meno rilevante degli Etruschi - le formazioni chiuse di fanteria pesante,  vero anche che per loro  come se i centocinquanta anni che separano Leuttra da Canne non fossero trascorsi. La falange romana conosce una sola tattica: l'assalto frontale. Sull'Ofanto i Romani non possono cedere centralmente, a differenza del punico Annibale, che  figlio di Amilcare e discepolo della sapienza bellica greca.
Se non che, prima ancora di Canne per le armi romane era gi scoccata l'ora - sia pur breve - di Quinto Fabio Massimo. La cunctatio di Fabio dittatore, bench rigettata dopo poco tempo dai suoi connazionali ancora fedeli alle antiche tradizioni, discendeva da un'ammissione razionale di inferiorit nei confronti del nemico. E non per caso: proprio allora nel pantheon dei Quiriti la dea della ragione, Mens, stava affiancandosi a Fides.
Nel 216 i tempi stanno cambiando. In questo senso un condottiero come Annibale - a differenza dei consoli che ha di fronte, figli del loro microcosmo italico -  il prodotto finale di una cultura mediterranea ricca di contaminazioni e di fascino che a Canne sta vincendo la sua ultima battaglia. In campo militare, questa cultura  ancora tatticamente pi avanzata di quella dei Romani.
Abbiamo visto come il comando in guerra consti di alcuni aspetti basilari, istituzionali, che ne fondano l'essenza costituendo la leadership e la generalship. Naturalmente durante la storia dei conflitti umani questi elementi si sono mescolati in modo anche assai vario nelle culture militari e negli individui che le hanno incarnate. Tra il condottiero-eroe dell'ellenismo, il nobile azteco che esibisce la propria superiorit nell'arte della scherma ferendo senza uccidere, e gli chteaux gnrals della Grande guerra che spostano divisioni su una carta topografica dal lusso delle localit termali in retrovia, corrono abissali e palesi differenze.
Lo stesso Annibale non  diverso da Emilio Paolo e Varrone solo perch  pi abile e porta in s una dottrina bellica pi evoluta. Quando Cartagine e Roma si scontrano nella grande battaglia di Canne, il comando militare non ha gli stessi lineamenti nelle due grandi potenze, ed  molto probabile che anche in questo i Romani - legati alla linearit della fides, e diffidenti della metis, sfaccettata e complessa - fossero rimasti attardati. Vediamo in quale modo.

4. Cartagine e il comando di uno solo.

Un generale molto valente non combatte in battaglia campale se non gli si presenta una estrema necessit, una grandissima occasione.
Lucio Emilio Paolo il Giovane, (figlio del console caduto a Canne).

Se la prima guerra punica aveva dato un insegnamento dal punto di vista strategico alle due citt che l'avevano combattuta, questo insegnamento era la necessit di un comando forte e prolungato nel tempo, in grado di determinare una direttrice costante nella strategia e nella tattica.
Cartagine si era adeguata prima. Forse, semplicemente, perch i suoi generali avevano molto pi da temere da una sconfitta; oppure perch bisognava evitare che la prudenza di una repubblica sospettosa associasse al comando generali con poteri uguali, o che sullo stesso fronte mancasse un piano unitario e i comandanti fossero l'uno geloso dell'altro - come era accaduto in Africa al tempo dell'invasione di Agatocle o come sarebbe avvenuto in Spagna nella seconda guerra punica con ufficiali meno energici di Annibale.
Occorreva dunque cambiare, fare in modo che il comando si concentrasse nelle mani di un comandante unico e in grado di elaborare o comunque portare a esecuzione una strategia razionale.
Come spesso accade, furono gli stimoli esterni a fare da catalizzatore a questo processo in corso ormai da tempo. Gi all'altezza della prima guerra punica infatti, mentre i Romani, secondi dopo il tiranno siracusano Agatocle, erano sbarcati e minacciavano direttamente la citt (256-255), l'urgenza del pericolo aveva costretto i rissosi generali a cui Cartagine aveva affidato la propria difesa a trasferire il comando a un consulente militare spartano, Santippo, appena giunto in Africa al seguito di un arruolatore. E Santippo aveva definitivamente introdotto nell'arte della guerra punica l'idea ellenistica del comando unificato e permanente degli eserciti. E Santippo aveva vinto la battaglia di Tunisi...
Una conferma di questa necessit sarebbe arrivata qualche anno dopo da un altro fatto esterno, cio proprio da quella rivolta dei mercenari e dei sudditi libici che impose alla repubblica, al popolo se non alla classe di governo, di affidare la salvezza di Cartagine a un comandante le cui virt militari derivassero da una lunga tradizione di comando e quasi sicuramente dalla scuola greca di Santippo, e che fosse dotato di quel fascino particolare che si pu chiamare carisma: Amilcare Barca.
Ma Amilcare non  solo il prodotto dell'arte militare greca. Egli  anche l'elemento di spicco di un ceto di cittadini di alta condizione sociale ed economica dediti al mestiere delle armi e abituati ai comandi militari, la cui esistenza a Cartagine  attestata dalle fonti almeno fino da quel Malco che nel sesto  secolo combatt in Sicilia e Sardegna e fu accusato di aspirare alla tirannide: come poco pi tardi per la dinastia dei Magonidi e infine per quella pi nota dei Barcidi, la legittimazione delle loro aspirazioni al potere viene dall'esercito e dalla gloria militare, non certo dagli aristocratici e dalle loro sospettose istituzioni.
Vita pericolosa di una lite
Gli uomini di cui stiamo parlando sono le reliquie di una tradizione militare di eserciti cittadini perpetuatasi fino al quarto secolo, quando la repubblica con un calcolo preciso prefer riservare le sue forze alle attivit commerciali e sostituire i combattenti con altri uomini.
Non  azzardato parlare, come alcuni hanno fatto, di famiglie specializzate nella guerra: al punto che, possiamo osservare, nella seconda guerra punica combattono i tre maschi dei Barcidi, i tre leoncini come li chiam il padre, Annibale, Asdrubale e Magone, ma in posizione di ammiraglio compare anche il loro cognato Bomilcare e nella campagna d'Italia ha importanti comandi anche Annone, figlio di quest'ultimo e dunque nipote di Annibale. Famiglie comunque che - come in tutte le citt antiche, dove coesistono nella stessa persona funzioni militari e civili - fanno parte dell'aristocrazia, hanno un ruolo nella direzione politica e difendono i loro cospicui interessi economici.
Della loro unicit o specificit questi comandanti avevano una chiara coscienza. Abbiamo gi parlato dei conflitti tra i Barcidi e il Consiglio dei centoquattro - vale a dire con l'organo che, come gli efori a Sparta, era preposto anche alla sorveglianza di quanti fossero potenzialmente pericolosi per la struttura oligarchica dello stato - con gli uomini della famiglia sempre pronti a gettare sul tavolo i risultati delle loro imprese. Come Magone che, reduce da Canne, aprir in senato davanti allo stupore degli aristocratici un sacco pieno di anelli tolti ai cavalieri romani caduti.
Uomini del genere erano educati a sviluppare la forza fisica, il coraggio, la capacit di sopportare fatiche e privazioni, ma anche a diventare padroni di conoscenze teoriche e pratiche utili all'arte della guerra.
Tali nozioni potevano spaziare dalla tattica (movimenti sul campo) agli stratagemmi (di cui abbondavano manuali e raccolte di esempi), dalle tecniche ingegneristiche d'assedio alle armi da lancio, dalla Storia con i suoi esempi - ed  chiaro che il continuo accostamento di Annibale a Pirro non  solo invenzione dei biografi, ma risponde all'imitazione di un modello eroico da parte dei Cartaginese - fino alla retorica che consentiva di tenere discorsi alle truppe prima delle battaglie.
Era, questa, un'educazione alla greca condotta secondo un modello pedagogico che aveva avuto nell'educazione di Alessandro da parte del padre Filippo il suo esempio pi alto. Era tenuta in genere da pedagoghi pagati con le ricchezze delle grandi famiglie, come quel Sosilo di Sparta che fu chiamato a istruire Annibale al campo militare in Spagna e che lo segu come storiografo ufficiale in Italia; ma era anche un'educazione condotta su testi greci di arte militare di cui l'et ellenistica forniva una ricca produzione, prime fra tutte le Memorie di Pirro, allora comunemente ritenuto il generale pi grande dopo Alessandro. E non solo, perch a Cartagine sono presenti anche consiglieri militari greci, del tipo di Santippo, non casualmente un altro spartano, questi s veri e propri capitani di ventura, che potevano all'occorrenza fungere anche da maestri sul campo.
I ritratti di Annibale confermano questa eccellenza. Nel pi celebre, Tito Livio (XXII, 4) si sofferma sullo straordinario insieme di virt fisiche, di coraggio e di ascendente che sul modello di Alessandro ne facevano un soldato tra i soldati, disposto a soffrire le loro stesse privazioni e ad affrontare i loro stessi rischi:
Massima era la sua audacia nell'affrontare i pericoli, massima la sua prudenza negli stessi frangenti, da nessun disagio il suo corpo poteva essere affaticato, n il suo coraggio poteva essere vinto. Sopportava parimenti il caldo e il freddo; la misura dei cibi e delle bevande era determinata dal desiderio naturale non dal piacere; n di giorno n di notte vi erano per lui ore fisse per il sonno e per la veglia; quel tempo che restava, compiute le imprese, era dato al riposo, che non era procurato n da silenzio n da soffice letto; molti infatti scorsero Annibale che giaceva in terra avvolto nel mantello militare, in mezzo alle sentinelle e ai posti di guardia dei soldati. Il suo modo di vestire non era diverso da quello dei coetanei; davano nell'occhio solo le armi e i cavalli. Era Annibale il primo tra i fanti e cavalieri; nell'avviarsi alla battaglia precedeva tutti, finita la zuffa, ne ritornava ultimo.
Comando singolo e formazione plurima
Il comandante ellenistico - e i Barcidi sono a tutti gli effetti generali ellenistici - concepiva dunque il comando anche come un'attivit intellettuale da imparare in lunghi anni di apprendistato teorico e pratico in cui le lezioni dei maestri greci si alternavano al servizio presso un generale famoso con il quale in certi casi si potevano avere legami di parentela.
L'arte del comando implicava conoscenze in campi diversi, alcuni chiaramente necessari - come la conoscenza delle vie da percorrere e la natura del terreno del campo di battaglia, oppure la tempistica e la coordinazione delle azioni e la segretezza dei piani, la capacit di alternare il lavoro e il riposo per i propri soldati, e anche di organizzare per loro dei giochi gladiatori per dare svago e rinsaldarne il valore - altri apparentemente lontani dalla guerra, come l'astronomia e la geometria che insegnano a conoscere le stagioni con la durata del giorno e della notte. Ma siccome, dice Polibio, il tempo  arbitro di tutte le cose umane e particolarmente di quelle della guerra chi non lo dominava non era nemmeno in grado di esercitare la virt somma del comandante, cio l'arte di prevedere e di pianificare razionalmente gli avvenimenti.
Ed ecco ricomparire la metis, con il suo esito pi appariscente, e avventuroso: lo stratagemma. La letteratura, allora vastissima sull'argomento, annovera esempi di astuzia personale e anche veri e propri colpi di scena strategici e tattici sul campo di battaglia, capaci di ribaltare una situazione di inferiorit numerica o una posizione infelice. Cos, per limitarci ad Annibale, baster un aneddoto forse sospetto - trova infatti rispondenza in un comportamento analogo di Pirro che scambi le proprie armi con un amico per meglio occultarsi in battaglia, mandandolo a morire con la sua corazza e le sue insegne - ma eloquente: nel primo inverno che trascorse in Italia, con la solita perfidia punica di cui l'accusavano i Romani e comunque con una notevole sfiducia nei confronti dei suoi alleati Galli, egli si sarebbe (dubitare  d'obbligo) fatto confezionare diverse parrucche, ciascuna adatta a un'et della vita, e le avrebbe mutate continuamente cercando con questo mezzo di rendersi irriconoscibile anche ai suoi famigliari.
Quanto poi agli stratagemmi militari, il pi famoso attribuito al Punico - narrato da tutte le fonti - si verific nel 217 nel corso delle scaramucce con Fabio Massimo il Temporeggiatore. Quando il comandante romano blocc ai Cartaginesi la strada per la Puglia e si attest con il grosso delle truppe su un'altura che dominava la chiusa vallata di Callicula, a nord di Cales, in Campania, Annibale riusc a creare una diversione che gli permise di superare i passi montani e liberarsi dei Romani. Ordin infatti al fratello Asdrubale di ammassare quanta pi legna secca possibile e di legare fascine alle corna di duemila buoi in precedenza razziati in quel territorio. Verso la fine della notte i soldati cartaginesi accesero il fuoco sulle corna delle povere bestie che, in preda al terrore, furono spinte su per le pendici dei monti che dominavano il passo. I Romani, sconcertati, abbandonarono la loro posizione e si rifugiarono sulle cime dei monti consentendo ai Cartaginesi di levare il campo e di uscire da quella situazione cos critica.
Il carisma.
L'eccellenza nel comando veniva raggiunta grazie al contributo di un'intelligenza militare che si conseguiva con l'educazione, l'addestramento e la pratica. Tuttavia essa non era sufficiente. Non bisogna infatti dimenticare che questi comandanti erano soli, e non soltanto perch circondati dal sospetto delle istituzioni della madrepatria, ma soprattutto perch del tutto svincolati da rapporti con un esercito che non conoscevano fino al momento dell'ingaggio. Per di pi, come avveniva in molti eserciti greci, essi non avevano nemmeno l'ausilio di una catena di comando che collegasse l'ufficialit, di origine punica, alla truppa; non avevano cio una rete di sottufficiali e nemmeno quelle figure come i centurioni che assicuravano ai Romani, oltre ad ardimento e coraggio, anche affidabilit e tenacia.
I generali insomma non avevano scelta. Dovevano creare un sentimento di rispetto e di obbedienza in uomini che non erano legati a loro dalla comune partecipazione alla comunit cittadina e che neppure riconoscevano quei rapporti feudali intercorrenti, per esempio, tra la cavalleria macedone e il suo re. Ogni volta i vari Amilcare, Asdrubale o Annibale erano costretti a conquistarsi sul campo la fedelt delle loro truppe, e per farlo dovevano ricorrere a una serie di atteggiamenti e di azioni che potremmo riassumere con la parola carisma.
Abbiamo visto che uno dei mezzi che ha a disposizione il generale antico per ottenere l'obbedienza delle truppe  l'esibizione della propria forza fisica e del proprio coraggio, il mettersi personalmente in gioco. Il che ci riporta a comportamenti in guerra primitivi e alla nozione di furor guerriero.
Ma questo ci fa pensare anche al concetto di regalit indoeuropeo, basato da un lato sulla saggezza politica, dall'altro sul coraggio spregiudicato dei capi che nelle leggende latine lottano per il potere in duelli individuali: Romolo in testa, ma anche il duello rituale che abbrevia il conflitto tra i popoli (gli Orazi e i Curiazi). Oppure, in et storica, Claudio Marcello che nella battaglia di Clastidium (Casteggio) del 222 accetta la sfida del capo dei Galli Viridomaro e lo uccide in duello consacrandone le spoglie a Giove.
Del resto anche i due pi grandi condottieri dell'antichit, Alessandro Magno e Cesare, si segnalarono per la loro partecipazione diretta agli scontri armati.
Di Alessandro, si  gi detto. Di Cesare - forse meno affascinato da modelli eroici -  comunque celebre l'apparizione nella battaglia decisiva della guerra gallica, Alesia, quando come lui stesso racconta si affrett per essere presente al combattimento e, riconoscibile per il mantello che solitamente portava in battaglia e per la scorta delle torme di cavalleria, con il suo arrivo accese la lotta decisiva sotto le mura della citt respingendo l'esercito gallico che era accorso in aiuto di Vercingetorige e degli assediati.
 evidente come il comportamento che abbiamo notato in Annibale - schierarsi a Canne insieme con il fratello Magone nel cuore della fila punica e combattere con le truppe in teoria pi deboli - sia motivato oltre che dalla precisa scelta tattica di voler essere nel cuore del combattimento per sorvegliare il ripiegamento programmato della fanteria, anche dalla necessit arcaica di esibire il proprio corpo e di infondere coraggio e fiducia ai soldati con l'esempio. Pirro, il re che pi di ogni altro le fonti antiche associano come modello ad Annibale, dopo lo stratagemma dello scambio di vesti e armatura con il proprio compagno, dovette passare in mezzo alle sue truppe a volto scoperto, tendendo la destra verso i soldati allo scopo di mostrare sia ai nemici romani sia ai suoi uomini impauriti che era ancora vivo e sul campo.
Di nuovo Pirro, al quale si attribuiva la duplice capacit di respingere gli assalti nemici e di dirigere con freddezza la battaglia, portava lo stesso nome del crudele figlio di Achille e riproduceva l'eroe (detto anche Neottolemo) sulle sue monete. Sempre lui attirava tutti gli sguardi per la bellezza e lo splendore delle sue armi riccamente ornate e dimostrava con gli atti che il suo valore non era inferiore alla sua fama, soprattutto perch, partecipando con le sue braccia e con il suo corpo alla battaglia e respingendo vigorosamente quelli che gli erano dinanzi, non si smarriva e non perdeva la testa, ma dirigeva lo scontro come se l'osservasse dall'esterno, accorrendo dappertutto per portare aiuto a quelli che sembravano cedere. Ancora armi di pregiata fattura, come quelle di Asdrubale e di Alessandro Magno, o degli eroi omerici, degni ornamenti del valore militare - ed  suggestione troppo audace pensare che anche animali come il cavallo Bucefalo di Alessandro o l'elefante (simbolo sulle monete dei Barcidi) che trasport Annibale malato agli occhi sull'Appennino contribuissero a questa esibizione eroica del corpo del comandante?
Il segno del dio.
Ma il carisma di un generale come Annibale, nel quale quando si trattava di affrontare qualche ardita impresa i soldati avevano fiducia pi che in chiunque altro capitano, si esauriva nel coraggio in battaglia, nello sfidare la morte con i propri soldati, nel mostrare il proprio corpo? O c'era dell'altro?
Per capire si pu fare riferimento ancora una volta al modello di ogni generale ellenistico, Alessandro Magno. Sappiamo che l'azione del re macedone fu costantemente legata alla sfera del religioso. Per ascendenza famigliare - la famiglia paterna si diceva discendere da un semidio, Eracle, e perci da Zeus. Ma anche per predisposizione personale e per l'imitazione costante di un modello eroico presentatogli dalle letture omeriche: proprio quell'Achille da cui discendeva la famiglia materna della madre Olimpiade, che il re venerava pi di ogni altro eroe e che gli offriva un esempio di eroismo sprezzante di ogni cautela. Infine per i rapporti con popolazioni che da tempo immemorabile erano abituate a divinizzare anche in vita i loro re - ricordiamo la celebre visita del Macedone al tempio egizio di Ammone nell'oasi di Siwa e il responso del dio che lo chiama figlio di Zeus.
Ora, senza che la loro figura fosse oggetto di un vero e proprio culto come nel caso di Alessandro, molti condottieri antichi tennero comportamenti analoghi: per convinzione personale e anche perch ritenevano che l'obbedienza dei soldati fosse meglio garantita per gli eroi favoriti dagli dei.
Due i comportamenti significativi per Annibale. In primo luogo i sogni, che sono fin dall'epica omerica i segni del rapporto privilegiato tra gli dei e alcuni uomini e che spesso costituiscono il sigillo dell'eccellenza. Pirro sognava Alessandro, e anche Annibale sogna. Cos Tito Livio (XXI, 22) narra di una visione che avrebbe avuto in Spagna prima di iniziare la sua avventura verso occidente. Forse lo storico non pensava agli illustri precedenti del biblico Lot e di Orfeo, quanto piuttosto alle apparizioni protettrici di dei nelle sembianze di giovinetti al fianco degli eroi dell'epica:
Si racconta che Annibale abbia visto in sogno un giovane simile a un dio che diceva essere stato mandato da Giove come guida ad Annibale verso l'Italia: perci lo seguisse, n mai distogliesse gli occhi da lui. Si racconta che dapprima Annibale lo abbia seguito senza guardarsi intorno o volgersi indietro; poi, per la curiosit propria della natura umana, fantasticando nella sua mente che cosa mai fosse ci che gli era stato vietato di guardare, Annibale, non avendo potuto trattenersi, si volse e vide dietro di s un serpente di mirabile grandezza che si avvolgeva in grandi spire in mezzo a una rovina di alberi e di virgulti, mentre dietro lo seguiva un temporale con grande fragore del cielo. Allora chiedendo egli che cosa fosse quell'essere mostruoso e che cosa pronosticasse il prodigio, apprese che si trattava della devastazione dell'Italia: alla sua volta continuasse la marcia, n indagasse oltre e lasciasse che il destino rimanesse occulto.
Genuinamente religioso  anche l'omaggio che il comandante cartaginese rende al santuario di Melqart a Cadice prima di partire alla volta dell'Italia. Un gesto comunque di vasta portata ideologica, perch Melqart, il dio della citt, era il dio di Tiro che aveva accompagnato l'espansione dei Fenici in Occidente, il cui nome entrava nei trattati commerciali dei loro mercanti, e che a Cadice era venerato in uno splendido tempio costruito su una lingua di sabbia, con due pilastri bronzei alti otto cubiti che alcuni identificavano con le colonne d'Ercole. Nell'interpretazione greca veniva assimilato a Eracle, l'eroe progenitore delle popolazioni ispaniche, il civilizzatore dell'Occidente, il viaggiatore che aveva per primo valicato le Alpi con le greggi di Gerione, lo stesso eroe da cui discendeva la famiglia di Alessandro Magno.
Anche le ricorrenti preghiere pubbliche che Annibale rivolge agli dei per la salvezza del suo esercito ci portano a pensare che la religione giocasse un ruolo di primo piano nella costruzione del prestigio del comandante di fronte ai soldati. Emblematico a questo proposito  il sacrificio di un agnello a cui viene sfracellato il capo prima della battaglia del Ticino, con il generale che chiama a testimonianza Giove e gli altri dei della sua lealt verso i propri uomini; e se la narrazione di Livio tende a romanizzare l'episodio - il sacrificio dell'agnello con la pietra ricorda il sacrificio di un porco secondo un antico rituale che sanciva il rispetto dei patti nei rapporti internazionali - la presenza dell'agnello (sacro al dio punico Baal) e dell'esercito schierato presuppongono un rapporto diretto di natura anche religiosa tra Annibale e i propri uomini.
E se non si trattava di atti genuinamente religiosi ci pensava comunque la propaganda, probabilmente orchestrata dagli storici greci al seguito dell'impresa, a costruire un apparato liturgico, un'aura religiosa e un particolare rapporto con gli dei destinati a creare una figura eroica sul modello ellenistico da esibire a un esercito mediterraneo nella sua composizione.
Cos sappiamo che Annibale organizz giochi per i suoi soldati con una drammaturgia particolare, incentrata sulla caratterizzazione eroica dei combattenti in un duello: dopo la traversata delle Alpi fece combattere, dopo averle armate e dotate di cavalcature, alcune coppie di giovani prigionieri galli con la promessa che il superstite avrebbe avuto la libert e il privilegio di arruolarsi nell'esercito punico. Come ricordano le fonti si ebbero ripercussioni psicologiche tra i soldati e gli altri prigionieri galli, per cui la sorte di chi vinceva non era ritenuta pi invidiabile di quella di coloro che sapevano morire da coraggiosi; Annibale approfitt di questo sentimento di immedesimazione tragica per tenere un lungo discorso ai suoi uomini perch essi potessero rispecchiare nel destino eroico dei giovani galli il loro proprio destino, non avendo altra scelta se non vincere o morire e nessuna arma pi valida del disprezzo della morte.
Parimenti  noto il rispetto che il Punico quasi sempre riserv per calcolo o per sincera devozione ai santuari, primo fra tutti quello gi ricordato di Melqart, ma anche al tempio di Artemide a Sagunto e a quello di Era Lacinia vicino a Crotone, quando la dea gli apparve in sogno e lo dissuase dal saccheggio.
Proprio l'astensione da una pratica ellenistica diffusa, che vedeva i re rifornirsi di beni mobili presso i tesori dei santuari saccheggiati, acquista nel caso del santuario di Era, fondato non a caso da Eracle, un significato ideologico che non dovette essere ignoto ad Annibale. Il luogo, che fu l'ultimo baluardo dei Cartaginesi in Italia prima dell'abbandono della penisola, era forse uno dei punti di diffusione in Italia meridionale di quella dottrina, o interpretazione razionalistica del mito che dal suo fondatore prende il nome di evemerismo. Evemero di Messana sosteneva che gli dei erano in realt uomini di et passate divinizzati per i benefici resi all'umanit, e che nel novero di questi grandi personaggi c'erano anche Eracle e Dioniso. Non solo, ma come ricorda lo storico Diodoro Siculo, esisteva un'isola di nome Panchaia dove le gesta di questi eroi erano conservate in una iscrizione sacra: senza pensare che Annibale come i re ellenistici aspirasse alla divinizzazione,  stata avanzata la tesi per cui l'iscrizione lasciata da Annibale nel tempio di Era Lacinia, e recante tra l'altro il numero degli effettivi entrati in Italia dalle Alpi, non fosse altro che un tentativo da parte del condottiero punico di perpetuare la propria fama secondo un modello che la sua educazione greca gli aveva sicuramente presentato.
Ma perch, infine, non pensare anche a un risvolto punico della immedesimazione - o dello speciale rapporto - tra i Barcidi ed Eracle-Melqart? Perch Eracle non  solo l'eroe dell'Occidente mediterraneo, ma  anche il semidio che, nel mito, muore su un rogo sul monte Eta, in Tracia, per spogliarsi degli elementi umani e assurgere al cielo. E Melqart a sua volta  collegato con riti di morte e resurrezione e con il fuoco, dato che i sufeti - con la carica e il compito che in Fenicia si riservavano al re - erano coloro che risuscitano il dio (Melqart).
Inoltre, tanto nel mito quanto nella storia cartaginese  presente un sacrificio rituale tramite il fuoco che rappresenta la porta per l'immortalit e il culto eroico: il primo e pi famoso caso  quello della regina Elissa (cio Alizah, la gioconda, che altri non  se non Didone). Un altro esempio che fece una grande impressione tra i Greci - al punto che lo ricord anche Erodoto -  il suicidio di Amilcare, figlio di Annone, il generale sconfitto da Gelone nella battaglia di Imera del 480 a.C. Costui, che per colmo di suggestione aveva anche un nome teoforo, cio derivato da quello di un dio (Amilcare significa servitore di Melqart), alla notizia della rotta si gett sulla grande pira, dalla quale traeva auspici favorevoli bruciando animali interi.

Parte quarta.

LA FINE DI UN'ARMATA.

1. La morsa si chiude.

Anche se riesci a battere un nemico, se la tua vittoria non si fonda su ci che hai appreso, non pu essere una vittoria giusta.
Miyamoto Musashi, Il libro dei cinque anelli.

L'agonismo aggressivo e l'inferiorit tattica dei Romani; il sacrificio delle fanterie celtiche e iberiche; l'aiuto indispensabile della buona sorte. Questi tre fattori, controllati e indirizzati dal genio bellico e dal carisma guerriero di Annibale, producono una combinazione di elementi spaziali e temporali che non lasciano scampo all'esercito guidato da Varrone ed Emilio Paolo. Infatti il Barcide ha impostato un meccanismo che - in una situazione in cui i manipoli seguitino a spingersi furiosamente avanti e il centro punico mantenga sufficiente sangue freddo nell'arretrare - poi funziona da s.
La fanteria legionaria si  sbilanciata, allungandosi a imbuto nell'incavo della schiera gallo-ispanica. Dunque, avevamo detto che allo scoppiare della battaglia sui fianchi della mezzaluna erano schierati i 10 000 temibili veterani delle fanterie libiche. La mezzaluna era convessa, all'inizio: dunque le forze libiche risultavano arretrate rispetto alla sua sporgenza. E l'impeto centrale dei Romani le ha lasciate indisturbate. Ma ora che lo schieramento degli Ispani e dei Celti ha mutato forma, arretrando e risucchiando il nemico nella sua fase ossessiva di impeto, i Libi si ritrovano sui due fianchi delle legioni; e basta loro compiere una semplice conversione per trovarsi di fronte i lati dello schieramento romano. Come i battenti di una porta che girino sui rispettivi cardini. Di questo movimento Polibio (III, 115) ci fornisce una descrizione asciutta ed essenziale, come ammaliato dalla geometrica potenza del congegno:
I Romani, inseguendo questi e accorrendo tutti verso il centro dei nemici, che cominciava a cedere, si cacciarono tanto innanzi, che da entrambe le parti i Libici armati pesantemente vennero a trovarsi di fianco a loro: di essi, quelli che si trovavano all'ala destra, operando una conversione a sinistra, e facendo impeto da destra, strinsero di fianco i nemici, mentre quelli che erano a sinistra, ripiegando verso destra, si schierarono sulla sinistra; la situazione stessa suggeriva la tattica da seguire.
La situazione stessa suggeriva la tattica da seguire: come se nel vivo di una battaglia ad armi bianche che coinvolge in una calca decine di migliaia di uomini, la catena di comando punica fosse automatizzata. Quale miglior elogio per la sagacia tattica di Annibale e per la sua impareggiabile visione aerea?
Osserviamo che, a differenza del suo predecessore-fonte, la ricostruzione da parte di Tito Livio (XXII, 47) di questo secondo momento topico della battaglia  estremamente puntuale e particolareggiata:
Respinti di poi i nemici (Celti e Spagnoli), mentre questi si ritiravano precipitosamente, i Romani si diedero a incalzarli. Allora tutti insieme, passando in mezzo alla schiera di coloro che per paura fuggivano a precipizio, furono trascinati prima in mezzo alla parte centrale dello schieramento nemico, in seguito, poich non v'era resistenza alcuna, giunsero fino alle truppe di riserva degli Africani. Costoro si erano fermati dopo il ripiegamento di ambedue le ali, mentre la parte centrale nella quale si erano schierati i Galli e gli Spagnoli si era alquanto spostata in avanti. Quando questo cuneo fu ricacciato indietro, la fronte apparve dapprima rettilinea, poi, continuando i soldati a indietreggiare, si form nel mezzo una rientranza, mentre gli Africani ai lati avevano gi disposto le ali, in modo da prendere in mezzo i Romani che imprudentemente avevano fatto irruzione al centro. I Romani allora, terminato inutilmente il primo combattimento, lasciati da parte Galli e Spagnoli che avevano preso alle spalle, cominciarono un nuovo combattimento contro gli Africani con esito sfavorevole, non solo perch dovevano combattere contro coloro che li incalzavano tutto intorno, ma anche perch si battevano stanchi contro soldati freschi e vigorosi.
Si osservi l'enfatizzazione liviana dell'elemento della stanchezza. Abbiamo gi parlato del peso determinante di questo aspetto nella battaglia muscolare antica. Ma proprio per questo la sottolineatura ci lascia perplessi: sembra pi il frutto di una retorica assolutoria nei confronti degli uomini delle legioni che di una vera analisi della situazione sul campo. Quanti soldati romani e italici avevano gi effettivamente combattuto? Probabilmente solo una ridotta minoranza dell'enorme massa di fanteria che sta ancora rovesciandosi all'attacco. No, la stanchezza non pu essere determinante nel collasso dell'armata di Roma. Altri ne sono i motivi, e proveremo a metterli in luce di qui a poco.
Per ora, ritorniamo alla conversione della fanteria libica, che non pu non ricordare quella, devastante, operata dalla falange di Amilcare Barca nella guerra mercenaria al Bagrada. Ai fianchi della moltitudine compressa e asfittica delle legioni appaiono all'improvviso, dalle nubi di polvere, schiere di uomini forti, decisi e bene armati. Aggiungiamo: in gran parte, con le armi sottratte ai Romani nelle precedenti battaglie della campagna.  probabile che la loro prima azione offensiva sia scagliare una o pi raffiche con armi da lancio, in parte a loro in dotazione e in parte raccolte dal campo dopo gli scontri tra fanterie leggere.
L'effetto sui fianchi dell'esercito romano deve essere immediato e sconvolgente. In queste posizioni la consuetudine vuole che vengano schierate le truppe meno esperte, non i trascinatori. Va inoltre ricordato che i centurioni in genere prendevano posto a un capo della prima fila del proprio manipolo; dunque molti di loro devono essere stati fra i primi a cadere. Confusione, incertezza, e quei soldati materializzatisi in pochi momenti, e armati alla romana: anche i pochi secondi di sconcerto nel vedersi di fronte quelle armi solitamente amiche possono significare uno svantaggio mortale nel corpo a corpo, costare perdite e sbandamenti. Sbandamenti verso l'interno, a premere una massa che gi si stava schiacciando in avanti, verso l'imbuto. Frattanto i Libi avanzano compatti, affondando le spade. Molti giovani legionari vedono per la prima volta la morte, i fiotti di sangue, le ferite raccapriccianti da affondo e da squarciamento sui corpi dei compagni, degli amici, degli ufficiali di truppa che hanno insegnato loro a combattere, che li guidavano e li rassicuravano. La catena di comando perde in breve coesione e fluidit. E nel momento in cui la fanteria romana  attaccata sui lati - e i reparti sui fianchi retrocedono - il dinamismo le viene a mancare e perde anche la sua spinta al centro. Intanto - ma sar stata una questione di minuti; di minuti terribili, trascorsi fra la polvere e le grida, e sotto i colpi del nemico - secondo Polibio (III, 115) i fianchi della fanteria romana tentano di rischierarsi per respingere l'impeto dei Libi:
Cos, secondo il piano di Annibale, i Romani, nel precipitarsi dietro ai Celti, si trovarono rinchiusi tra le schiere dei Libici. Questi poi combattevano contro quelli che li attaccavano di fianco non in formazioni serrate, ma lottando singolarmente o per manipoli.
Che cosa intende Polibio quando parla di combattere in formazioni serrate o per manipoli?  sicuro che alluda semplicemente a una compattezza di linee per il momento compromessa - e, di fatto, non pi ripristinabile. Tutti gli eserciti del mondo antico erano vulnerabili sui lati. Prima dell'affermarsi delle armi da fuoco era impensabile di mettere a punto una formazione quadrangolare altrettanto efficiente su ogni lato come i quadrati dell'esercito britannico che respinsero le cavallerie napoleoniche e costruirono un impero. Ora, sebbene la legione manipolare romana non sia massiccia come la falange - che ha la necessit vitale di essere protetta sui fianchi da reparti pi agili - una rotazione del fronte resta comunque, per qualunque fanteria pesante, operazione macchinosa e imperfetta, che apre fra i manipoli spazi troppo ampi.
Effettuare con adeguata efficienza la manovra in queste condizioni critiche, sotto l'attacco di quelle che probabilmente in questo momento sono le migliori truppe a piedi del mondo,  proibitivo; anzi, impossibile. La vicenda tattica del fatto d'armi si risolve in breve tempo. Forse poche decine di minuti. A un certo punto, anche l'avanzata centrale dei Romani si interrompe, l'incertezza subentra tra le prime file. Galli e Ispani, che hanno resistito a prezzo di perdite cos sanguinose, tornano al contrattacco mulinando le spade. Probabilmente sono molto stanchi, ma l'odio e il desiderio di vendicare i compagni, il profumo di vittoria e bottino, centuplicano le forze. I reparti armati alla leggera di Annibale, che prima avevano ripiegato dietro lo schermo delle fanterie pesanti, tornano in gioco con l'apporto delle armi da lancio e della loro agilit nel combattimento individuale. Perch in troppi punti i ranghi dei Romani sono rotti: e troppi legionari rimangono isolati e condannati a morte dal peso di scudi e corazze.
D'ora in poi, e con un'accelerazione sempre pi veloce, la battaglia si trasforma in un massacro, cio in una somma iperbolica di tragedie individuali.
La morte e il centurione
Abbiamo osservato che la spiegazione della freschezza dei Libi opposta alla stanchezza dei Romani, addotta da Livio per la catastrofe delle legioni, non suona del tutto convincente. Ma allora, quali sono i motivi per cui l'esercito di Roma croll in quel modo, lasciandosi di fatto sterminare per ore senza opporre nessuna resistenza degna di questo nome? Fra le domande che Polibio, Livio e gli altri antichi storici che ricostruirono Canne non si sono posti, forse ai nostri occhi di moderni la pi rilevante  proprio questa. Non avrebbero potuto, quei 50 o 70 000 fanti romani e italici, serrare i ranghi e andare al contrattacco contro un nemico che, sia pure ormai in netto vantaggio tattico, restava molto inferiore di numero? Non potevano, almeno, ricompaginare i ranghi pi interni e meno esposti, e ripiegare - perdendo magari la giornata, ma non le vite di decine di migliaia di uomini?
Negli studi su Canne di epoca pi recente, la questione del perch del massacro ha assunto una centralit abbastanza nuova. Polibio e Livio non se lo domandano perch le finalit della loro opera storiografica non erano le stesse che possono ispirare uno storico militare di oggi. Da parte loro, ci possiamo aspettare sempre un'esposizione dei fatti piuttosto schematica, seguita da un commento dei fatti stessi ispirato a principi di pedagogia patriottica. E probabilmente per i lettori antichi una simile spiegazione non era neppure necessaria. Capivano da soli come potessero essere andati i fatti. Storicamente e psicologicamente erano molto pi vicini.
Invece a noi interessa capire come quella massa invincibile di corpi e ferro, che abbiamo inquadrato dall'alto sulla piana dell'Ofanto all'inizio della battaglia, si riduca progressivamente fino a dissolversi, lasciando al suo posto sangue e cadaveri. E in quale modo, in quali direzioni si dissolva: restringendosi man mano verso il centro? Oppure fuggendo in una o pi direzioni, colando via in pi rivoli?
Fra le cause di un crollo cos repentino - e apparentemente cos illogico, vista l'obiettiva grande forza che avrebbe ancora in serbo l'esercito romano - la pi semplice  che nessuno, sul campo, pu avere un quadro complessivo di quanto sta accadendo. I manipoli pi avanzati stanno battendosi senza quartiere contro i Galli e gli Ispani, in capo a un fronte ormai ristretto e cieco; le truppe ai lati hanno subto l'attacco dei Libi che, ordinati e implacabili, li incalzano e martellano con le spade e con i dardi; e in mezzo, nel corpo centrale dell'armata immenso e acefalo, non ci sono pi intervalli di spazio e di tempo. Abbiamo gi sottolineato che nelle battaglie terrestri di ogni epoca, anche le truppe ben schierate hanno una visione ridotta al minimo di quanto accade sul campo: certo, a maggior ragione se stanno combattendo, ma anche solo se sono in movimento. Ecco che ora i manipoli si trovano schiacciati l'uno contro l'altro, costretti ad arretrare; il ripiegamento disordinato dei fianchi dell'armata determina urti, collisioni, ferite; molti cadono, molti moriranno calpestati da compagni e nemici. I portatori di insegne e segnali perdono le loro posizioni di riferimento.
In un simile frangente di confusione e angoscia diffusa, dovrebbero essere i comandanti a infondere la calma e il raziocinio nei loro uomini.
Ma i comandanti erano davvero in grado di comportarsi cos? Sapevano far ruotare il fronte oppure ordinare ai manipoli centrali, quelli non direttamente aggrediti dal nemico, di sganciarsi o anche di soccorrere i fianchi che venivano travolti? La risposta pi plausibile a questa domanda  no. O meglio: non sapevano controllare queste fasi tattiche in modo naturale, coerentemente fluido ed efficace. E per spiegare questo limite manovriero sarebbe riduttivo addurre solo l'inferiorit dei due consoli rispetto alla genialit del comandante nemico, ovvero il diverso grado di addestramento fra le truppe mercenarie o professioniste dei Cartaginesi e le turbe di cittadini arruolati di fretta dopo il disastro del Trasimeno. La risposta deve tenere conto dell'evoluzione storica dell'esercito romano.
Quando infatti la legione si era confrontata con eserciti greci (Pirro) o addestrati alla greca (i Cartaginesi a Tunisi) aveva mostrato tutti i limiti derivanti dal pregiudizio ideologico che imponeva il combattimento senza stratagemmi, e con modalit di attacco e movimento meccaniche e prive di flessibilit. Lo stile dell'attacco romano, che fondeva la forza d'urto della schiera oplitica e il valore del duello individuale con le spade, non aveva la fantasia e la variet necessarie a scardinare l'impianto della falange. La guerra contro Pirro, solo un decennio prima delle guerre puniche, aveva dimostrato tutta l'inferiorit della legione contro truppe formate da un nucleo di fanteria pesante, ma anche da cavallerie agili e addestrate e dalla nuova arma degli elefanti. Il movimento in avanti ripetuto e coraggioso fino all'estremo si infrangeva contro il muro delle lunghe lance dei falangiti e non era di nessuna utilit contro manovre avvolgenti e attacchi dai fianchi e alle spalle. Cos Pirro aveva dovuto abbandonare l'Italia pi per l'esaurimento delle proprie truppe scelte - al solito inferiori di numero e impegnate sul fronte italico e poi anche sul fronte cartaginese in Sicilia - che per una chiara sconfitta in campo aperto.
In questa fase della battaglia era dunque necessaria una manovra che i Romani non sapevano fare e che avrebbero adottato nella sua forma pi perfezionata nella battaglia dei Campi Magni (203 a.C.), prima dello scontro risolutivo di Zama (202). Si doveva cio lasciare uno spazio maggiore tra i manipoli per garantire possibilit di movimento e poi rinunciare allo schieramento a scacchiera per uno a colonne che esentasse le file di principes e triarii dal loro unico e tradizionale compito - sostenere l'urto o la difesa sovrapponendosi alla prima fila - e di muoversi in corpi autonomi verso i lati del campo di battaglia per allargare la schiera ed eventualmente accerchiare il nemico. Ma a Canne, come abbiamo gi notato, i manipoli erano molto vicini e ancora pi fitti e profondi del solito per aumentare la forza d'urto; e i consoli avevano adottato - non esisteva alternativa - uno schieramento statico che sacrificava l'ultima fila a compiti di estrema difesa, e la condannava a essere spettatrice in attesa di un suo intervento finale.
E forse esiste anche un altro motivo della catastrofe. Lo possiamo individuare nel probabile eccidio dei centurioni a capo dei manipoli laterali. Si tratta di un anello importante nella catena degli eventi di Canne, cos come il centurione  un anello importante nella catena di comando romana. Il principale, forse. Alcuni tratti distintivi di questi uomini - in un confronto con gli eserciti moderni - ci farebbero pensare ai non commissioned officers (NCO) di pi alto livello (Primo sergente) o addirittura agli warrant officers (Sergenti maggiori di reggimento, compagnia o plotone) degli eserciti britannici: cio a gradi di sottufficiale operativamente affini a ufficiali, spesso al comando effettivo di reparti di molte decine di uomini. Il centurione  una figura chiave dell'esercito romano: in origine di estrazione equestre, nella storia militare di Roma si caratterizza progressivamente come colui che, iniziando da semplice soldato, vive e avanza socialmente ed economicamente all'interno dell'esercito. La paga del soldato romano  misera: quella del centurione, senza dare la ricchezza,  molto superiore. Si  detto che Giulio Cesare si fidava assai pi dei suoi tetragoni NCO che dei tribuni - di buona famiglia e spesso superficiali e inaffidabili in battaglia. Diventare centurione primipilo (cio comandante della prima centuria della prima legione dell'armata) significava anche partecipare alle riunioni dello stato maggiore.
Prestigio e soldo, dicevamo: ma soprattutto l'orgogliosa consapevolezza di essere saliti dai ranghi inferiori, giungendo a un grado di comando solo in virt del proprio valore. Come sappiamo dall'epigrafia, in et imperiale non sono rari i centurioni che, una volta ottenuto il congedo e la buonuscita, ritornano nella loro terra di origine per rivestire incarichi di un certo peso nelle amministrazioni locali grazie allo status e al denaro accumulati nei lunghi anni di servizio militare. Uno di loro, un rozzo centurione addestratore di reclute venuto dalla Tracia, Massimino il Trace (III sec. d.C.), riuscir addirittura a diventare imperatore sulle ali della carriera nell'esercito e della gloria militare conseguita in guerra. E siccome la carriera del centurione dipendeva dalla sua forza e dalla combattivit, che lo segnalavano al comandante, possiamo vedere centurioni di Cesare attaccare battaglia anche in posizione sfavorevole e trascinare con s il resto della truppa: nella battaglia di Gergovia del 52 a.C. furono proprio i centurioni a contravvenire agli ordini di Cesare e ad attaccare la citt dei Galli Arverni. Un'azione destinata a prendere un campo di Galli attendati alle porte della citt si trasform infatti in un assalto generale alle mura perch due centurioni nella furia del combattimento assunsero l'iniziativa facendosi issare l'uno sulle mura e l'altro cercando di sfondare una porta. Il tumulto e la fuga delle donne che temevano la caduta della citt fece accorrere i difensori impegnati dall'altro lato delle mura che assalirono dall'alto le truppe romane meno numerose e gi stanche; i due centurioni morirono combattendo eroicamente per i propri uomini, uno di loro fu scagliato gi dalle mura e l'esercito si ritir a precipizio - salvato solo dall'accorrere di Cesare con la sua legione preferita, la Decima. Le perdite tra i centurioni, a dimostrazione della loro bellicosit, furono cinque volte pi gravi di quelle fra la truppa: morirono 46 centurioni su circa 700 caduti, e quindi a fronte di un rapporto usuale nella legione di uno a ottanta tra centurioni e soldati semplici, a Gergovia cadde un centurione ogni quindici uomini.
Nell'epoca mediorepubblicana, quando ha luogo la battaglia di Canne, la figura del centurione non  ancora cos professionalizzata, diremmo oggi, come ai tempi di Cesare e, poi, dell'Impero. I centurioni tuttavia sono gi rispettati e ben pagati, potendo ambire oltretutto ad avanzamenti di responsabilit, prestigio e soldo all'interno del loro grado, ma non si chiedono loro la combattivit e l'audacia ai limiti dell'azzardo. L'esercito  formato da cittadini e il centurione  davvero un cittadino segnalato per virt civiche oltre che per valore. Il centurione  l'ufficiale che condivide con la truppa tutti i rischi del combattimento a ranghi serrati, ma soprattutto sa muoversi sul campo di battaglia con raziocinio, senza farsi trascinare dal furor n perdere la testa nelle difficolt. E deve trasmettere da una generazione all'altra i valori che soprattutto con l'esercito si identificano: virtus e disciplina, camaraderie e virile semplicit. Per questo, dice Polibio, i Romani vogliono che siano pronti a morire ai loro posti anzich gettarsi ferocemente all'assalto.
Comandare a Roma.
Abbiamo gi visto come nella storia cartaginese a volte fossero le truppe mercenarie a scegliere il loro comandante, e come l'assemblea in patria si riservasse la ratifica della nomina. Ma scegliere i comandanti era un'usanza democratica degli eserciti ellenistici, derivata probabilmente dalla Macedonia arcaica e dall'appartenenza del re e dei soldati allo stesso ceto sociale. A Roma non c'era.
Tito Livio racconta di un fatto avvenuto nel 211, nel corso delle campagne iberiche della seconda guerra punica, e che segu di poco le disfatte romane e la morte dei due comandanti - Publio e Gneo Scipione, padre e zio del futuro Africano. L'episodio vide come protagonista Lucio Marcio, un giovane cavaliere, ma non un nobile. Uomo dotato di indole eccezionale e di una certa esperienza militare acquisita nelle precedenti campagne, Lucio Marcio raccolse i fuggitivi e grazie al suo prestigio riusc a calmare i soldati terrorizzati, che temevano l'arrivo di un altro esercito cartaginese che li avrebbe completamente disfatti, respinse l'esercito nemico, rianim i suoi soldati con un discorso che (al solito) alternava promesse, lusinghe e rampogne, e poi li condusse ad assalire di sorpresa i campi nemici facendone strage. Il bottino inviato a Roma fu immenso. Quando per si tratt di inviare la notizia al senato, egli scrisse nell'intestazione del messaggio L. Marcio propretore attribuendosi un titolo che non gli era stato conferito n dall'autorit del senato n da un decreto del popolo. I senatori ne furono scandalizzati, perch consideravano esempio pericoloso che i comandanti fossero eletti dagli eserciti e che la solenne consuetudine di indire i comizi, dopo aver preso gli auspici, si trasferisse negli accampamenti e nelle province, lontano dalle leggi e dai magistrati e venisse abbandonata all'arbitrio dei soldati (Liv., XXVI, 2). Il successo pertanto non imped la censura del senato, e la minaccia di mettere all'ordine della discussione questo abuso; subito dopo, di concerto con i consoli e i tribuni della plebe, i senatori decisero che i comizi popolari fossero interpellati sulla scelta del nuovo comandante degli eserciti spagnoli.
Il generale romano dunque doveva dipendere interamente dal senato e dai comizi popolari. Le eccezioni - anche quelle di successo - non erano ben viste. Il comando, soprattutto l'alto comando, era soggetto in maniera totale alla politica ed era lo specchio delle scelte comiziali in relazione alle necessit strategiche che il senato di volta in volta si trovava ad affrontare.
Per due motivi, ci pare. Il primo perch gli eserciti repubblicani mancano di un organo tecnico permanente o professionale quale lo stato maggiore negli eserciti moderni; ed  perci l'iniziativa privata del singolo comandante o pi spesso il senato a raccogliere informazioni, documenti e piani per dare continuit, disciplina e un minimo di programmazione all'azione militare e alla strategia. Quello che forse esisteva negli eserciti cartaginesi come deposito di sapienza militare di alcuni - o di un unico gruppo famigliare come quello dei Barcidi. Ma anche - e questo sembra un dato strutturale - perch il generale , e sar sempre fino al terzo secolo d.C., anche un magistrato civile; e in un esercito di cittadini in cui la professionalizzazione non era la norma, il comandante avrebbe guidato come soldati gli stessi uomini che l'avevano eletto in qualit di cittadini nei comizi.
A loro volta i tribuni militari, gli ufficiali veri e propri secondo la terminologia moderna, non provengono da nessuna accademia. In origine sono scelti dai comandanti, ma almeno per le quattro legioni consolari ordinariamente arruolate e a partire dall'et delle guerre puniche sono eletti in numero di ventiquattro dai comizi; in ogni modo anche questa carica ha un preciso significato politico, in quanto serve ad acquisire una promozione sociale per i ceti equestri e una tappa importante verso il cursus honorum per i figli della nobilt.
Per questa sovrapposizione tra istituzioni militari e istituzioni politiche Roma  pi lenta di Cartagine nell'accogliere proprio quelle novit che, a livello di comando, rappresentavano il segno distintivo degli eserciti ellenistici: l'uso della metis, il comando intellettuale, e il carisma anche religioso del comandante. Del resto il dogma della intercambiabilit degli uomini di potere, che Catone efficacemente ci illustra nella sua opera storica sulle Origini rifiutandosi di fare i nomi dei comandanti romani che rendono grande la citt, ostacola la formazione di personalit indipendenti e geniali come quelle di Amilcare e di Annibale. Cos a Roma l'etica guerriera impedisce che si applichino stratagemmi e inganni, oppure si attacchi di notte o si cerchi in qualche misura di violare le procedure che rendevano ogni guerra un bellum iustum e che sacerdoti custodi della correttezza dei rapporti internazionali, i feziali, si incaricavano di perpetuare.
Fino all'arrivo di Annibale il modo di combattere dei Romani  ancora arcaico e gli stessi comandanti sembrano obbedire meno a una razionalit strategica e tattica che a rituali magico-religiosi che li vincolano e li obbligano, per esempio, a seguire il calendario dei riti di purificazione che fissavano la guerra tra marzo e ottobre oppure, come vedremo tra poco, ad alternarsi giornalmente nel comando perch la tradizione non prevedeva, se non nel caso eccezionale del dittatore, un comando militare unico. I Romani sono ancora quelli che cavallerescamente e tra l'ammirazione dei Greci si erano rifiutati di vincere la guerra contro Pirro informandolo di un complotto del suo medico per avvelenarlo. Oppure che sono ossessionati dall'idea di far coincidere la scadenza di un mandato consolare con una vittoria decisiva e che si fanno trascinare in scontri aperti contro Annibale anche da questa esigenza di gloria privata: la sconfitta del Trebbia, comandante Sempronio Longo, e quella di Canne con il superbo Varrone sono dovute sia pure in minima parte anche a questo aspetto.
Come dice Polibio (XIII, 3, 7):
Tra i Romani  rimasta una tenue traccia di quello che era il comportamento che si teneva in passato nelle azioni di guerra. Annunciano in anticipo le guerre, ricorrono raramente alle imboscate e praticano il combattimento corpo a corpo e a distanza ravvicinata.
Era cos avversata l'ipotesi di un comando in cui il valore si completasse con l'intelligenza che spesso quest'ultima dote era scambiata per codardia, e perfino la truppa si permetteva di criticare aspramente Emilio Paolo, il vincitore dei Macedoni a Pidna nel 168, per aver simulato attacchi e messo in opera degli stratagemmi tesi a rinviare lo scontro e a non far scendere in campo i suoi uomini affaticati - e l'astuzia del comandante corrobor poi la sua decisione sfruttando i presagi di un'eclisse di luna. Al contrario si preferiva perdonare, anzi rendere grazie a un comandante come il Terenzio Varrone di Canne perch non aveva disperato della salvezza della repubblica, lo stesso uomo che con la sua tattica a dir poco avventata aveva trascinato Roma nella sconfitta pi disastrosa della sua storia.
Emilio Paolo e Varrone: doppio comando?
Il discorso tuttavia non  completo. Lo stretto legame tra la politica e l'esercito nella formazione e nel reclutamento delle legioni ha delle conseguenze, e finisce per riguardare anche le sorti di Canne.
In primo luogo riguarda il comando, e lo verifichiamo proprio nel caso dei consoli Emilio Paolo e Terenzio Varrone.
A partire dalla storiografia antica si sono scritti fiumi di parole sul fatto che i consoli di quel cruciale anno 216 non potessero essere pi diversi oppure su chi fosse il responsabile della sconfitta, attribuita totalmente al secondo, come pure sono ricorrenti le accuse rivolte ai Romani di combattere secondo modalit in parte ancora arcaiche e rituali.
Questo per certi aspetti  vero. Il sistema del doppio comando romano per il quale nessuno dei due consoli aveva un'autorit superiore all'altro era effettivamente poco funzionale perch rispondeva a un compromesso tra il ruolo sacrale e magico del re primitivo e la necessit politica di ripartire e far ruotare il potere tra le famiglie aristocratiche dalle quali i re erano stati cacciati; se, com'era la norma nel terzo secolo, gli eserciti consolari erano due e agivano in teatri diversi, le cose potevano funzionare, ma quando, come a Canne, la repubblica si produceva in uno sforzo massimo, allora bisognava affidare tutti i fasci littori, il simbolo del potere di provenienza etrusca, a uno solo dei due magistrati, e anzi la rotazione di questo imperium maius non era mensile come in tempo di pace, bens giornaliera. E se poi i due consoli erano di estrazione, formazione e idee diverse era un guaio. C'era il rischio banale che si mettessero a litigare gi prima della battaglia. Secondo la tradizione  esattamente quello che avviene a Canne. Una tradizione che Livio (XXII, 44) accoglie alimentando definitivamente il mito della discordia:
In conseguenza di ci [delle provocazioni bellicose dei Punici] negli accampamenti romani si accendevano di nuovo e le ribellioni dei soldati e le discordie fra i due consoli, quando Paolo rinfacciava a Varrone l'avventatezza di Sempronio e di Flaminio, mentre Varrone opponeva Fabio come esempio ben noto a comandanti pigri e codardi. Chiamava poi a testimoni gli dei e gli uomini che egli non aveva nessuna colpa se Annibale aveva occupato l'Italia come una terra propria; egli, al contrario, era costretto e trattenuto dal collega, mentre si portavano via le armi e gli strumenti di guerra ai soldati che, pieni di sdegno contro il nemico, bramavano di combattere. Emilio Paolo, al contrario, affermava di ritenere s esente da ogni colpa qualora accadesse qualche triste evento alle legioni abbandonate e gettate in preda a una sconsiderata e incauta battaglia...
L. Emilio Paolo apparteneva alla famiglia che aveva avuto un ruolo di grande importanza nel governo dello stato nel periodo tra le due guerre puniche. Gi console nel 219 e buon comandante militare sul fronte illirico, aveva fatto parte dell'ambasceria che si era recata a Cartagine per lanciare un ultimatum al nemico e saggiare le ultime possibilit di rinviare la guerra, qualora avessero consegnato Annibale, colpevole di aver assalito Sagunto. La sua parte politica era favorevole alla guerra e la relazione con gli Scipioni - il futuro Africano ne aveva sposato la figlia Emilia - lo conferma. Le fonti antiche invece sottolineano piuttosto il rapporto con i Fabi e la politica di moderazione che viene loro attribuita. Tito Livio riporta un colloquio tra il Temporeggiatore ed Emilio Paolo che sembra fatto apposta per distinguere agli occhi dei lettori l'atteggiamento saggio e prudente di parte del senato - certo che uno scontro aperto si sarebbe trasformato in un disastro - da quello demagogico dell'altro console. Il comportamento prudente e la condotta eroica nella battaglia, la morte gloriosa con il rifiuto di abbandonare i suoi uomini contribuiscono comunque a farne un modello e a costruire la figura del perfetto esponente della nobilt romana.
Varrone invece  l'uomo nuovo, che grazie soprattutto alla sua eloquenza e alla sua spregiudicatezza - armi peraltro spuntate contro Annibale - era giunto alla massima carica di Roma a spese di uomini nobilissimi. Questo figlio di un ricco beccaio, che forse si era lui stesso sporcato le mani nel lavoro disonorevole del padre, era riuscito a scalzare il dittatore Fabio Massimo ed era stato votato dalla plebe, della quale si era erto a difensore, dopo elezioni confuse e affrettate. Prometteva di concludere la guerra il giorno stesso in cui avesse incontrato il nemico. Promessa vana e troppo audace. Come scrive Livio (XXII, 38), Emilio Paolo, nell'unico discorso tenuto prima di partire da Roma,
si meravigliava che un capitano, prima di conoscere l'esercito suo e quello del nemico, la posizione dei luoghi, la natura della regione, gi sin d'ora, mentre era semplice cittadino di Roma, sapesse che cosa gli sarebbe toccato fare quando fosse stato a capo di un esercito in armi, e potesse perfino presagire il giorno nel quale si sarebbe scontrato con il nemico in battaglia campale.
In misura minore questo schema della coppia di consoli in aperto contrasto  ripetuto per gli anni 218 (P. Cornelio Scipione e Ti. Sempronio Longo), 217 (C. Flaminio Nepote/M. Atilio Regolo, suo sostituto, e Cn. Servilio Gemino), 216 (L. Emilio Paolo e G. Terenzio Varrone), pi il dittatore - sempre del 217 - Q. Fabio Massimo con il suo vice, il magister equitum M. Minucio Rufo.
Ma  da tempo che gli storici hanno denunciato la rigidit di questo schema - con l'homo novus opposto a un esponente della nobilt ricca patrizio-plebea che dominava lo stato da pi di un secolo - come una retrodatazione e duplicazione da parte degli antichi dello scontro tra i partiti degli optimates e dei populares nell'et successiva a quella dei Gracchi.
Questo contrasto  stato ripreso dalla ricerca moderna la quale, sulla base di studi fondati sulle parentele e le alleanze famigliari, ha insistito sulla presenza a Roma di gruppi politici antagonisti con politiche e concezioni della guerra e della strategia diverse. Da un lato un partito di agrari con interessi rivolti soprattutto alla colonizzazione nelle fertili terre della Pianura Padana e quindi fautore di una politica di moderazione sul fronte dell'espansione oltremare. Raccolti intorno alla famiglia dei Fabi, questi uomini avevano da tempo contatti e amicizie tra la classe dirigente di Cartagine e forse non erano estranei alla ragionevolezza delle condizioni di pace alla fine della prima guerra punica come pure all'invio di aiuti alla citt durante le fasi pi critiche della rivolta dei mercenari.
L'altro partito sarebbe quello che si raccoglieva intorno agli Emili e agli Scipioni, e che era alimentato da rapporti e clientele con i ceti e le aristocrazie mercantili e legate al denaro, di Roma ma anche dell'Italia, interessati all'espansione mediterranea. Si tratta dello stesso partito che gi all'inizio della prima guerra punica aveva superato le incertezze del senato e dei comizi: allora famiglie come i Claudi, gli Otacili e gli Atili avevano spinto perch l'aiuto concesso ai Mamertini di Messina diventasse il casus belli del conflitto, ora costoro si opponevano alle conquiste nell'Italia settentrionale e rendendosi conto del pericolo di una rivincita cartaginese volevano lo scontro aperto.
L'esistenza di queste due politiche sostenute da ceti con interessi contrapposti spiegherebbe non solo l'iniziale lentezza di riflessi di fronte alla strategia annibalica dell'invasione dal nord, ma anche la lunga oscillazione tra una tattica pi realistica di contenimento (quella di Fabio Massimo scambiata per ambiguit politica o peggio per vigliaccheria) e una pi aggressiva (Varrone).
Ci  vero solo in parte.
Alle spalle di una strategia
La strategia romana nella seconda guerra punica non  cos incerta come sembra a prima vista, e la classe dirigente ebbe ben chiaro fin dall'inizio che la guerra era uno scontro tra due potenze per il dominio del Mediterraneo e si doveva svolgere su pi teatri di guerra: truppe furono inviate in Spagna nonostante Annibale fosse gi alle porte dell'Italia e nelle prime fasi si progett perfino un'invasione dell'Africa. Fu il senato ad assicurare questa visione globale nella direzione della guerra e fu il senato che suppl, per cos dire, con le sue competenze collettive e con la sapiente iterazione dei comandi militari a quella mancanza di unit nel comando che abbiamo lamentato sopra. Il senatoconsulto annuale sulle armate, con il quale il senato completava un editto del console in carica che promuoveva la leva, il pi delle volte integrava e distribuiva le legioni esistenti e presupponeva la conoscenza della condizione dei contingenti e dei loro effettivi, la loro ripartizione e soprattutto i costi finanziari del loro armamento.
La realt dunque  che nelle questioni di fondo non si vede contrasto in seno alla curia, oppure tra il ceto dirigente e il popolo. Le divisioni e la rivalit, pure esistenti, tra le fazioni e i gruppi famigliari erano senz'altro strutturali a un'aristocrazia all'interno della quale si conduceva costantemente una serrata competizione per le cariche pubbliche.
Le divergenze non erano il riflesso di interessi economici diversi - di fatto il ceto politico ambiva a potere e ricchezza ancora nelle forme tradizionali, bono more - e comunque il senato giungeva sempre alla composizione dei conflitti; non c' nulla nel terzo secolo e nemmeno durante la crisi determinata dall'andamento della guerra annibalica di lontanamente paragonabile a quanto avverr a Roma dai Gracchi in poi. Lo testimoniano i sacrifici che il senato impose in prima persona ai ceti abbienti dopo la sconfitta di Canne e che furono accettati in una situazione di generale consenso - leggi per il contenimento del lusso, svalutazione, innalzamento del tributo, prestiti forzosi, versamenti di metalli preziosi allo stato. Lo testimonia soprattutto un fatto particolare. Nel 216 si tratt di sostituire i 177 senatori che erano morti nei primi tre anni di guerra; venne scelto come dittatore con questo compito specifico Fabio Buteone, il quale oper una lectio (cooptazione) dei senatori mancanti attingendo non solo tra gli ex magistrati, ma anche tra i soldati meritevoli che avevano riportato le spoglie di un nemico o meritato una onorificenza. Ora, a dimostrazione dell'equilibrio e dell'unit di intenti del corpo, questa nuova scelta di oltre la met dei suoi membri non produsse alcun mutamento nelle linee direttrici della politica della classe dirigente romana e, per quel che ci interessa, nessun mutamento nella concezione della guerra e della maniera di combatterla.
Questa condizione comporta un costante consenso popolare, ma anche una certa autonomia di decisione da parte del popolo stesso. Non solo infatti i cittadini votavano nelle assemblee i loro futuri comandanti, ma potevano costantemente alternare a consoli provenienti dalla nobilt dei consoli che rispondevano ai loro interessi. Del resto, come gi abbiamo ricordato, erano stati i comizi a rifiutare la prima bozza della pace tra Cartagine e Roma dopo la prima guerra punica, e saranno ancora i comizi che nel 200 rifiuteranno di scendere in guerra contro la Macedonia per la decisa opposizione della plebe a un nuovo conflitto.
L'inganno controverso
Ritorniamo sul campo. A questo punto della battaglia, per Livio, l'inferiorit dei Romani non  determinata solo dalla stanchezza. Aprendo una parentesi nel racconto della fase decisiva della battaglia, lo storico non si esime dal fare propaganda, denunciando un episodio di fraudolenza punica (punica fraus). Secondo il resoconto liviano sull'ala sinistra dello schieramento romano lo scontro fra cavallerie aveva avuto un inizio fiacco, ma segnato da un episodio significativo: la finta diserzione di 500 cavalieri numidi. Costoro, dopo avere nascosto delle spade di riserva sotto le corazze, si sarebbero avvicinati alle schiere romane gettando ai loro piedi le spade d'ordinanza, gli scudi e le armi da lancio. Ingenui nel nativo rispetto della fides in guerra, i Romani li accolgono fiduciosi e dicono loro di prendere posto dietro la linea di combattimento. Dopo avere obbedito disciplinatamente all'ordine, i Numidi dapprima lasciano che l'attenzione dei romani si allontani da loro, e poi attaccano alle spalle fanti e cavalieri nemici; e ne fanno strage, ferendoli al dorso e tagliando i garretti dei cavalieri, ma soprattutto seminano paura e tumulto.
Anche se Livio  il primo a parlare di questo episodio, nessuno  in grado di escludere che esso abbia avuto veramente luogo: tuttavia ai moderni storici  apparso cos posticcio e in ogni caso privo di effettiva rilevanza militare. A onor del vero, neanche Livio mostra di ritenerlo decisivo; il suo sembra piuttosto l'atteggiamento del tifoso di calcio protestatario per partito preso che, dopo la sconfitta della sua squadra preferita, grida al complotto perch l'arbitro ha invertito una rimessa laterale. O la routine faziosa dello storico-patriota che esalta la lealt dei suoi connazionali contro la doppiezza nemica. Insomma, se ripensiamo alle parole che Polibio aveva messo in bocca a Emilio Paolo nel discorso prima della battaglia (tutto gioca a nostro favore), sembra che Livio si senta in dovere di far rientrare un po' di perfidia punica dalla porta di servizio.

2. Nella tempesta di Canne.

E Runcisvalle pareva un tegame dove fussi di sangue un gran mortito, di capi e di peducci e d'altro ossame un certo guazzabuglio ribollito, che pareva d'inferno il bulicame che innanzi a Nesso non fusse sparito; e 'l vento par certi sprazzi avviluppi di sangue in aria con nodi e con gruppi.
Luigi Pulci, Morgante.

Ammettendo la veridicit dell'episodio raccontato da Livio, il tradimento dei 500 Numidi ha creato scompiglio nelle retrovie dello schieramento romano. Ma, in ogni caso, ben altro sta accadendo alle spalle delle legioni. Se fin qui l'ala dei cavalieri numidi non era riuscita a prendere il sopravvento sulla cavalleria alleata dei Romani, adesso sono i cavalieri di Asdrubale che, abbandonato l'inseguimento delle truppe montate cittadine, le vengono decisivamente in aiuto. Ritorniamo al racconto di Polibio (III, 116):
I Numidi dell'ala destra, attaccando i cavalieri avversari schierati sul fianco sinistro, non inflissero n subirono gravi perdite, dato il loro particolare modo di combattere, ma immobilizzarono i nemici, distraendoli e attaccandoli da ogni parte. Quando per i soldati di Asdrubale [cio i cavalieri iberici e celti], fatta strage dei cavalieri che erano lungo il fiume, tranne pochissimi, vennero in aiuto ai Numidi dall'ala sinistra, la cavalleria alleata dei Romani, prevedendo il loro assalto, ripieg e retrocedette. Asdrubale ha fama di aver agito in questa occasione con molta abilit e prudenza: vedendo infatti che i Numidi erano numerosi, pieni di ardore e molto temibili per un nemico che gi aveva cominciato a ripiegare, assegn loro il compito di inseguire i fuggiaschi e condusse i suoi squadroni l dove ardeva la battaglia tra le fanterie, con lo scopo di venire in aiuto dei Libici. Attaccate dunque alle spalle le legioni romane, rivolgendo successive puntate contro le varie schiere contemporaneamente in molti luoghi, rinfranc i Libici, indebol, invece, e avvil mortalmente i Romani.
Dunque ora le legioni sono assalite anche alle spalle. Dalla cavalleria, forse aiutata - ma in questo caso, si tratta solo di una congettura moderna - da reparti leggeri che hanno sfruttato la loro velocit per compiere l'accerchiamento. Su questa fase Livio (XXII, 48)  pi sintetico, ma torna nuovamente sul fattore stanchezza. Con un elemento nuovo, per: questa volta, lo sfinimento  attribuito alle truppe annibaliche; ma pi che di guerrieri, sembra uno sfinimento di carnefici da abbattitoio o da mattanza:
Poich nell'ala destra romana vi erano terrore e fuga, mentre al centro la fanteria, stanca della lunga battaglia, aveva ormai perduto ogni speranza di successo, Asdrubale che comandava in questa zona le truppe cartaginesi richiam nel mezzo della battaglia i Numidi poich il combattimento illanguidiva e li mand a inseguire qua e l i fuggitivi. Aggreg i cavalieri galli e spagnoli alla fanteria africana, ormai quasi pi stanca per la strage compiuta che per la fatica del combattere.
La stanchezza di uccidere all'arma bianca, dunque: con la forza dei muscoli. Certo, questo  un aspetto comune nell'esperienza campale del mondo antico - per qui il macabro lavoro  insolitamente tanto. La battaglia ormai sta cambiando volto, tra i morti che si accumulano, i movimenti sempre pi faticosi dei vivi, il sangue che ricopre i feriti e i cadaveri ma anche, orridamente, i volti, le braccia e ogni parte del corpo degli uccisori. Si era detto dei sacrifici di prigionieri che seguivano le guerre pi o meno ritualizzate degli Aztechi. Ebbene, sembra che nel 1487 dopo una serie di campagne vittoriose ai danni di altri popoli mesoamericani (repressione di una rivolta degli Huaxtechi; sottomissione degli Zapotechi) il grande imperatore guerriero Ahuitzotl, in occasione dell'ennesima consacrazione della Grande piramide di Tenochtitlan (in spagnolo Tempio mayor) in onore del dio della guerra Huitzilopochtli e del dio della pioggia Tlaloc, mandasse a morte oltre 80 000 prigionieri catturati. A onor del vero, i calcoli delle vittime oscillano paurosamente: c' chi scende a 20 000 (in verit la cifra pi ricorrente nelle ricostruzioni) e chi addirittura a sole 3000 (si sarebbe trattato in ogni caso dello stesso numero di morti degli attacchi al World Trade Center dell'11 settembre 2001). Durante i quattro giorni dell'interminabile cerimonia i carnefici dovettero avvicendarsi ai tavoli su cui strappavano il cuore alle vittime - quindi scaraventate gi dalla piramide - per mantenere il ritmo delle uccisioni senza stramazzare a loro volta esausti.
Nel racconto di Livio, adesso Canne sembra diventata qualcosa di simile a quel rito inconcepibile. Non pi scontro fra armate, ma sacrificio in massa dei vinti ai vincitori: trasformati, questi ultimi, da combattenti in boia; e i primi in vittime rassegnate e impotenti. In luogo dell'ordine funereo con cui le vittime salivano i gradini dei templi, nella piana dell'Ofanto turbina una specie di sabba della morte, un calderone infernale. La macabra ironia di Luigi Pulci che nel Morgante racconta come il campo di Roncisvalle, durante la battaglia contro i Mori in cui cade il conte Orlando, assomigli a un tegame che contiene un pasticcio di sangue, teste e arti, ci appare qui pi che mai efficace - oltre a costituire un singolare caso letterario di veduta aerea di una battaglia.
Fine del console e rotta dei Romani
Ma - un altro paradosso di Canne - anche se le sorti del fatto d'armi non sono pi in discussione, i suoi tempi saranno ancora lunghi, lunghissimi: rimane troppa gente da ammazzare con mezzi, in fondo, assai rudimentali. Su un totale di forse otto ore di battaglia,  probabile che il massacro ne occupi la gran parte: sei ore, secondo una ragionevole congettura. Inoltre non dobbiamo dimenticare che, se la giornata  persa, molti soldati romani - nel caos inenarrabile che regna attorno a loro - non lo sanno ancora.  sicuro, anzi, che migliaia di legionari non abbiano ancora visto nemmeno un nemico - non si dica fatto il gesto di affondare la spada. I reparti si stringono attorno ai comandanti, la rotta non  parimenti rovinosa in tutti i settori dell'esercito.
Ma dove sono i consoli? Sia nel resoconto di Livio sia in quello di Polibio a questo punto Emilio Paolo  ancora vivo, bench ferito da un colpo di fionda fin dalle fasi iniziali della battaglia; e fra la polvere e la confusione si  via via reso conto che le sorti di Canne saranno s decise dallo scontro tra fanterie pesanti, come lui e il collega Varrone avevano previsto e preordinato; ma l'andamento dello scontro  peggiore di qualunque incubo possa averli turbati nelle ultime notti. Abbiamo visto Emilio Paolo spostarsi a cavallo dall'ala destra al centro, cercando la partecipazione alla zuffa in prima linea. Questo almeno ci ha detto Tito Livio (XXII, 49): ma non dimentichiamo che Livio sta creando una figura eroica per i posteri. In ogni modo, stando alle fonti antiche, adesso con la sorte dell'esercito romano precipita anche la sorte del console pi valoroso.
Tutti quanti furono sbaragliati; quelli che potevano cercavano di riprendere il cavallo per fuggire. Il tribuno dei soldati Cn. Lentulo passando a cavallo scorse seduto sopra un sasso il console Paolo Emilio ricoperto di sangue: O Lucio Emilio, disse, tu che gli dei devono considerare il solo che non ha colpa della catastrofe di oggi, prendi questo cavallo! Mentre ancora ti restano un po' di forze, io ti posso prendere su con me e difendere. Non rendere funesta questa battaglia con la morte del console; anche senza di ci ce n' abbastanza di lacrime e lutti. A lui rispose il console: Tu, o Cn. Cornelio, fai bene a darti coraggio; ma guardati dallo sciupare in vane commiserazioni il pochissimo tempo che ti rimane per fuggire dalle mani del nemico. Vattene e avverti pubblicamente il senato che fortifichi la citt di Roma, e, prima che giunga il nemico vincitore, la rinforzi con dei presidi; privatamente di' poi a Fabio che Emilio  vissuto fino a oggi memore dei suoi precetti.
Ma mentre Emilio e Lentulo sono impegnati in questo nobile - e senz'altro retoricamente artefatto - colloquio estremo, secondo Livio il disastro di Canne ha un nuovo sviluppo: uno sviluppo ormai irreparabile. I due comandanti romani vengono travolti dalla massa di concittadini in fuga. Dunque il cerchio delle truppe annibaliche si  aperto in qualche punto, per lasciare uscire i legionari in preda al disordine e al panico. La battaglia di annientamento ha trovato l'unico sbocco logico che una guerra antica pu riservarle. Non  possibile distruggere la massa delle legioni per stritolamento - n a raffiche di dardi, di giavellotti e pietre. Qui sar necessario permettere che i legionari fuggano, che il quadrilatero si sciolga in fili e correnti.  in questo accerchiamento completo, ma spugnoso e penetrabile che, secondo Livio, Emilio Paolo cade fra i suoi uomini. E Polibio (III, 116) gli dedica l'elogio che si merita un nobile soldato:
In questo frangente Lucio Emilio, colpito da molte parti, mor in battaglia, dopo aver compiuto pi di ogni altro il suo dovere verso la patria per tutta la sua vita e fino agli estremi.
Il console  caduto; la battaglia  gi una catastrofe. Sappiamo dalle fonti che a Canne gli scontri si protraggono fino a sera, ma dal punto di vista di uno storico militare il fatto d'armi  deciso nel momento in cui le fanterie libiche hanno operato con successo la conversione sui fianchi romani. Poi la sorte delle legioni  segnata. Tale  ormai la loro impotenza a resistere, che la battaglia sembra trasformarsi in un'entit mostruosa e viva di vita propria, simile a una calamit naturale. Davanti allo scenario immaginato di Canne  difficile sottrarsi alla medesima suggestione. Investiti dai colpi (raffiche di proiettili; zoccoli di cavalli, lame e punte), i soldati romani e italici demoralizzati, isolati, sbandati o gi fuggiaschi non possono opporre molta pi resistenza degli abitanti di Pompei, Stabia ed Ercolano quasi tre secoli dopo, sotto la pioggia di cenere, lapilli o frane piroclastiche (le nubi ardenti miste di gas, cenere e vapor acqueo) che si abbattevano dal Vesuvio.
E veramente, se torniamo a guardare il campo dall'alto, la vista sembra quella di un ciclone: l'occhio delle legioni defluisce dal vortice in ogni direzione, facendosi sempre pi piccolo e insanguinato. Per i Romani Canne  stata come una tempesta perfetta: cio, nel gergo della meteorologia, il rarissimo fenomeno di un uragano che colpisce il punto pi vulnerabile di una regione provocando i danni pi gravi immaginabili in relazione alla sua forza. Affinch questo si verifichi sono necessarie delle coincidenze, degli agenti catalizzatori di estrema potenza.
Per l'eco emotiva che suscitarono e il rilievo dato loro dagli storici le pi gravi sconfitte subite dagli eserciti di Roma antica in singole battaglie furono appunto quella patita a Canne nel 216 a.C., quella di Crasso contro i Parti a Carre (53 a.C.), quella di Varo contro i Germani nella selva di Teutoburgo (9 d.C.) e quella dell'imperatore Valente a Adrianopoli contro i Goti di Fritigerno (378 d.C.). Quattro disfatte seminate in sei secoli di storia, fra centinaia di campagne segnate da molti successi e rari rovesci. A Carre e a Adrianopoli i comandi romani commisero senz'altro gravi errori nella scelta dei tempi e del terreno, ma avevano di fronte avversari che, grosso modo, li equivalevano sia nel numero sia nella perizia militare. Invece Canne e Teutoburgo sono le sconfitte impossibili. Sull'Ofanto, il pi grande esercito mai messo in campo dalla repubblica viene annientato da un nemico raccogliticcio, inferiore di numero e gi reduce da una serie sfiancante di battaglie. A Teutoburgo il capo dei Cherusci Arminio, un principe germanico geniale e cosmopolita, inganna il legato di Augusto di Germania, Quintilio Varo, tendendo un'imboscata al suo esercito in marcia e sterminandolo. Tre legioni perfettamente addestrate ed efficienti vengono annichilite da un esercito di barbari eterogeneo e litigioso, tenuto insieme per miracolo fra mille rivalit tribali, famigliari e di clan.
Nella storia militare di Roma, Canne e Teutoburgo sono probabilmente le uniche due tempeste perfette. I catalizzatori capaci di volgere tutte le circostanze a danno dei Romani nel modo pi coerente e distruttivo sono i due generali che li affrontano. Nella sconfitta di Varo, la tempesta ci fu veramente: piogge autunnali, frane e acquitrini, esondazioni di torrenti e cadute di alberi che frenarono e impastoiarono le legioni mentre i Germani sferravano i loro attacchi. In questa cornice Arminio pu apparire un signore quasi soprannaturale delle armi e degli elementi: un dio germanico della guerra e del tuono, come Thor. Per Annibale il gioco  pi rarefatto, quasi intellettuale: niente agenti atmosferici, ma una cruda visione di spazi e tempi, spinte e controspinte.
Dopo l'ultimo sguardo dall'alto alla strage che si sta consumando, scendiamo per un'ultima volta anche pi in basso, fra gli uomini che uccidono e che perdono la vita. I ragguagli di Polibio e di Livio su quest'ultima fase sono succinti, gi proiettati dopo poche righe verso gli avvenimenti successivi. Ma si sa che la Storia si ripete. Sicuramente lo sapeva Edward Gibbon (1737-1794), il grande storico inglese autore di Declino e caduta dell'impero romano: il quale, a un certo punto, per raccontare una battaglia del terzo secolo prende in prestito da Tacito la descrizione di uno scontro di duecento anni prima, avvenuto durante la spedizione punitiva di Germanico (tra parentesi, proprio ai danni di Arminio e delle trib autrici della disfatta di Varo).
Noi invece useremo un passo di Ammiano Marcellino (XXXI, 13) relativo alla sconfitta di Adrianopoli. Non tanto perch Ammiano la definisce la pi grande sconfitta - come sempre, pi grande dopo Canne - mai patita dai Romani. Abbiamo gi parlato di quella giornata infausta in cui insieme all'armata di Valente va distrutta, in pratica senza rimedio, la capacit di Roma di difendere militarmente i propri confini dalle invasioni dei barbari. Dopo una serie di fasi tattiche decisamente pi confuse e fortuite della precisa sequenza attivata da Annibale, nel finale Adrianopoli sembra corrispondere in modo impressionante all'immagine del campo di Canne nell'ultima fase della battaglia come  lecito ricostruirla oggi:
Rimasero saldi in piedi i fanti privi di protezione, a manipoli cos concatenati fra loro che a fatica qualcuno poteva sguainare la spada oppure tirare indietro la mano. Per l'ostacolo costituito dalla polvere levatasi, il cielo non si mostrava alla vista, ma rimbombava di clamori terrificanti [...] Nel tumulto tanto grande di una situazione cos confusa i fanti (sfiniti per la fatica e i pericoli corsi) poich progressivamente non avevan pi forze fisiche n capacit di prendere decisioni e dovevano accontentarsi di sguainare le spade (una volta spezzata la maggior parte delle lance per i continui colpi inflitti), si immergevano nelle torme ammucchiate dei nemici senza pensare alla propria vita e vedendo come ogni possibilit di uscire di l era stata eliminata. La terra coperta di rivi di sangue provocava scivoloni se si cercava di muovere il passo: si sforzavano quindi in tutti i modi di spendere non invendicata la loro vita e con tale forza d'animo si opponevano ai barbari su di loro incombenti, che certuni morirono a causa anche di armi da lancio romane. L'aspetto nero del sangue confondeva tutto: dovunque gli occhi si erano vlti, ecco che senza risparmio si calpestavano cadaveri (di morti ce n'erano cataste ammucchiate).
Per gli uomini delle legioni e delle truppe alleate, dunque,  il momento in cui continuare a combattere pu significare soltanto la morte. Il poeta Silio Italico racconta la battaglia nel suo poema Le guerre puniche, ispirato all'Eneide. Dopo aver attribuito il crollo delle schiere romane alla morte dell'eroico comandante Emilio Paolo, Silio si addentra a rappresentare la strage attraverso un catalogo delle popolazioni italiche alleate di Roma che vi sono coinvolte. E ancora un altro modo di osservare il campo: non dal cielo, n con gli occhi degli individui che feriscono e vengono feriti, ma attraverso i legami che li uniscono e il vuoto che lasceranno nelle loro comunit:
La speranza e il coraggio degli Itali caddero col console,
l'esercito, come un tronco privo del capo, da armi feroci
 abbattuto e trionfante l'Africa impazza sul campo.
Ecco cade la schiera picena, qui l'Umbro valoroso,
l la giovent dei Sicani, e poi la torma degli Ernici.
Sparse giacciono le insegne, che portarono il bellicoso
Sannita, le genti del Sarno e le coorti dei Marsi.
Trafitti gli scudi, gli elmi e l'inutile ferro,
e infrante altre armi spezzate dall'urto, e freni
schiumanti strappati dalla bocca dei corsieri animosi.
L'Aufido rosso di sangue riversa sul piano le tumide
onde e furioso rende i corpi alle rive (X, 309-20).
Ritorniamo a Polibio. Lo storico di origine greca ci aveva detto che i Romani alla fine caddero sul posto tutti.  una frase lapidaria, che richiama alla mente il famoso epitaffio di Simonide per i caduti alle Termopili: Vai, o viandante, e riferisci a Sparta che qui morimmo in obbedienza alle sue leggi. Ma  anche una frase molto generica. In realt,  poi lo stesso Polibio (III, 116) a distinguere fra caduti e superstiti. Prima di tutto sottolineando le diverse sorti dei consoli:
Alcuni pochi scamparono a Venosa, fra gli altri il console romano Gaio Terenzio, uomo di animo ignobile, che durante il suo periodo di governo nulla aveva saputo compiere di vantaggioso per la patria.
Se Polibio scolpisce con durezza gli opposti giudizi sui due consoli, Livio (XXII, 49) non censura apertamente Varrone, ma lo fa figurare, in contrasto con il collega-eroe, come un piccolo uomo accorto nella fuga:
L'altro console, Varrone, che sia per caso, sia per prudenza, non si era mescolato ad alcuna folla di fuggitivi, si rifugi a Venosa con circa cinquanta cavalieri.
Morte, fuga, o resa a discrezione.
Livio, che scrive un secolo e mezzo pi tardi di Polibio, non mostra troppo riguardo nel parlare esplicitamente di un cedimento diffuso e completo dell'esercito romano (Allora da ogni parte cominci una fuga disordinata). Dunque, la maggioranza dei soldati avrebbe ceduto allo scompiglio, dandosi alla fuga e contravvenendo cos agli obblighi della virtus. Probabilmente, molti anche abbandonando disonorevolmente le armi. In effetti, e malgrado gli imperativi sociali del coraggio guerriero, negli eserciti antichi il pericolo di sfaldamento dei ranghi in situazioni di caos e di angoscia era sempre elevato; e la trasformazione di una ritirata in rotta quando la catena di comando veniva compromessa era quasi una regola. Sembra una contraddizione, ma non lo : resistere bravamente a pi fermo  una cosa, ripiegare con ordine  ben altro. D'altronde, il rito della bella morte in battaglia poteva anche venire celebrato individualmente o collettivamente, nell'assalto come in una resistenza disperata: ma la realt  che in un grande esercito come quello di Canne la maggioranza dei combattenti, anche giovani, guardava ammirata all'esempio dei colleghi e superiori pi arditi, ma aveva come primo desiderio quello di salvarsi la vita.
Per tornare alle nostre fonti antiche,  vero che fra Polibio e Livio corrono differenze consistenti nel calcolo di chi mor e chi si salv a Canne. Tuttavia per entrambi i narratori la contrapposizione fra la condotta di Emilio e quella di Varrone sottintende il principio per cui tra i doveri del soldato vige quello di morire al proprio posto. Abbiamo gi visto che a Roma, come nella Grecia oplitica, questo ethos era fortissimo - e che per i Romani aveva la duplice funzione di inibire la fuga, ma anche gli assalti furiosi e dissennati.
Una bella morte garantiva comunque l'onore delle armi anche ai poco di buono o ai nemici della patria: ce lo conferma un noto passo di Sallustio alla fine della Congiura di Catilina (cap. 61):
Terminata la battaglia, allora avresti veduto davvero quanta audacia e forza d'animo fossero state nell'esercito di Catilina. Infatti quel luogo che ognuno da vivo aveva occupato lottando, ora, perduta la vita, lo ricopriva con il suo cadavere. Pochi del centro, poi, che la coorte pretoria aveva disperso, giacevano un po' pi lontano, ma tutti nondimeno colpiti di fronte. Catilina fu trovato lontano dai suoi, tra i cadaveri dei nemici, respirava ancora appena, recando impressa in volto la fierezza d'animo che aveva avuto da vivo. Infine, di tutta questa armata, nessun libero cittadino fu catturato in battaglia o in fuga: a tal punto ciascuno aveva risparmiato la sua vita al pari di quella del nemico.
Viene da dire che la forte suggestione retorica del valore di cadere al proprio posto sia universale, ma in realt essa  diffusa in maniera tutt'altro che omogenea nelle epoche e nelle culture. Di ci i Romani fecero esperienza pi volte, e anche con modalit assai pi radicali del cedimento centrale elaborato da Amilcare come uno stratagemma di scuola greca, e perfezionato a Canne dal figlio Annibale. Nella Vita di Crasso, Plutarco racconta la battaglia di Carre; dal confronto fra le diverse tattiche dei Romani e dei Parti emerge un evidente contrasto fra etiche militari:
I Parti, tenendosi distanti, cominciarono a bersagliare i Romani da lontano e da tutte le direzioni simultaneamente, senza curarsi della precisione del tiro: infatti la formazione romana era cos fitta, che nemmeno a volerlo si poteva mancare il bersaglio [...] In breve la posizione dei Romani divenne critica. Rimanendo fermi nelle schiere, continuavano a essere feriti in massa; tentando lo scontro corpo a corpo non ottenevano nulla ugualmente e subivano ugualmente, poich i Parti si sottraevano con la fuga continuando a colpire, e questo fanno meglio di tutti, dopo gli Sciti: cosa abilissima, questa, di combattere e intanto salvarsi, e di togliere alla fuga il disonore.
Vibra quasi, nelle parole di Plutarco, l'ammirazione dell'erudito per una nuova scoperta: ma allora, sembra dirci lo storico, vi sono culture nelle quali la fuga non  un'onta, ma una parte integrante delle arti militari - uno stratagemma non pi indegno di altri, viene da concludere. Plutarco non poteva conoscere L'arte della guerra del leggendario generale cinese Sun Tzu (VI sec. a.C.), dove avrebbe trovato esposti altri principi sull'opportunit per un esercito di operare stratagemmi, fingere cedimenti e usare concetti strategici come l'attesa e finanche lo sfruttamento a proprio vantaggio della forza dell'avversario.
Ma a dispetto dei tanti adattamenti nei secoli e nei teatri di innumerevoli guerre, si pu dire che la predilezione per una prassi bellica fondata sulla forza d'impatto della fanteria pesante in formazione chiusa (o, in alcuni periodi storici, della cavalleria pesante) sulla battaglia d'urto e sulla resistenza a pi fermo rimase una costante nella storia degli eserciti occidentali, anche quando se ne manifestarono in modo rovinoso e ripetuto gli occasionali limiti. Nel tredicesimo secolo le armate ungheresi e polacche, il cui nerbo era costituito dai cavalieri corazzati di estrazione feudale, furono annientate in una serie di battaglie (decisive nel 1241 quella di Liegnitz, contro i Polacchi, e quella di Mohl contro gli Ungheresi) dagli eserciti mongoli di Gengis Khan, sotto la guida del grande Subedei, che pervennero alla conquista di quasi tutta l'Europa centrale. I Mongoli applicavano sempre la stessa tattica, efficacemente illustrata dallo storico americano Bevin Alexander:
La tattica dei Mongoli era devastante perch i soldati non entravano in contatto con i loro avversari fino a quando questi non erano disorganizzati dai lanci degli arcieri. Raramente si lasciavano trascinare in scontri con la cavalleria pesante europea, ma si ritiravano veloci a un segnale quando c'era minaccia di un simile scontro, si riorganizzavano da lontano e tornavano all'attacco del nemico di nuovo con le frecce. Ripetevano questo procedimento fino a quando il nemico era indebolito, e solo allora lanciavano una carica decisiva con la cavalleria pesante.
Non  facile cambiare un modo di combattere che  stato quasi sempre vincente, ma che soprattutto viene ideologicamente ed eticamente condiviso. Gli europei concepivano la ritirata, ma in situazione di battaglia campale erano cos poco usi ad attirare in trappola il nemico, da cadere e ricadere nelle trappole degli altri. Invece i Mongoli si erano specializzati in un modo di combattere adatto alle grandi steppe dell'Asia (e che si dimostr altrettanto valido nelle pianure dell'Europa centrale) imparando a inseguire nel modo pi efficace e letale il nemico in fuga - proprio come i cavalieri dell'esercito punico, soprattutto i Numidi.
Tra vittorie e sconfitte, l'etica occidentale del cadere sul posto  sopravvissuta fino a oggi, esaltata dalle coloriture leggendarie ma anche dalle testimonianze - a volte deferenti, a volte esterrefatte - dei nemici. Dopo la battaglia di Isandlwana nella guerra anglo-zulu (1879), la peggiore sconfitta subita dall'esercito britannico nella storia delle guerre coloniali, un guerriero zulu raccont: Ah quei soldati rossi a Isandlwana [...] erano pochi, ma come combattevano! Cadevano gi come pietre [...] ciascun uomo al suo posto. In compatti manipoli sempre pi esigui, sotto il tiro delle armi di lancio e l'urto delle zagaglie. Come i loro colleghi di cent'anni prima contro i pellirosse. Come i ribelli di Catilina. Come quasi tutti i soldati di Emilio Paolo e Varrone a Canne.
Nelle ore interminabili della fase conclusiva dello scontro sull'Aufido dobbiamo immaginare un campo di battaglia allungato dalla rotta dei Romani verso gli accampamenti e altri luoghi di scampo (abbiamo visto come lo sprezzante Polibio indichi Venosa come meta della fuga di Varrone e dei suoi cavalieri), o semplicemente alla cieca, in cerca di un nascondiglio o di una distanza da porre fra s e gli inseguitori. Il dinamismo della fuga, quindi, contrappuntato dalla staticit di chi il senso del dovere o la malasorte ha effettivamente trattenuto a morire sul posto. E anche in questi casi, l'annientamento delle ultime formazioni chiuse dei Romani conoscer momenti di sosta e di rifiato - tanto pi snervanti per gli accerchiati prossimi alla morte, ma anche, fra gli accerchianti, per i Punici che nelle prime file devono ancora rischiare la vita in una battaglia ormai vittoriosa. Fermo restando che sicuramente, prima dell'eccidio, molti dei gruppi di resistenza si arresero anteponendo la salvezza fisica a tutto.

3. Conclusione.

E Runcisvalle era una cosa oscura;
e pensi ognun quanto dolor quel porta,
quando e' vedeva tanta gente morta.
Luigi Pulci, Morgante.

Nella sua drammatizzazione degli eventi, Livio ci narra che  la morte del console Emilio Paolo a far precipitare le sorti gi segnate della battaglia nella piana. Da ogni parte incomincia una disordinata fuga: 7000 soldati si rifugiano nell'accampamento minore, 10 000 nel maggiore, meno di 2000 nel villaggio di Canne. Una scelta che si rivela improvvida, perch il villaggio non  fortificato e i fuggiaschi vi vengono subito accerchiati dalla cavalleria cartaginese. Adesso la battaglia  davvero finita, e viene il momento della conta dei caduti. Il calcolo di Polibio (III, 117) molto probabilmente  esagerato:
Sia i vincitori sia i vinti diedero prova di grande valore, come apparve evidente dai fatti. Dei 6000 cavalieri, 70 si rifugiarono con Gaio a Venosa, circa 300 alleati si salvarono alla spicciolata nelle citt; dei fanti circa 10 000, che non avevano partecipato al combattimento, furono presi in armi sul campo di battaglia, mentre solo 3000 uomini fuggirono nelle citt vicine. Tutti gli altri, circa 70 000, morirono da valorosi: in quell'occasione come precedentemente la superiorit numerica della cavalleria diede il massimo contributo alla vittoria dei Cartaginesi. Fu dimostrato ai posteri che  meglio in guerra disporre della met dei fanti ma essere decisamente superiori nella cavalleria, piuttosto che combattere con forze del tutto pari all'avversario. Dell'esercito di Annibale caddero circa 4000 Celti, 1500 Iberi e Libici, circa 200 cavalieri.
Se le cifre di questo resoconto sembrano oggi eccessive, resta importante l'analisi tattica che lo storico greco fa seguire loro con sintetica e incisiva immediatezza. L'insegnamento di Canne  che la composizione di un esercito non deve essere sbilanciata a vantaggio dei suoi reparti pi massicci, ma al contrario privilegiare la mobilit e la velocit della cavalleria in manovra.  un'idea aperta, ellenistica del modo di fare la guerra, che nel caso di Roma viene qui propugnata post factum, quando cio Scipione Africano (sommo condottiero - e, non dimentichiamolo, iniziatore dell'egemonia politica a Roma della famiglia poi protettrice dello stesso Polibio) ha gi battuto Annibale a Zama. Ma non  un'idea destinata a trionfare nella prassi bellica romana. Al contrario: quando l'espansione dei suoi territori porter la tarda repubblica - e poi l'Impero - a confrontarsi con armate prima galliche, e quindi soprattutto germaniche, temibili per il grande numero, la forza fisica, e la ferocia negli attacchi dei loro guerrieri, l'unit strategica dell'esercito romano avr un'evoluzione apparentemente contraria. Ci sar infatti il passaggio dalla legione manipolare alla legione coortica, cio basata sull'articolazione in coorti, reparti che contavano 500-600 uomini. Perch l'evoluzione fu contraria soltanto in apparenza? Perch le coorti erano s, da una parte, meno agili e manovriere dei manipoli, ma dall'altra nel loro insieme vennero a costituire la grande unit tattica pi flessibile del mondo antico. Nel contempo, la cavalleria nell'esercito romano perse ulteriormente importanza - e se ne sarebbero visti gli effetti negativi proprio nelle campagne in Oriente, a partire da Carre, contro truppe montate pronte a colpire e disimpegnarsi in territori vastissimi.
Ma torniamo ai caduti di Canne e a Livio (XXII, 49). Le sue stime ci appaiono pi dettagliate di quelle del collega greco, oltre che pi prudenti. Questo rende gli storici attuali inclini a preferirle alle cifre fornite da Polibio:
Si dice che siano stati trucidati 45 500 soldati di fanteria, 2700 cavalieri e una quantit quasi eguale di Romani e di alleati; fra questi ambedue i questori dei consoli, L. Atilio e L. Furio Bibaculo; inoltre 29 tribuni dei soldati, alcuni consolari e gi pretori e edili, tra i quali si annoveravano Cn. Servilio e M. Minucio che, maestro della cavalleria nell'anno precedente, era stato alcuni anni prima console. Caddero, inoltre, 80 senatori o coloro che avevano esercitato quelle magistrature, in virt delle quali avevano il diritto di essere prescelti per il senato e che erano divenuti per loro volont semplici soldati nelle legioni. Si dice che in quella battaglia furono fatti prigionieri 3000 soldati di fanteria e 1500 cavalieri.
Le somme delle perdite relative alle guerre di epoche pi moderne di solito comprendono il numero dei morti e quello degli invalidi; e i numeri relativi alle singole battaglie riportano il totale come somma dei morti e dei feriti. Una simile distinzione non compare nei ragguagli su Canne delle nostre fonti antiche. Le tre categorie in cui vengono suddivise le perdite romane sono morti, fuggiaschi e prigionieri: vale, in sostanza, solo la ripartizione elementare fra chi  morto e chi  rimasto vivo. Al momento di calcolare le perdite di Annibale, poi, Polibio parla soltanto dei 4000 Galli, dei 1500 Ispani e Libi e dei 200 cavalieri morti nella battaglia. Non essendo evidentemente pertinenti a un esercito vittorioso le categorie degli arresi e dei fuggitivi, il numero di soldati annibalici che rimasero feriti pi o meno gravemente resta aperto alle ipotesi. Cos come ignoriamo quanti fra questi subirono danni fisici tali da impedire loro di riprendere le armi - definitivamente, o comunque in tempo utile per combattere nei successivi fatti d'armi della seconda guerra punica. Si tratta di una mera deduzione, ma almeno fra gli Ispani e i Libi non dovettero essere molto numerosi, poich gran parte dei veterani annibalici, sempre impavidi bench logorati dalle lunghe campagne, avrebbe combattuto ancora a Zama - quattordici anni dopo.
Per quanto riguarda i Romani, gli agonizzanti, i feriti mortalmente e gli impossibilitati a muoversi devono essere migliaia sul campo della battaglia che si  appena conclusa. Pochi di loro sfuggiranno alla morte: in realt la ragione principale per cui gli antichi storici non distinguono le perdite in morti e feriti  che per chi rimane sul campo le probabilit di sopravvivere sono irrisorie. E sarebbero scarse, in verit, anche per i feriti gravi dell'esercito vittorioso, perch a quell'epoca la medicina in genere era ancora molto primitiva: le ferite sviluppano facilmente infezione; cancrena, tetano e setticemia sono in costante agguato; e le terapie sono una scommessa. Quando un'arma (oppure un osso spezzato o sfondato della stessa vittima del colpo) lede un organo vitale, o si determina un'emorragia interna, la morte  certa. Anche le crisi cardiache da fatica mietono vittime. Saranno proprio i Romani, nei lunghi secoli della loro espansione e poi del loro impero mondiale, a sviluppare una medicina di guerra particolarmente evoluta per l'antichit. Si dice che i medici al seguito delle legioni si abituassero a trattare le ferite da arma seguendo i combattimenti fra gladiatori, e in epoca imperiale disponessero di aghi, pinze e bisturi piuttosto efficienti. Gli stessi soldati apprendevano elementari nozioni di chirurgia e pronto soccorso.
Tuttavia, il fatto che Canne venga combattuta nel periodo della media repubblica, cio quando l'assistenza medica ai feriti in battaglia non  ancora molto sofisticata, rappresenta in realt l'ultimo dei problemi per i legionari, i cavalieri e gli alleati dell'Urbe i cui corpi ancora vivi seminano il campo di battaglia. La maggioranza di questi sventurati non avr neanche il tempo di rimpiangere la mancanza di un medico; gli altri, anzich sotto un bisturi, si troveranno di nuovo sotto il ferro del nemico.
Gli orrori del giorno dopo
Polibio lascia interamente alla nostra immaginazione lo spettacolo apocalittico che doveva offrire dopo la battaglia il campo sulla piana dell'Ofanto. Secondo i suoi calcoli 70 000 fanti romani e alleati giacevano l'uno accanto all'altro, l'uno sopra l'altro, dopo essere morti al proprio posto. Tito Livio, che ama le descrizioni drammatiche e lugubri, si dilunga invece a comporre un quadro del day after di Canne autenticamente orrorifico (XXII, 51):
Il giorno dopo, all'alba, i Cartaginesi attesero a raccogliere le spoglie e a contemplare la strage, terribile anche all'occhio di un nemico.
Giacevano tante migliaia di Romani, alla rinfusa fanti e cavalieri, cos come o il caso o la battaglia o nella fuga li avevano l'un l'altro mescolati insieme. Alcuni che, coperti di sangue, tentavano di alzarsi in mezzo alla strage, risvegliati dal freddo che aveva a loro contratte le ferite, furono annientati dal nemico. Si trovarono poi altri che giacevano vivi con i femori e i garretti tagliati e che, denudando la cervice e la gola, scongiuravano che se ne traesse fuori il sangue che ancor rimaneva. Altri furono trovati con le teste affondate in una buca; appariva chiaro che essi stessi l'avevano preparata e che sotterrando il capo gettato dentro nella terra erano morti soffocati. Attir gli sguardi di tutti un Numida tratto ancor vivo con il naso e le orecchie lacerate, di sotto a un Romano morto, che non avendo pi nelle mani la forza di afferrare un'arma, dall'ira passato alla rabbia era spirato dilaniando con i denti il nemico.
Agonie atroci e prolungate; suppliche di ottenere una morte pietosa; impazzimenti; scene degne di una bolgia dantesca, fino alla ferocia antropofaga del conte Ugolino. Si pu dire che proprio a partire da Canne nasca presso gli storici romani il microgenere letterario della rappresentazione del campo dopo la disfatta. Fra gli esempi di questi autentici - e spesso magistrali - brani di letteratura horror, forse la palma del pi memorabile va a Tacito (Annali, I, 61) quando racconta l'arrivo di Germanico e dei suoi soldati sul campo, anzi nella foresta di Teutoburgo, trasformata dalla natura e dai macabri riti dei Germani vittoriosi in una specie di cupo santuario:
Sparsi intorno stavano frammenti di dardi e membra di cavalli, ai tronchi degli alberi erano poi conficcati teschi umani. Nei vicini boschi sacri si scorgevano rozzi altari, su cui i Germani avevano sacrificato i tribuni e i principali centurioni.
Dalla battaglia nella foresta erano trascorsi anni. E, in ogni caso, i cadaveri erano molto meno numerosi e dispersi in uno spazio pi ampio che a Canne. Canne  una battaglia estremamente concentrata, di saturazione come sono stati definiti i bombardamenti urbani della seconda guerra mondiale; una battaglia che lascia fiumi di sangue a essiccare, carni e visceri a putrefarsi, ossa a calcinare al sole e al vento del Mediterraneo. Cadaveri spogliati di armi, bracciali, anelli e abbandonati alla voracit degli animali-spazzini. L'impatto sull'ambiente della carneficina dovette prolungarsi per un tempo lunghissimo.
Secondo Livio, terminata la battaglia, Annibale guida i suoi all'attacco degli accampamenti romani, ottenendo la resa del minore e successivamente del maggiore - gi peraltro evacuato da gran parte dei soldati romani, che si sono rifugiati a Canosa, e consegnato dai feriti leggeri che vi sono rimasti (indeboliti e resi pusillanimi dalle piaghe). Per la sopravvivenza di un esercito in gran parte mercenario il bottino  essenziale, e subito si fissa il riscatto dei prigionieri, in genere trattati umanamente: trecento denari per un cittadino romano, duecento per un alleato, cento per uno schiavo. Non dunque sacrifici collettivi agli dei della guerra, come presso gli Aztechi, ma armi, equipaggiamento, cibo e piaceri dei sensi sono qui le funzioni della cattura dei nemici.
Il Barcide d poi ordine ai suoi soldati di compiere l'opera pietosa di seppellire almeno i propri morti. E alla fine sono 8000, sempre stando alla testimonianza di Livio, i fortissimi viri dell'armata punica che vengono radunati in una fossa comune. Ricordiamo che per lo stesso storico i morti romani sarebbero stati circa 50 000. Secondo un rapporto di un morto a sei, quindi: un rapporto quasi da guerra coloniale dell'Ottocento, quando il fuoco di fila delle fucilerie europee mieteva orde di nativi armati di scimitarra o di lancia. Invece a Canne Annibale consegu questo letale sbilanciamento delle perdite solo mediante un letale sbilanciamento tattico dell'esercito romano. Avevamo parlato delle arti marziali e in particolare del sumo, cos grottesco agli occhi degli occidentali eppure cos emblematico - nel suo fondarsi sull'equilibrio dei pesi e delle forze - di un aspetto essenziale del combattimento. La scuola militare tradizionale giapponese, del resto, teneva ben presenti le modalit e i principi della lotta individuale, applicandone i concetti anche alla battaglia fra eserciti.
Secondo le stime di Peter Brunt basate sulla demografia della penisola italica nel terzo secolo a.C., a Canne i morti dei Romani sarebbero stati circa 30 000; e lo storico inglese riduce in proporzione anche le perdite subite dai Romani nelle altre sconfitte della campagna, pervenendo comunque a una valutazione complessiva di poco inferiore ai 70 000 morti. Un ridimensionamento piuttosto drastico, e a sua volta criticato da molti studiosi in questi ultimi decenni. Ma prendiamo per buona questa cifra, di 70 000 caduti romani e alleati durante la campagna di Annibale in Italia. Che essa sia riferita a una sola battaglia, quella sull'Ofanto, o a quattro fatti d'armi precedenti, dal Ticino gi gi per la penisola; che si assommi in un'unica giornata o in due anni di campagna, rappresenta per l'Italia dell'epoca uno shock demografico di proporzioni paurose.
L'immensit del lutto.
Abbiamo visto nella seconda parte che in base ai calcoli di Brunt la popolazione maschile delle comunit italiche (a partire ovviamente da quella dei cittadini dell'Urbe) in grado di fornire soldati alle armate romane contava nel complesso circa 850 000 individui. Senza perderci in calcoli precisi quanto aleatori, viene da fare allora una considerazione abbastanza semplice. Ciascuna delle giornate di Hiroshima e Nagasaki cost al Giappone un numero di morti all'incirca dell'ordine di grandezza dei caduti romani a Canne. Ma nel 1945 il Giappone contava oltre settanta milioni di abitanti.
E allora forse  pi pertinente, oltre che ancora pi impressionante, un confronto diverso. Nel 1915 il Regno d'Italia aveva circa trentacinque milioni di abitanti, per circa la met maschi. Alla fine del 1918 la prima guerra mondiale era costata all'Italia oltre 600 000 morti. Si tratt di un terribile olocausto, che di fatto azzer ogni incremento demografico normalmente prodotto dalla robusta natalit di quegli anni; e che in particolare, fra il 1917 e il 1919, combinato ai tragici effetti dell'epidemia di influenza spagnola (circa 450 000 vittime) port il totale della popolazione italiana a diminuire di oltre 200 000 unit.
Ebbene: se partiamo dal calcolo di Brunt di 30 000 caduti nella sola giornata di Canne, il suo impatto come mortalit sulla popolazione maschile, in rapporto a un numero iniziale di 850 000, non  molto inferiore a quello impresso da tre anni e mezzo di carneficina bellica a elevata tecnologia, su di un fronte allungato dallo Stelvio fino al Carso. Se prendiamo le cifre di Livio (50 000 morti)  addirittura superiore. Accogliendo i 70 000 caduti di Polibio, saremmo di fronte alla scomparsa violenta e repentina (in un sol giorno!) di circa un decimo della popolazione maschile in grado di portare le armi: un autentico genocidio. Che resterebbe tale, seppur diluito in una ventina di mesi, anche se riferissimo la cifra - come fa Brunt - all'intera campagna annibalica combattuta fin qui. O anche se partissimo dalle stime pi abbondanti sul manpower di Roma dello stesso Polibio.
E ancora una volta le dimensioni catastrofiche di Canne ci richiamano alla mente una calamit naturale: e lo stesso pensiero si estende a tutta la vicenda delle grandi battaglie campali della Storia. Di nuovo, la tragedia: come per l'eruzione di un vulcano, o un terremoto, o il cedimento di una diga, questi eventi ci trasmettono il senso implacabile e claustrofobico dell'unit di tempo, luogo e azione: di un ristretto teatro della morte da cui  impossibile evadere. Una delle frasi pi celebri del duca di Wellington, vincitore della grandezza tattica di Napoleone,  il testo del dispaccio che invi nel giugno 1815 dopo la battaglia di Waterloo: Niente, tranne una battaglia perduta, pu essere pi triste di una battaglia vinta. C' da pensare che anche i veterani di Annibale, induriti dal mestiere verso la morte di nemici e commilitoni, non restino indifferenti alla vista del campo di Canne alla fine della mattanza. E lontano - in Gallia, nelle Spagne, nelle regioni d'Africa da cui venivano quelli che adesso sono morti - un giorno, prima o poi, una famiglia, un clan, una trib, piangeranno la perdita di uno dei loro figli.
Ma la battaglia si  combattuta in Italia. Roma  vicina: e a Roma, la nuova nefasta dell'eccidio arriva veloce e si diffonde in breve nelle strade e nei Fori. Sono voci imprecise, concitate: e soprattutto nessuno sa con certezza chi sia stato ucciso e chi si sia salvato nella rotta. Ma una cosa  sicura: l'esercito  stato distrutto. Dunque, pi o meno tutti sono morti. Dice Livio (XXII, 54) che a Roma nessuna famiglia, rappresentata nella figura domestica centrale della matrona, era esente dal lutto. E il lutto dilaga attraverso i rituali di disperazione delle donne che sciolgono le chiome e le trascinano sulla nuda terra, attraverso le grida e i lamenti. Per giunta, la notizia che in realt ci sono dei superstiti, che se non altro migliaia di scampati potranno ritornare alle loro case - e poi subito, di nuovo alle armi contro il nemico vincitore - tarda ad arrivare, e domina la confusione:
A Roma non era neppure giunta notizia che erano scampati questi avanzi di cittadini e di alleati; era stato soltanto riferito che tutto quanto l'esercito con i suoi comandanti era perito in un totale eccidio e che tutti i soldati erano stati sterminati. Entro le mura di Roma non vi era mai stato durante tutta la sua esistenza tanto spavento e scompiglio [...] I pretori P. Furio Filo e M. Pomponio convocarono il senato nella curia Ostilia per deliberare intorno alla difesa della citt. Nessuno, infatti, dubitava che, distrutti gli eserciti romani, Annibale sarebbe venuto ad assalire Roma, che era l'unica operazione di guerra che restasse da fare. I senatori non potevano in una sventura cos grande e, per di pi, nell'ignoranza di molte circostanze, prendere neppure una minima decisione, in mezzo allo strepito e al clamore delle donne che si lamentavano. Mentre non si sapeva ancora chi fossero i vivi e chi i morti, in quasi tutte le case gli uni e gli altri senza distinzione erano oggetto di pianto.
Di nuovo sentiamo risuonare tristemente gli echi di un momento storico a noi assai pi vicino: lo sterminio di giovani in armi della Grande guerra. Durante quel conflitto, in Gran Bretagna, prima che i costi in vite umane rendessero necessario ricorrere alla leva, le file di un esercito tradizionalmente professionale vennero irrobustite dall'arruolamento di decine di migliaia di volontari che andarono a costituire battaglioni di provenienza geografica estremamente omogenea. Si arruolavano insieme gruppi di amici, di parenti: e spesso anche colleghi di lavoro. Masse di dipendenti della stessa fabbrica, dello stesso cantiere navale, della stessa banca, provenienti dai medesimi quartieri urbani (o dai medesimi villaggi rurali, dai medesimi clan nel caso degli highlanders scozzesi) andavano a combattere nella stessa unit militare; e cadevano insieme, a gruppi di centinaia, durante le pi sanguinose offensive nelle Fiandre o in Francia. Cos, dopo una grande battaglia, tutte o quasi le case di una via cittadina, di un rione perfino, potevano essere ornate dei simboli del lutto.
Ora il pianto e il cordoglio dilagano per Roma tutta, per il Lazio tutto. Proviamo a immaginare se per qualunque motivo, bellico o naturale, in un qualunque paese del mondo morisse in un sol giorno quasi un decimo della popolazione maschile. E dopo concentriamo la nostra fantasia sull'eventualit che muoia nel fiore degli anni - di morte violenta - in guerra.  difficile, e forse sarebbe anche assurdo, figurarsi un'unica reazione buona per ogni contesto nazionale, tante sono le differenze di culture e comportamenti fra i vari popoli: ma  altrettanto difficile figurarsi che qualcuno possa reagire oggi come allora fecero i Romani.
Nell'Urbe nessuno, in nessun momento, propone di far pace con il nemico.
Le nostre fonti esaltano la grandezza di Roma nel frangente pi tragico. A differenza di Livio, che si dilunga sugli aspetti del lutto e del caos che fanno seguito alla disfatta, Polibio va direttamente allo sviluppo degli eventi. E ci racconta che, come se non bastasse la campagna di Annibale, nell'inverno successivo (216-215 a.C.) Roma perse un altro dei suoi eserciti. Qui lo storico di origine greca allude alle due legioni guidate dal console eletto Lucio Postumio Albino, sorprese in un'imboscata e distrutte dai Galli Boi, nella Cisalpina. Eppure, sentenzia Polibio (III, 118) in chiusura del terzo libro delle sue Storie, malgrado questa serie di rovesci militari, e malgrado una condizione di inferiorit tattica ormai conclamata,
bench infatti i Romani fossero stati allora incontestabilmente battuti e superati militarmente, grazie ai pregi della loro costituzione e alla saggezza dei loro piani, non solo ripresero il potere sull'Italia, vincendo poi i Cartaginesi, ma si impadronirono poco tempo dopo di tutta la terra abitata.
Non ci stupiamo che anche Livio, peraltro, termini il suo racconto su Canne e con esso il 22esimo libro delle sue Storie, con un'orgogliosa sottolineatura delle differenze, questa volta di civilt e umanit, fra i Romani e i Punici. Roma  in angustie, dopo la sconfitta; molti suoi alleati passano dalla parte del nemico. Tutti i Galli cisalpini e quasi tutti i Sanniti - popoli da sempre infidi e insofferenti del giogo romano -; ma anche numerose altre popolazioni dell'Italia del Sud, dalla Campania a Crotone fino a Taranto. Il senato, temendo di prosciugare l'erario, si vede costretto alla dolorosissima scelta di non riscattare i prigionieri, fra i quali molti dei senatori stessi contano amici e parenti. Vengono arruolati gli schiavi, piuttosto: cos il denaro della repubblica, pur speso a piene mani per formare nuove armate, almeno non andr ad Annibale. Anche se in questo modo una sorte di schiavit toccher a migliaia di cittadini dell'Urbe. Livio cita qui alcuni exempla di prammatica della rettitudine romana (come quello di uno dei prigionieri che, venuto a Roma come ambasciatore di Annibale e poi fuggito a casa sua, viene fatto arrestare dal senato e riconsegnato ai Cartaginesi), ma a interessarci  soprattutto la conclusione. Terenzio Varrone, infatti, torna a Roma. Non ha guidato sapientemente l'esercito, potrebbe essere ritenuto responsabile della morte di decine di migliaia di cittadini. Eppure, al suo arrivo, una folla di popolo di ogni ceto gli va incontro e lo ringrazia perch non ha disperato della repubblica. Se invece fosse stato un condottiero dei Cartaginesi,  la perentoria sentenza finale di Livio, non avrebbe evitato ogni specie di supplizio.
Nella sollecitudine con cui Polibio e Livio sottolineano l'uno l'efficienza e l'altro la compattezza morale del sistema politico e sociale di Roma, non ci interessa tanto riscontrare gli inevitabili elementi di partigianeria e di propaganda. I commenti delle fonti antiche ci introducono piuttosto a una realt incontestabile, cio la capacit delle istituzioni e del popolo della repubblica di reagire a un colpo come quello di Canne - agli shock in sequenza del periodo, di cui Canne rappresenta la catastrofe somma, ma non l'ultima - e di adattarsi a una situazione in cui vivranno nell'incubo dell'annientamento per anni. Questa capacit, che oggi con un termine preso dal linguaggio della tecnologia viene definita resilienza, nella Storia  stata dimostrata efficacemente da pochissimi stati a vocazione imperiale - e in pratica da nessun impero fra quelli creati dal genio militare di un individuo, come Alessandro o Napoleone.
Invece, se osserviamo la storia romana concentrando l'attenzione solo sui suoi grandi avvenimenti,  proprio dalla giornata di Canne che, come grazie a una specie di big bang, l'Urbe sembra prendere slancio verso i secoli della costruzione del suo impero mondiale. Per questo la battaglia sull'Ofanto in relazione alle conseguenze che ebbe trova rari paragoni.  stata confrontata, per esempio, con la perdita delle colonie americane da parte dell'Inghilterra verso la fine del diciottesimo secolo. In questo caso si  osservato che l'aristocrazia dirigente britannica reag alla minaccia di un ridimensionamento del paese sulla scena mondiale - e a quella pi diretta dell'egualitarismo diffuso dalla Rivoluzione francese - creando e cementando valori nazionali. Questo processo, poi temprato nel fuoco delle guerre napoleoniche, avrebbe dato la spinta decisiva all'espansione dell'et vittoriana.
 vero, tuttavia, che ai tempi della Dichiarazione d'indipendenza americana (1776) l'Inghilterra aveva da poco strappato alla Francia il Canada, che non prese parte alla rivoluzione delle colonie; e soprattutto aveva estromesso di fatto i Francesi dalla corsa alla colonizzazione e allo sfruttamento del subcontinente indiano. Inoltre i neonati Stati Uniti d'America non inviarono mai un esercito d'invasione nelle Isole britanniche, a razziare i territori e sterminare le armate di re Giorgio terzo.
Concause di un'estrema asimmetria
Ci eravamo chiesti come sia stato possibile, a Canne, non tanto la sconfitta dei Romani, quanto lo sterminio da parte cartaginese di un numero di nemici superiore - e forse anche di molto - a quello dei Cartaginesi stessi. Alla fine dei macabri conteggi delle fonti antiche, per ciascun soldato dell'esercito di Annibale risulta sempre oltre un morto romano, quasi che ciascun punico avesse prevalso in un duello mortale all'arma bianca. Abbiamo quindi dovuto sgombrare la mente da alcune immagini radicate per renderci conto che l'antica battaglia fra eserciti organizzati nello scenario delle civilt mediterranee era diversa da come ce l'ha sempre mostrata il cinema: soprattutto non era una serie di duelli individuali, che a Canne avrebbero sortito un ben maggiore equilibrio fra i caduti dei due eserciti.
Sull'Ofanto si ebbe un momento iniziale di attrito tra i fronti delle armate, accompagnato da un fitto lancio di proiettili: una fase tattica che in genere non causava molte perdite. Semmai, a Canne, ne provoc un numero consistente proprio nella parte avversa ai Romani - specialmente fra i Galli, schiacciati seppure non travolti dalle legioni nell'area centrale dello scontro. Nel frattempo, le ali della cavalleria annibalica prevalevano su quelle romana e alleata. Si pu dire che approssimativamente a questo punto lo scontro fosse in equilibrio. Ma, dopo, lo sbilanciamento in avanti del centro romano d modo alle fanterie africane di Annibale di operare la conversione decisiva. Ed ecco presentarsi in simultanea diverse condizioni idonee a sgretolare la compattezza dell'esercito dei consoli. A rischio di ripeterci, vale la pena di riepilogarle:
1) Subito dopo la conversione le fanterie africane scagliano raffiche di armi da lancio contro i fianchi poco protetti dello schieramento romano, avendo poi il tempo di raccoglierne numerose da terra grazie al suo sbandamento;
2) la comparsa improvvisa, nella polvere e nella confusione, degli africani armati come Romani sconcerta molti legionari, soprattutto le reclute, garantendo ai nemici un piccolo ma decisivo vantaggio di iniziativa negli scontri corpo a corpo. La pioggia di dardi sfoltisce i ranghi e aumenta il panico dei soldati meno esperti;
3) i manipoli dovrebbero ruotare il fronte, che a quest'altezza dell'evoluzione dell'arte bellica romana  operazione sempre difficile e innaturale. Nel frangente specifico - sotto il tiro e gli affondi dei nemici e dopo la morte di molti centurioni colpiti d'infilata - essa si rivela proibitiva, e costa gravi perdite;
4) la compressione del centro romano, sempre pi convulsa, fa numerose vittime fra gli uomini che rimangono schiacciati o cadono venendo calpestati da compagni e nemici.
Ne consegue il massacro. I Cartaginesi non serrano le file sulla massa dell'esercito nemico, bens colpiscono senza piet i Romani a mano a mano che passano fra loro, lasciando poi alla cavalleria il compito di inseguire quelli che sono sfuggiti. L'esercito di Annibale non alza un muro su ogni lato dello schieramento romano per poi demolirlo fino a quando si sbriciola. Questa sarebbe una procedura adatta a un combattimento basato sulle armi da lancio - o meglio ancora, sulle armi da fuoco usate nelle guerre pi moderne. No: qui  come se il Barcide spremesse un tubetto di tempera da pi parti fino a quando l'involucro non cede, e poi lasciasse fuoriuscire i rivoli di colore per assorbirlo e farlo svanire a poco a poco.
Nel momento in cui ai soldati di Annibale non resta da fare altro che uccidere i nemici, e ai Romani non resta che morire, emergono altre difformit rispetto a guerre e guerrieri di tempi e culture a noi pi famigliari.  noto, per esempio, che i soldati degli eserciti di popolo dell'Occidente moderno nell'Ottocento e nel Novecento andavano a combattere pi o meno motivati, comunque avendo alle spalle una fortissima inibizione etica a uccidere i propri simili. Forse non  il caso di generalizzare, ma la massima parte dei reduci comuni delle guerre recenti - cio quelli che non hanno prestato servizio in reparti d'lite sottoposti a addestramenti specifici e intensivi - tende a essere molto reticente sulle esperienze di questo tipo.
Ben diversi dovevano essere i combattenti delle armate coinvolte a Canne. Etica della virtus e cinismo professionale, oltre all'uso esclusivo delle armi bianche, sviluppavano un'abitudine all'azione diretta dell'uccisione - faccia a faccia, muscolare, sovente macchinosa e stomachevole - che nelle societ industriali di oggi  certamente pi caratteristica degli assassini psicopatici che dei militari. Insomma, i veterani di Annibale sopravvissuti alla campagna d'Italia, quelli che avevano combattuto al Ticino, al Trebbia, al Trasimeno e a Canne, dovevano avere molto sangue sulle loro mani.
A tal proposito, si potrebbe concludere che attualmente i conflitti combattuti da eserciti ad alta tecnologia hanno riportato in auge la figura del guerriero superspecialista, o meglio dei reparti speciali fortemente professionalizzati e adeguatamente stipendiati. Se fin dai tempi antichi i fautori dell'elitariet del mestiere delle armi denigravano l'arco come arma democratica capace di annullare le differenze fra l'eroe e l'uomo mediocre (non  il seduttore Paride a uccidere Achille con una freccia, sia pure indirizzata al tallone vulnerabile di questi dal dio Febo?), e se l'avvento delle armi da fuoco pose fine alle tenzoni cavalleresche sul campo di battaglia - oggi poche migliaia di piloti d'aereo, carristi e incursori sono in grado di neutralizzare ed eventualmente distruggere eserciti di massa pi numerosi e modernamente armati riportando perdite irrisorie. Le due guerre del Golfo ne hanno dato un'esauriente conferma. La differenza rispetto ai tempi antichi  che alle spalle di queste truppe altamente selezionate, il cui addestramento ai massimi livelli comporta un costo individuale di milioni di dollari o di euro, deve esistere una superiorit negli armamenti, nell'intelligence e nella logistica conseguibile solo mediante enormi spese e con l'apporto di un grande numero di altri soggetti negli ambiti scientifico, industriale e militare.
Ancora una volta contro questi guerrieri tecnologici - come contro i nobili aztechi delle Guerre dei fiori o gli invincibili manipoli di Roma - l'unica possibilit di vittoria sta nell'introdurre un'asimmetria nelle regole d'ingaggio. Se la societ e la cultura che essi hanno alle spalle impongono loro uno stile bellico almeno teoricamente chirurgico, e orientato a non cadere uccisi e a evitare le perdite fra le popolazioni civili dei paesi nemici (o perfino, in pieno paradosso militare, a contenerle fra i soldati nemici!), i loro avversari colpiranno nel mucchio, esaltando il disprezzo della vita e l'etica del suicidio eroico; e utilizzeranno armi tanto rozze quanto adatte a portare distruzione, attaccando gli inermi e massimizzando danni collaterali ed effetti psicologici di propaganda.
 storia di oggi.
Tra i 29 tribuni militari che sono caduti a Canne secondo il resoconto di Livio, manca un ragazzo di vent'anni ( nato fra il 237 e il 235), appartenente a una delle pi nobili famiglie romane. Questo ragazzo  Publio Cornelio Scipione. Di lui si narra che gi due anni prima, sul Ticino, avesse salvato da morte sicura suo padre - di cui ripete il nome - il quale in quel 218 a.C., da console, aveva guidato due legioni alla prima sconfitta di Roma contro Annibale.
Scipione  uno dei 4000 uomini che trovano rifugio a Canosa: malgrado la giovanissima et, gli viene affidata insieme ad Appio Claudio la guida della schiera. Quando giunge notizia che il console Varrone  sopravvissuto, i due comandanti gli inviano un messaggio a Venosa per mettersi ai suoi ordini. Sembra che nel frattempo Scipione non si dia pace: chiede ai superstiti spiegazioni sullo svolgimento della battaglia nei diversi settori del campo. Vuole capire come ha fatto Annibale a sgominare la grande armata.
In mezzo a decine di migliaia di morti il destino ha salvato il futuro Scipione Africano, il condottiero che sapr studiare le tattiche di Annibale per poterlo sconfiggere.

Parte quinta.

EPILOGO E MORTE.

1. Dopo Canne.

Vincere scis, Hannibal, victoria uti nescis.
Tito Livio.

Evidentemente gli dei non hanno concesso tutti i doni a uno stesso uomo: tu, Annibale, sai vincere, ma non sai approfittare della vittoria.
Tra le frasi lapidarie che si attribuiscono agli antichi questa di Livio (XXII, 51)  una delle pi note. La pronuncia quasi preso dall'ira Maarbale, il comandante di quella cavalleria che tanta parte aveva avuto nella battaglia appena conclusa, la sera stessa della vittoria; ha promesso al suo comandante che avrebbe cenato entro cinque giorni sul Campidoglio se, senza indugiare o dare riposo all'esercito, avesse proseguito verso la citt nemica, ma ne ha ricevuto in risposta un rifiuto.
La frase  anche una delle pi discusse. Catone il Censore  il primo a riprenderla, mentre Livio la completa con un commento che inserisce questa decisione di Annibale nella storia provvidenziale di Roma: Si crede universalmente che l'indugio di quel giorno abbia salvato Roma e la sua potenza futura. E ancora uno dei pi importanti generali del Novecento, quel Montgomery che guid le truppe britanniche nella seconda guerra mondiale, ritorn sul clich dell'indecisione di Annibale di fronte all'audace proposta del suo ufficiale.
L'accusa di indecisione  certamente grave se si pensa ai futuri sviluppi della storia universale e vuole suggerire l'idea che dopo Canne la sorte dell'impero di Roma fu sul serio legata a un filo, ma in realt essa serve anche a rendere l'idea di un Annibale geniale stratega militare ma incerto pianificatore politico. Accusa di ingenuit politica che era tradizionalmente rivolta a generali e re ellenistici, e anche a quello che pi di ogni altro per acume e abilit gli viene accostato. Come scrive Plutarco (Vita di Pirro, 26, 1):
[Pirro] era considerato per esperienza militare, valore personale e coraggio, di gran lunga il primo fra i re del suo tempo, ma si riteneva che ci che conquistava con le sue imprese lo perdesse per le sue speranze, perch il desiderio di ci che non aveva non gli lasciava il tempo di mettere al sicuro niente di quello che aveva. Perci Antigono lo paragonava a un giocatore di dadi, che getta spesso buoni colpi, ma non sa poi approfittarne.
La curia di Cartagine
Ma  proprio vero che la sorte di Roma era legata a un filo? O piuttosto  una drammatizzazione letteraria che vede nella battaglia di Canne, proprio per la gravit del disastro, il momento di massima tensione della guerra?
In realt la frase  s pittoresca, ma non  un buon punto di partenza per capire i comportamenti successivi alla battaglia sia in campo punico sia in campo romano, che furono meno irrazionali della provocazione di Maarbale; e questo non solo perch non crediamo che una singola battaglia possa capovolgere un corso storico, ma perch anche i contemporanei stessi a Roma e a Cartagine non furono dello stesso parere dell'ufficiale di Annibale... e anche di Montgomery.
Annibale, prima di tutto: che a dire il vero da buon giocatore i suoi dadi li aveva saputi gettare. Se mai l'ipotesi di investire immediatamente Roma con un assedio era stata considerata dallo stato maggiore punico, essa fu probabilmente scartata senza troppi rimpianti. Il comandante cartaginese si rendeva conto che con un esercito come il suo un assedio di una cinta di mura di undici chilometri che chiudeva una citt fittamente popolata e attraversata da un fiume navigabile poteva rappresentare pi un rischio che un'opportunit.
E del resto il suo stesso esercito non aveva dato una prova di capacit e di valore alla vigilia della guerra quando si era fatto irretire per parecchi mesi nell'assedio della citt spagnola di Sagunto. E in Italia non aveva nemmeno le macchine da guerra!
Nel 211 per allentare il cerchio di ferro che i Romani stavano serrando intorno a Capua, la pi potente delle citt sue alleate in Italia, Annibale tent infatti una mossa azzardata e punt su Roma nella speranza che le legioni romane levassero l'assedio e accorressero in difesa della citt. Fu una marcia epica, che percorse in un volo il territorio sannita dal Volturno fino a Reate (Rieti) per poi piegare verso Roma e accamparsi nei suoi dintorni sulla riva dell'Aniene, a tre miglia dalla citt. Malgrado i cavalieri punici si mostrassero sotto Porta Collina, e malgrado il comprensibile panico dei cittadini - i rinforzi nei punti strategici, il senato riunito in pianta stabile nel Foro... e le sempiterne matrone che imploravano gli dei - i ceti dirigenti non vennero scossi pi di tanto e Fabio Massimo dichiar apertamente che non poteva assediare Roma chi non l'aveva fatto nemmeno dopo Canne. A maggiore riprova della fiducia romana nelle mura della citt e nella vittoria, le truppe dei dintorni di Roma non attaccarono battaglia, e un prigioniero di guerra fece sapere ad Annibale che il terreno su cui aveva piantato il suo accampamento era stato messo in vendita.
Ma del resto la posta era un'altra. Il Cartaginese non era giunto per una guerra di sterminio contro i Romani, bens per sconfiggerli in una sorta di guerra lampo e costringerli a trattative di pace. Questa era la strategia originaria di Cartagine e questo si aspettavano tanto il generale quanto la sua citt. E difatti Annibale non fa che ripeterlo ai prigionieri di guerra di Canne in un discorso a cui lo storico Livio d un'intonazione prettamente romana (non intendeva avere con i Romani una guerra per la vita o per la morte, ma combattere per la dignit e la supremazia).
Ma soprattutto  a Cartagine che si percepisce con chiarezza che cosa i Punici si ripromettevano di ottenere dalla guerra. E come forse Annibale avesse colto di sorpresa i Romani, ma scompaginato anche i progetti dei suoi concittadini.
Anche in questa scena Livio non lesina il suo senso drammatico (XXIII, 11-13). Il contorno  la curia di Cartagine e gli attori sono i senatori riuniti ad accogliere il fratello del vincitore e il momento  dopo la battaglia di Canne. Annibale aveva mandato infatti il fratello Magone a Cartagine ad annunciare la vittoria e questi, per dare un segno concreto della portata del successo, aveva fatto rovesciare nel vestibolo del senato un mucchio cos grande di anelli d'oro che poi riemp la misura di tre moggi. Erano gli anelli strappati sul luogo del massacro non a tutti i soldati romani caduti, bens solo a quelli che li potevano portare, i cavalieri e le persone di riguardo. La macabra esibizione doveva servire a motivare la richiesta di rinforzi in uomini, denaro e grano per il proseguimento della guerra. Ecco allora che in mezzo al tripudio generale si alza a parlare Annone il Grande, l'eterno nemico dei Barcidi e della loro politica avventurista, il fautore dell'espansione nel retroterra africano, che comincia a incalzare il fratello di Annibale con domande serrate:
Quale popolo di stirpe latina  passato a noi e quale uomo delle trentacinque trib  passato ad Annibale, se veramente fu combattuto a Canne fino all'annientamento della potenza romana? [...] Quali ambasciatori i Romani mandarono ad Annibale per trattare la pace? [...] Se qualcuno vuole discutere su di un'offerta di pace da proporre ai nemici o da accogliere da essi, io so bene la mia proposta quale debba essere...
E anche se venne tacciato di essere un traditore - un senatore romano nel senato cartaginese - da un senatore della fazione barcide, Annone non coglieva lontano dal segno: Annibale non aveva vinto la guerra, Roma non chiedeva la pace e la confederazione italica non sembrava sul punto di crollare. La potenza romana non era stata annientata. Non aveva molto senso continuare la guerra se gli scopi della spedizione di Annibale non erano stati raggiunti. E del resto Cartagine aveva sempre stipulato la pace dopo le prime vittorie per giungere non alla distruzione del nemico ma a una sistemazione strategica e commerciale pi favorevole.
La scelta dei Cartaginesi.
Malgrado Annone i rinforzi vennero concessi, e non solo questa volta. Cartagine invi subito ad Annibale denaro, 4000 cavalieri numidi e quaranta elefanti che poi sarebbero sbarcati nel Bruzio (l'odierna Calabria) sotto la guida dell'ammiraglio Bomilcare, cognato di Annibale, e del figlio Annone. Ma poi fu mandato in Spagna Magone con pieni poteri allo scopo di arruolare altri 20 000 fanti e 4000 cavalieri per completare gli eserciti che la citt schierava in Italia e nella stessa Spagna.
 questo il punto. Cartagine deve continuare a combattere e deve farlo su pi fronti. Sempre nel 215, l'anno cruciale ai fini della condotta di guerra cartaginese, Magone a Cartagine raccoglieva denaro, 12 000 fanti e 1500 cavalieri da inviare in Italia, contingente che invece fu poi dirottato verso la Spagna. Lo stesso numero di effettivi fu mandato anche in Sardegna perch una rivolta locale guidata dal capo indigeno Ampsicora aveva fatto balenare la speranza di estromettere i Romani dall'isola; la flotta tuttavia fu sbattuta da una tempesta sulle coste delle Baleari e il ritardo consent ai Romani di riorganizzarsi e di inviare rinforzi che sedarono la rivolta. Ampsicora si uccise.
Dunque un esercito in Italia; tre eserciti in Spagna, guidati dai fratelli di Annibale, Asdrubale e Magone, e Asdrubale figlio di quel Giscone che era stato atrocemente ucciso dai mercenari durante la loro rivolta; truppe in Sardegna e infine il tentativo pi ambizioso, la riconquista della Sicilia, dove Siracusa era passata nel campo cartaginese rinnegando secoli di feroci rivalit. Nell'isola la citt punica manteneva nel momento culminante del conflitto, tra il 214 e il 211, un'armata di 40 000 uomini e una flotta di 200 navi. E nel solo anno 212 vi sbarcarono 25 000 fanti e 3000 cavalieri per sostenere la citt siciliana nell'assedio che vide in funzione le armi spettacolari di Archimede, la morte del genio siracusano, un saccheggio che arricch di opere d'arte greche i templi di Roma... e la fine delle speranze puniche di riprendere l'isola.
Questi sforzi bellici vennero accompagnati da tentativi diplomatici di allargamento del teatro di guerra. In Sardegna, dove la rivolta di Ampsicora era stata sobillata da messi cartaginesi, ma soprattutto in Sicilia, dove la citt di Siracusa aveva visto nella crisi romana e nei rapporti con Cartagine un mezzo per recuperare l'antica influenza sull'isola. Infine un particolare trattato difensivo con il re Filippo quinto di Macedonia stipulato nel 215 poteva creare dei problemi a Roma - e il conseguente impegno di truppe - nel settore orientale, e soprattutto nell'Adriatico dove la potenza italica stava facendo i primi passi e dove, in caso di vittoria contro Roma, Filippo avrebbe esteso di nuovo il suo protettorato sull'Illiria.
La battaglia di Canne e gli anni che seguirono fino alla caduta di Siracusa segnarono dunque il punto pi alto nel progetto cartaginese di riconquistare il ruolo dominante detenuto nel Mediterraneo occidentale alla vigilia della prima guerra punica. Ma questo, se dimostra ulteriormente che lo scopo della guerra non era la distruzione di Roma, bens il suo ridimensionamento, denuncia anche tutta una serie di contraddizioni che alla lunga sgretoleranno questo progetto.
Fra tutti i capitani di professione della citt e i comandanti che offriva una famiglia di uomini militari come la sua, Annibale restava il migliore: tuttavia il ruolo del generale che aveva offerto a Cartagine la vittoria usciva ridimensionato da questo allargamento del conflitto, e il suo teatro di guerra diventava paradossalmente secondario. Cartagine, se mai l'aveva avuto nei suoi piani, rinunciava al colpo decisivo contro Roma, Annibale avrebbe ricevuto sempre meno rinforzi e sarebbe diventato solo uno dei tanti comandanti degli eserciti al servizio della repubblica. Le cifre sopra riportate dimostrano del resto che l'esercito di Annibale (i 26 000 uomini dopo la traversata delle Alpi e i 40 000 di Canne, che sembra la sua potenza massima) restava comunque inferiore per numero di effettivi a quelli schierati in altri settori.
In secondo luogo il fatto che lo sforzo bellico di Cartagine si concentrasse sulla Sicilia e sulla Spagna pi che sull'Italia la dice lunga sulle priorit strategiche della repubblica e sui fini sempre economici dell'oligarchia che la governava. La Sicilia, cos vicina alle coste africane, era infatti da sempre la chiave per controllare il Mediterraneo occidentale e un eventuale monopolio commerciale su di esso, mentre l'argento delle miniere spagnole che la conquista di Amilcare Barca aveva regalato alla potenza punica era il mezzo per continuare a pagare i mercenari che combattevano le sue guerre.
Pi che uno straordinario caso di miopia strategica - abbandonare un esercito vincitore per impegnarsi su altri settori - questa di Cartagine sembra piuttosto una scelta obbligata. La citt anche nel suo massimo sforzo non aveva i mezzi per combattere una guerra che coinvolgeva pi fronti in tutto il Mediterraneo occidentale, e pure si rendeva conto che per recuperare la propria potenza politica ed economica doveva sfidare Roma in ognuno di questi e con un impegno militare massiccio.
E se dovette fare delle scelte, certo le fece nella visuale - ristretta con il senno di poi - di una potenza che aveva sempre rifiutato lo scontro finale e risolutivo con il nemico e mirava piuttosto a venire a patti con esso per delimitare i propri monopoli commerciali.
Ad Annibale non rest che vedersi progressivamente soffocare nella tela di ragno che i Romani avevano steso intorno alla sua fortezza in Italia meridionale: dopo aver perso ridotto su ridotto nel 203 fu richiamato a difendere la madrepatria, minacciata dallo sbarco di Scipione avvenuto l'anno precedente, e dovette lasciare la penisola.
La tenacia e il sacrificio
Quando Cinea, l'ambasciatore di Pirro, si era recato a Roma per proporre alla maniera della politica ellenistica delle trattative di pace, ne aveva ricevuto un netto rifiuto. Al ritorno nelle tende greche aveva riferito al suo re di aver visto il funzionamento della forma di governo di Roma, ma anche di aver conosciuto gli uomini della citt - e il senato gli era parso nella sua nobilt un'assemblea di molti re. Scrive Plutarco (Vita di Pirro, 19, 7):
Quanto al popolo, egli temeva che risultasse, a combatterlo, un'Idra di Lerna, poich il console aveva gi raccolto il doppio dei soldati schierati nella battaglia precedente e molte volte altrettanti Romani in grado di portare le armi.
Il paragone tra il serpente dalle molte teste sempre ricrescenti che Ercole uccise nelle sue fatiche e il popolo romano coglie appieno un punto importante del carattere di quest'ultimo. Roma infatti non solo non si arrende n scende a una pace di compromesso, come avrebbe fatto uno stato greco-ellenistico, ma continua a schierare contro i propri nemici eserciti su eserciti arruolati dall'inesauribile serbatoio umano della penisola.
 significativa la reazione dopo Canne. A differenza di quanto si era fatto dopo le prime vittorie di Pirro, migliaia di prigionieri furono abbandonati al loro destino e al nobile cartaginese Cartalone che scortava i loro dieci messi e portava le proposte di pace di Annibale fu ingiunto da un littore di abbandonare subito il territorio romano. A Roma fu eletto un dittatore, l'ultimo della storia romana con poteri militari, e furono arruolati i giovani a partire dai diciassette anni, ma poi la mobilitazione per formare quattro legioni tocc anche chi indossava la toga pretesta (i minorenni, contraddistinti da una banda di porpora sull'abito) e addirittura 8000 schiavi riscattati tra i pi giovani e robusti a spese dell'Erario. Si cominci anche a premere sugli alleati perch inviassero le truppe gi pronte secondo la lista delle contribuzioni annuali in uomini che Roma richiedeva: cos si raggiungeva lo scopo di non sottrarre truppe dagli altri teatri di guerra per la difesa della citt. Per le armi, insufficienti, si attinse ai depositi di spoglie votive prese in battaglia ai nemici che i templi conservavano in gran copia. Roma non era vinta perch non si riconosceva tale: si preferiva investire il denaro pubblico negli schiavi da arruolare piuttosto che nel riscatto dei prigionieri, segno che la guerra continuava nel segno del pi nobile eroismo.
Il ricorso alla religione doveva sancire questa ribadita compattezza ideologica. Anche dopo la sconfitta del Trasimeno dell'anno precedente si era proceduto in questa direzione. Allora la causa del disastro era stata attribuita al comportamento empio o indifferente del console Flaminio nei confronti degli obblighi religiosi: la morte in battaglia era stata una punizione sufficiente per la sua empiet - e forse anche per le sue posizioni politiche filopopolari, come avrebbero aggiunto gli storici di parte senatoria nella condanna postuma del console. Una pronta consultazione dei Libri sibillini aveva prescritto tra gli altri voti, giochi e riti anche la riesumazione di una cerimonia impressionante, adatta al terribile frangente che correva lo stato. Il popolo sotto la guida del pontefice massimo doveva dedicare un ver sacrum, una primavera sacra - cio il sacrificio a Giove di tutti i vitelli, i maiali e gli agnelli nati nella primavera successiva in cambio della vittoria. Era un antico rito italico nel quale in origine si sacrificavano agli dei i neonati, forse per una crudele pratica di limitazione delle nascite affine a quelle che si svolgevano tra i popoli semitici, anche se con il tempo si era trasformato nell'allontanamento dalla comunit di un gruppo di giovani coetanei che sotto la protezione di un animale totemico, come il lupo o il picchio, avrebbero dovuto emigrare e fondare una nuova citt.
Ma questa volta non si poteva incolpare il console della sconfitta: Terenzio era sopravvissuto alla battaglia, e anzi per non introdurre il germe del contrasto tra i gruppi politici superstiti era stato pubblicamente ringraziato dal senato per non aver disperato della repubblica. Le cause della sconfitta si cercarono dunque nel disprezzo delle usanze religiose, e il sacrilego peccato carnale di due vestali ne forn un'ampia riprova: furono immediatamente condannate a morte con il rituale del seppellimento da vive, a cui una si sottrasse con il suicidio.
Poi, data ancora una volta la gravit del momento, tra le straordinarie riparazioni comandate dai Libri sibillini ci fu il ricorso a uno spettacolare sacrificio umano. Come in altri soli due casi noti della storia romana (nel 228 e nel 114) furono sepolti vivi nel Foro boario una coppia di Galli e una coppia di Greci, Gallus et Galla, Graecus et Graeca, in un luogo circondato da pietre e gi in precedenza impregnato del sangue di vittime umane. L'eccezionalit del sacrificio umano, ritenuto barbarico presso i Romani, era giustificata dall'esigenza di attenuare il sentimento di panico collettivo che aveva invaso la citt: senza pi assumere un carattere ufficiale, si sarebbe poi ripetuto nelle cerimonie di espiazione celebrate da Nerone dopo l'incendio della citt, quando tra gli altri riti di purificazione si contempl anche il sacrificio, con lo stesso fuoco, dei cristiani ritenuti colpevoli e condannati a illuminare come torce umane i giardini dell'imperatore.
Risolte le questioni con gli dei, sulle basi di una rinnovata unit di intenti tra popolo e senato si pot riprendere la guerra e chiedere il massimo sforzo alla cittadinanza. Negli anni successivi al 216 venne progressivamente svalutata la moneta, aumentato il tributo e richiesti prestiti forzosi sui fondi di vedove e orfani, anticipi agli appaltatori delle imposte e contribuzioni in natura da parte dei cittadini pi ricchi (per esempio, i senatori dovettero fornire alla flotta fino a otto marinai con un anno di paga). Ma soprattutto si procedette ad arruolamenti massicci e prolungati nel tempo. Nel 214 erano impegnate sui vari teatri di guerra venti legioni, che giunsero a venticinque nel 212 e nel 211 - quindi anche 100 000 uomini, i due terzi degli effettivi delle legioni imperiali - e molti di questi legionari trascorsero sotto le armi anche parecchi anni; a questi numeri vanno aggiunti i marinai delle flotte con le quali Roma ormai dominava il mare e anche le truppe ausiliarie fornite dalle colonie latine e dagli alleati italici.
 proprio dalla tenuta della confederazione che si pu misurare il successo di Roma, perch la prevalenza negli anni successivi al 216 del partito del temporeggiamento, con le ripetute magistrature di Fabio Massimo il Temporeggiatore e di Claudio Marcello - lo scudo e la spada di Roma - riport la guerra alla tattica e ai metodi gi sperimentati nell'anno tra i due disastri del Trasimeno e di Canne. Si trattava cio di attendere il progressivo logoramento delle forze di Annibale senza mai accettare uno scontro campale che potesse essere decisivo, solo che la speranza della vittoria finale doveva mettere in conto anni di devastazioni, di lutti, nonch di contribuzioni gravose in uomini e mezzi da parte degli alleati italici.
I costi furono subito altissimi: gi nel primo anno dopo Canne defezionarono da Roma Siracusa e Capua, la citt emblema della fedelt della ricca regione campana a cui Roma aveva garantito protezione e privilegi come la cittadinanza senza diritto di voto, e nel 213 anche la terza fra le grandi citt d'Italia, Taranto, pass con il tradimento dalla parte cartaginese. Le singole comunit decidevano di volta in volta in base all'urgenza del momento, cio alla presenza nelle vicinanze degli eserciti o romano o cartaginese, a rivalit politiche interne di vecchia data e a interessi privati, e anche allo spirito di rivalsa nei confronti della citt che li aveva sottomessi da appena qualche decennio: solo nel 209 Roma conobbe la defezione di dodici colonie latine esasperate per i gravami imposti dalle necessit belliche.
Furono assorbiti perfino dei contraccolpi a livello istituzionale che si manifestarono soprattutto nel ricorso a continue proroghe, oltre l'anno di rito, nei comandi militari e a vistose eccezioni rispetto alla regola repubblicana. Le proroghe interessarono sia i gruppi pi legati al Temporeggiatore e alla sua strategia attendista, sia la famiglia degli Scipioni che ebbe quasi in feudo personale la conduzione delle operazioni in Spagna dal 215 fino al 205, anno della definitiva caduta dell'antico dominio dei Barcidi; il futuro Africano fu eletto al comando in Spagna mentre era ancora privato cittadino (solo i consoli o i pretori potevano avere l'imperium) e a soli ventiquattro anni, mentre la creazione di un vero e proprio culto della sua persona faceva nascere giudizi negativi per alcuni suoi comportamenti in Spagna - il rapporto personale con i soldati, che forse aveva portato alla sua elezione da parte dei comizi, la fondazione della colonia di Italica fuori dai confini dell'Italia, l'acclamazione a re da parte delle trib iberiche, l'indipendenza di azione da Roma non potevano che allarmare il senato.
E tuttavia queste tensioni furono attutite e limitate alle sia pure violente rivalit politiche in senato e nei comizi; non ebbero ripercussioni sulla condotta della guerra n tantomeno sulla coscienza della gravit del momento e della necessit di farvi fronte sotto la costante supervisione del senato.
Venne accettato perfino un passo deciso nella direzione di una nuova concezione della guerra. La dedica del tempio di Mens (la dea della Ragione) nel 217 da parte del pretore Tito Otacilio Crasso, e la sua consacrazione nel 215 dallo stesso e da Fabio Massimo, nasce dal bisogno che la Fides tradizionale che regolava i rapporti internazionali dei Romani e il loro modo cavalleresco di fare la guerra trovasse un contrappeso in una condotta pi razionale, pi vicina alla maniera spregiudicata di combattere dei Greci e dei loro stratagemmi. La metis protetta dalla nuova divinit veniva in retrospettiva riportata alle origini di Roma e consacrata nel suo eroe fondatore, Enea, il quale a sua volta gi nella tradizione epica faceva un po' da contraltare nel campo troiano all'eroe polymetis per eccellenza, cio Odisseo. I comandanti romani si sentirono pian piano autorizzati a ricorrere a quelle astuzie che il loro nemico usava, e quindi a una condotta di guerra fondata non soltanto sulla cieca virtus guerriera, ma anche su un calcolo razionale di guadagni, perdite, possibilit di vittoria. E non  un caso che il primo dopo il Temporeggiatore a mettere in atto questo comportamento fu proprio quello Scipione che aveva in un certo qual modo scelto Annibale, il perfido punico, a proprio modello.
La strategia fu coronata da successo e Annibale non riusc pi a sopperire con la genialit della sua condotta sul campo alla cronica inferiorit di mezzi ed effettivi; la sua progressiva riduzione in regioni periferiche d'Italia come la Puglia o il Bruzio (Calabria) e la conseguente possibilit per i Romani di muoversi nel cuore della penisola per recuperare i centri passati ai Cartaginesi furono il segno della sconfitta del sogno del figlio di Amilcare Barca.
Lo sbarco romano in Africa non fu allora che la logica conclusione di una guerra che Cartagine aveva gi perso in Spagna, in Sardegna, in Sicilia - e dell'impossibilit di rovesciare il sistema di alleanze di Roma in Italia.
Zama (estate del 202) ne  l'estremo strascico, e anche l'estremo, inutile, colpo di genio di Annibale. Il Cartaginese si rese conto infatti che l'esercito di 40 000 soldati che schierava a Zama, sebbene superiore di numero, era di gran lunga inferiore a quello di Scipione per valore, addestramento, combattivit e duttilit. La Guardia di veterani d'Italia era stanca e assottigliata, mentre il grosso delle truppe proveniva da nuove leve di mercenari e di cittadini che non gli davano affidamento. La cavalleria numidica, che era stata l'arma della manovra avvolgente di Canne, era questa volta dalla parte romana perch Massinissa era adesso amico di Scipione, e gli 80 elefanti schierati davanti alle file dei Cartaginesi non potevano certo sostituirne la rapidit e la ferocia nel combattimento. Per cui, dimostrando di nuovo la sua grande intelligenza, egli rinunci senza rimpianti a quella tattica di chiudere il nemico in un abbraccio mortale che era un po' il marchio di fabbrica suo e del modo di combattere dei Barcidi fin dalla battaglia di Tunisi contro Atilio Regolo.
La cavalleria schierata come d'uso ai fianchi delle fanterie doveva semplicemente attirare le superiori cavallerie romana e numidica lontano dal campo di battaglia. La fanteria era per la prima volta disposta su tre file: la prima con i mercenari, la seconda formata da reclute libiche e cittadine, la terza infine alla distanza di uno stadio (duecento metri circa) con i 15 000 veterani d'Italia. Il piano doveva opporre le fidate fanterie reduci dall'Italia alle truppe di Scipione quando queste avessero iniziato a circondare le prime file cartaginesi, e quindi ridurre la battaglia a scontro frontale di fanterie.
E cos per certi versi and. Scipione aveva schierato hastati, principes e triarii non secondo il solito schieramento a scacchiera, ma lungo tre colonne indipendenti a una certa distanza l'una dall'altra allo scopo di conferire loro flessibilit e autonomia di manovra affinch le due colonne laterali potessero volgersi a destra e a sinistra e iniziare la manovra di accerchiamento del nemico; questo in una prima fase della battaglia gli consent di assorbire la carica degli elefanti che si infilarono negli spazi tra le colonne senza fare troppi danni. Poi i suoi hastati respinsero le prime due file cartaginesi, ma quando i Romani iniziarono la manovra per inseguirle e circondarle si trovarono di fronte i veterani di Annibale tenuti a riposo e a distanza notevole dallo scontro. Le due prime file puniche nel frattempo si erano riformate ai fianchi della fanteria scelta. Non pi in grado di circondare una linea pi larga della sua, a Scipione non restava altro che allungare la propria assottigliando lo schieramento, e sperare che i suoi legionari tenessero duro fino al ritorno dei suoi cavalieri. E come i prussiani di Blcher a Waterloo, alla fine anche le cavallerie di Scipione ricomparvero sul campo di battaglia, e per Annibale e i suoi veterani fu la fine. Le ali di reclute cittadine e di mercenari si dissolsero e il centro fu preso alle spalle e annientato. Tra i Cartaginesi ci furono 20 000 morti e altrettanti prigionieri. Annibale fuggi verso le sue tenute di Hadrumetum (sul golfo di Hammamet, a sud dell'attuale Tunisi) seguito solo da pochi compagni; Cartagine - quale differenza con Roma! - dopo una sola sconfitta, chiese la pace.
Gli storici, antichi e moderni, sono unanimi nel condannare la tracotante incompetenza di Flaminio al Trasimeno o di Varrone a Canne; ma come sono feroci con i due consoli, cos sono indulgenti verso Annibale, che aveva fatto tutto quanto era in suo potere per vincere. (Pol., XV, 16, 5). Valga per tutti la conclusione di Giovanni Brizzi:
Pi ancora di Canne  proprio questa battaglia a rappresentare il vero capolavoro di Annibale [...] A Zama egli fu costretto ad accettare la battaglia nelle condizioni per lui pi difficili [...] con un nemico che aveva elaborato una manovra nuova e geniale, che affinava addirittura quella eseguita in passato da lui stesso; sicch il Barcide fu, in un certo senso, costretto a improvvisare [...] Se avesse vinto a Zama, Annibale avrebbe compiuto il capolavoro tattico sommo e avrebbe avuto il diritto di considerarsi il pi grande fra tutti i condottieri.

2. I tre volti di Annibale.

Anche alle lettere quest'uomo tanto grande, occupato in guerre cos impegnative, dedic un po' del suo tempo. Rimangono infatti alcuni suoi libri, composti in lingua greca.
Cornelio Nepote, Vita di Annibale.

Abbiamo visto Annibale attraversare le Alpi, sorprendere i Romani con un piano di intelligenza straordinaria, combattere in prima fila nel punto pi pericoloso del suo schieramento, tenere insieme un esercito di genti diverse e lontane tra loro, inventare stratagemmi; ma l'abbiamo anche visto compiere sacrifici, sognare esseri mostruosi, venerare divinit fenicie e greche, appendere tavole di bronzo a un santuario, oppure prendersi cura della propria immagine pubblica, tentare la carriera politica nella sua citt, firmare trattati con un sovrano ellenistico. Insomma azioni spesso divergenti, al punto che non  cosa semplice cercare un denominatore comune che descriva la personalit del figlio di Amilcare Barca. Per di pi, se  vero che l'intelligenza e la poliedricit dell'uomo hanno contribuito alla costruzione delle sue molte facce,  altrettanto vero che a partire dalla storiografia antica noi ci troviamo di fronte a immagini e giudizi non coerenti, o che perlomeno presentano sfumature e tonalit assai distanti tra loro.
Non seguiremo i singoli autori, ma cercheremo ora di isolare alcuni tratti che, se non possono farci giungere a un giudizio definitivo e univoco, indicano comunque efficacemente come la figura del Barcide si presti a essere interpretata, come fu fin dall'antichit, secondo stereotipi e luoghi comuni propri dei popoli ai quali, in un modo o nell'altro, appartenne. Esiste cio un Annibale romano, l'immagine che si  imposta, per ricchezza di fonti e perch, come sempre,  il vincitore che scrive la Storia; ma c' anche un Annibale greco, che la scomparsa degli scritti dei due storici al seguito della sua impresa, Sosilo spartano e Sileno di Calacte, obbliga a cercare per indizi e confronti con altri grandi uomini dell'ellenismo. Infine ha lasciato qualche traccia un Annibale punico, il pi genuino ma il pi sfuggente ed estraneo alla nostra cultura. E per il sale romano sparso sopra le rovine di Cartagine ha cancellato insieme con la citt anche le testimonianze del suo figlio pi nobile.
L'Annibale dei Romani: una costruzione retorica.
L'Annibale dei Romani  necessariamente l'Annibale di Tito Livio. L'Annibale dell'odio.  questo il sentimento che si diffonde fin dalle prime parole della Terza deca dello storico patavino e che finisce per coprire, grazie a raffinati procedimenti retorici, tutti gli altri temi e le altre cause della guerra. Guerra che cos pu diventare nel suo complesso l'epos del popolo romano e dei suoi valori collettivi, e alcune volte anche una tragedia in cui un eroe negativo travolge e opprime degli innocenti per poi finire a sua volta punito e sconfitto. Ma come avviene questo passaggio dalla storia all'epica e alla tragedia?
All'inizio del 21esimo libro delle sue Storie Livio scrive una nuova, breve prefazione nella quale presenta la seconda guerra punica come la pi degna di essere ricordata fra tutte quelle che mai siano state combattute.  un tipo di amplificazione retorica che lo storico prende da un genere letterario con il quale la Storia  nell'antichit sveltamente imparentata, la narrazione di gesta epiche; serve a inserire il lettore antico, ma anche la posterit, in un'atmosfera elevata e dignitosa perch apprenda insegnamenti e valori sublimi e sia mosso a imitarli.
Ora il primo tra i grandi fatti degni di essere ricordati di questa guerra  proprio un atto di odio, e la posizione nel testo e il suo significato profetico sono tali da trasformarlo in uno degli episodi pi celebri di tutta la Storia antica: il giuramento che Annibale, all'et di nove anni, pronunci di fronte agli dei e al padre Amilcare prima della sua partenza per la Spagna e che consider per tutta la sua vita l'impegno pi sacro. Scrive Livio (XXI, 1):
Si racconta anche che Annibale all'et di circa nove anni, pregando con carezze come fanno i bambini il padre Amilcare, gli chiedesse di condurlo con s in Spagna; mentre faceva sacrifici, sul punto di passare con l'esercito in Spagna al termine della guerra africana, si dice che Amilcare, fatto avvicinare Annibale agli altari e toccati gli oggetti sacri, gli abbia imposto di giurare che, appena gli fosse possibile, sarebbe stato nemico del popolo romano. La perdita della Sicilia e della Sardegna tormentava quell'uomo fiero e magnanimo.
Episodio celebre, si diceva, quanto controverso e fonte di dubbi. Ne abbiamo un richiamo ancora in Livio e una versione leggermente diversa in Polibio dove  Annibale in persona che si incarica di ricordare il giuramento della sua infanzia al re Antioco terzo, di cui si trova al servizio, per protestare la sua innocenza di fronte ai sospetti di connivenza con i Romani - e Polibio che non ritiene l'odio dei Barcidi la causa prima della guerra si serve della figura retorica della litote per attenuare la portata di questo odio: Non sarebbe mai stato amico del popolo romano.
 tuttavia il rapporto padre-figlio che conferisce a questo testo e di conseguenza a tutta la narrazione liviana della guerra un'impronta tragica che ne accresce la magniloquenza e la portata. Sembra quasi che lo storico voglia costruire una catena di odio come sentimento che lega indissolubilmente i due uomini e che si riverbera sul seguito della carriera di Annibale e quindi sulla guerra. Sembra che Annibale nel combattere i Romani non faccia altro che eseguire un ordine del padre ormai morto, e morto da eroe. Sembra infine che all'odio sia spinto da un destino fatale, sancito dagli dei con un rito religioso.
Il lettore viene di conseguenza riportato alla sete di sangue e agli odi della tragedia, a quei sentimenti che segnano i personaggi protagonisti della saga tragica per eccellenza del teatro greco, quella dei Pelopidi: da Pelope le cui carni furono imbandite agli dei per metterne alla prova la chiaroveggenza, all'empio Atreo che per impadronirsi del potere a Micene d in pasto le carni dei figli al fratello Tieste, fino all'episodio pi celebre, l'assassinio di Agamennone al suo ritorno dalla guerra di Troia perpetrato da Egisto con lo sprone della regina Clitennestra, la quale a sua volta vuole vendicare il sacrificio della figlia Ifigenia celebrato per propiziare la partenza della flotta greca per la guerra di Troia. La trilogia tragica del pio Eschilo, l'Orestea, che raccoglie l'ultima parte di questa saga,  quasi oppressa dal peso di una crudelt inumana, della sete di potere dei personaggi, dei loro amori illeciti, di vendette atroci che si protraggono per generazioni, di peccati inespiabili e del rimorso.
Cos a Cartagine sembra che nel figlio venga convogliato l'odio mortale del padre e quel sentimento di orgoglio smisurato, tracotante e ingiusto che nella tradizione greca contraddistingue i personaggi tragici, o i tiranni, destinati proprio per questo all'invidia degli dei e a una fine violenta. Un rapporto malsano, foriero di esiti drammatici e tanto pi pericoloso in quanto generato da quella bramosia di potere tirannico, di regno, che agli occhi dei romani era il sentimento pi mortale per la convivenza civile.
Ma, si diceva, il racconto liviano  dramma ed epica nello stesso tempo. Antagonista di questi uomini, di questa virt ambigua e mal riposta, di questa violenza smisurata ed empia, non  un altro uomo o un dio, bens un popolo la cui tradizione non ammette eroi individuali ma incarna dei valori morali collettivi esibiti con forza proprio nei momenti estremi.
Da questi valori deriva un ulteriore contributo alla costruzione retorica dell'Annibale romano. Riprendiamo il ritratto liviano (XXI, 5) di Annibale. Alla caratterizzazione, positiva, delle virt guerriere del condottiero segue una elencazione, questa volta del tutto negativa, dei vizi morali dell'uomo:
Tuttavia grandissimi vizi pareggiavano virt cos grandi: una feroce crudelt, una malafede pi che cartaginese, una continua menzogna, nessun rispetto per la religione, nessun timore degli dei, lo spregio del giuramento, la mancanza di ogni scrupolo.
Come nella celebre descrizione di Sallustio del carattere di Catilina simulatore e dissimulatore, anche questo ritratto paradossale mette in ombra l'energia del personaggio con vizi che risultano l'opposto delle fondamentali virt romane dell'humanitas, della fides e della pietas. E proprio la disumana crudelt, la perfidia plus quam punica e l'assenza di qualsiasi scrupolo religioso hanno costituito lo sfondo a qualsiasi giudizio romano sul nemico.
Su questa base la figura di Annibale  stata demonizzata fino al punto di perdere qualsiasi connotato umano e di raggiungere in un progressivo imbarbarimento lo stadio della crudelt delle belve. Di conseguenza non gli  stata risparmiata nessuna accusa, anche le pi strane e inverosimili, e in modo particolare di aver tenuto comportamenti che violano ogni diritto, anche quello di guerra, e aboliscono ogni scrupolo morale o religioso e ogni legame naturale.
Annibale viene accusato di aver favorito l'antropofagia tra i propri uomini (anche se Polibio smentisce la notizia che attribuisce a un suo ufficiale e omonimo, Annibale Monomaco, il Gladiatore). Annibale  un nemico venuto dalle ultime spiagge della terra che nelle parole del console Varrone, lo sconfitto di Canne, conduce milizie prive di qualunque conoscenza del diritto, di condizione umana e quasi di ogni umano linguaggio. Costoro, gi per natura e costumi crudeli e selvaggi, lo stesso loro comandante rese ancor pi crudeli con il far costruire ponti e dighe con mucchi di cadaveri e, ci che mi vergogno di dire dinanzi a voi, con l'abituarli a mangiare carne di morti (Livio, XXIII, 5). Annibale organizza duelli tra i prigionieri di Canne usandoli come gladiatori davanti al suo esercito, taglia le dita dei piedi ai prigionieri romani condannandoli a morte lenta, brucia vivi i senatori di Nuceria nei bagni pubblici, massacra gli abitanti di Victumulae, vicino a Piacenza, nonostante si fossero arresi.  ancora Annibale che empiamente attacca e profana un santuario antico e sacro alle genti italiche, quello della dea sabina Feronia nel Lazio, per sfogare la sua rabbia contro quelle popolazioni che non avevano abbandonato Roma.
A completare il quadro dei tre vizi capitali della crudelt, dell'empiet e della slealt troviamo anche l'accusa di avarizia e perfino quella di lussuria. Un singolare passo del naturalista Plinio il Vecchio ricorda infatti che la citt apula di Salapia fu teatro di un amore illecito e degradante del generale per una meretrice. La quale notizia, probabilmente falsa e rituale nella mortificazione di un personaggio altrimenti eroico - anche il mito di Ercole, cantano i Carmina Burana, crolla per colpa di Venere: Colui che non si fece spaventare dall'Idra si fece domare da una fanciulla - non avrebbe altro scopo che di completare l'immagine di un esercito e di un generale in balia del vizio di lussuria proprio, dir uno storico, di chi era nato in Africa. Un generale e un esercito facili prede di quegli ozi di Capua che sono il pi celebre contorno di questo episodio.
Ma la galleria dei vizi del Cartaginese denunciati dagli storici romani trova conferma e si concretizza anche in un segno esteriore: la menomazione all'occhio e il volto sfigurato. Il fatto  noto. All'inizio del 217 Annibale valica l'Appennino - le ipotesi sul passo sono numerose quasi quanto quelle sul transito delle Alpi - per dirigersi verso l'Italia centrale e Roma. Per giungere in Etruria, nella zona tra Fiesole e Arezzo dove era accampato il console Flaminio con l'esercito romano, deve passare attraverso zone paludose dove l'acqua era resa ancora pi alta dalla piena dell'Arno. La marcia assume le stesse tinte epiche del valico delle Alpi, con i soldati che avanzano a stento tra gli acquitrini senza poter trovare riposo se non sdraiandosi sopra i bagagli o le bestie da soma annegate nel fango. Anche il comandante soffre, e si ammala di una oftalmia e dato che le circostanze non consentono una sosta per le cure viene trasportato sul dorso dell'unico elefante sopravvissuto all'inverno, ma finisce ugualmente per perdere l'occhio. Cos quasi tutte le fonti; in una sola, la biografia di Annibale di Cornelio Nepote, l'elefante non c', sostituito da una pi modesta lettiga, e la malattia non sembra cos grave da produrre la perdita dell'occhio.
L'Annibale greco
L'immagine del doge losco, dello stranio arnese - cos Petrarca defin il Cartaginese menomato - in groppa all'elefante sminuisce e rende ridicola la figura di Annibale anche in quanto strano, estraneo, barbaro, lontano, straniero appunto. La demonizzazione dell'eroe coincide dunque con quella del suo popolo, i Cartaginesi.
Se Roma fece nel terzo e nel secondo secolo a.C. uno sforzo immane per avvicinarsi alla cultura greca e per farsi accettare da questo mondo cos affascinante, lo stesso non si pu dire per la civilt fenicia, a proposito della quale gli scrittori riprendono luoghi comuni che risalivano al quadro del Fenicio subdolo e mentitore presente nella cultura greca fin da Omero. Annibale finisce dunque per essere il Fenicio per antonomasia, l'esemplare pi feroce e pericoloso di una nazione avida, brutale, viziosa, perfida, che ha mandato in Italia un esercito di barbari a combattere secondo regole mai viste. Dir ancora in et imperiale Plutarco (Precetti politici, III, 6):
Diversa  l'indole del popolo cartaginese: essa  aspra, tenebrosa, ossequiosa nei confronti dei potenti, crudele con i sudditi, nei momenti di paura  spregevole, nella collera eccessivamente brutale, caparbia nel mantenere le decisioni una volta prese, repulsiva e rude nei confronti dei modi di vita raffinati e dell'eleganza.
Roma evidentemente dimenticava i trattati stipulati con Cartagine, i rapporti tra le famiglie aristocratiche delle due citt, le relazioni commerciali, e soprattutto non capiva quello che abbiamo suggerito nel prologo, cio che Cartagine era da pi di un secolo inserita in quel grande processo di diffusione della cultura greca in tutto il bacino del Mediterraneo che chiamiamo ellenismo. Come intu un grande storico, Arnaldo Momigliano, la Punica fides aveva il suo corrispondente nella Graeca fides e tutti quei comportamenti fondati sulla metis e che si opponevano alla morale tradizionale governata dalla fides non avevano tanto una oscura origine barbarica in un mondo al di l del Mediterraneo, ma erano a portata di mano negli esempi tratti dalle storie dei sovrani ellenistici e nelle raccolte dei loro stratagemmi.
E pertanto c' un Annibale greco. Ne abbiamo visto azioni e idee nel corso del libro. L'educazione alla cultura greca, i rapporti mediati dal padre con lo spartano Santippo, il precettore Sosilo, pure spartano, che sar con Sileno di Calacte uno dei due storici greci al seguito secondo l'uso di Alessandro. Ma anche l'arte militare ellenistica compresa fin nella sua sostanza, che gli insegna, al di l della tattica avvolgente mutuata dal maestro spartano, a mettere in campo schiere flessibili e a adattare i movimenti e le armi alle attitudini dei barbari che costituivano il suo esercito. E poi le suggestioni della politica greca, e se anche Annibale e gli altri due Barcidi prima di lui non arrivarono a concepire progetti monarchici, sono evidenti i prestiti dal modello del re ellenistico, primo fra tutti l'esaltazione del carisma del comandante, la sua particolare venerazione di una divinit protettrice, l'attenzione agli aspetti ideologici del potere, il rapporto particolare con le truppe mercenarie, che preferiscono un comando unificato, riconoscibile in una continuit famigliare, e possibilmente di origine divina, forse anche la propaganda con monete (la monetazione barcide di Cartagena) e iscrizioni commemorative delle proprie gesta (la tavola nel tempio di Era Lacinia a Crotone). Si potrebbero perfino attribuire ad Annibale delle simpatie per una dottrina razionalistica greca che era coltivata nell'Italia meridionale e che ben si accompagnava alla venerazione per un eroe civilizzatore come Ercole e a quella dei sovrani ellenistici - quell'evemerismo che interpretava il mito come la storia arcaica del mondo e predicava che gli dei erano i grandi uomini che durante la loro vita avevano beneficato l'umanit, rimasti nella memoria e nel culto delle epoche successive.
I Greci capirono questo rapporto con il loro mondo, tanto che nelle gerarchie che il loro spirito agonistico tanto amava furono loro a paragonare Annibale a Pirro e ad Alessandro. Nel preteso cavalleresco incontro di Efeso tra Scipione, ormai vincitore di Zama, e lo stesso Annibale,  il generale stesso che risponde alla domanda del romano che gli chiede chi sia stato il comandante migliore, dicendo che lui sarebbe il terzo dopo Alessandro, che aveva sconfitto grandi eserciti e aveva percorso il mondo fino agli ultimi confini, e Pirro, che per primo aveva insegnato a tracciare un accampamento [...] scegliere le localit, disporre le truppe [...] conciliarsi le simpatie dei suoi uomini. E se non ti avessi vinto? obiett Scipione. Allora non mi considererei il terzo, ma il primo dei generali, fu la risposta del Punico, tanto per cambiare piena di astuzia punica, come chiosa Tito Livio (XXXV, 14).
Ma pi che singoli episodi che si spigolano dalle fonti, sono significative le esperienze dell'ultimo Annibale, quello dell'esilio.
Dopo la sconfitta di Zama nel 202 Annibale sfugg alle prevedibili accuse di non aver attaccato Roma dopo Canne e di appropriazione indebita dei bottini. Il seguito di cui ancora godeva a Cartagine lo salv probabilmente dalla sorte dei comandanti punici sconfitti. Grazie a questo seguito, che forse si era costituito come una clientela politico-militare di quelle che anche Roma avrebbe visto nel I secolo a.C., Annibale pot intraprendere una carriera politica e giungere fino al sufetato, carica che aveva rafforzato la sua influenza dall'inizio dell'epoca dei Barcidi, approfittando (o essendo la causa?) dell'accresciuta potenza dell'assemblea popolare a scapito del Consiglio dei centoquattro. L'azione politica del Barcide fu coerente nella sua ostilit all'aristocrazia che l'aveva osteggiato fin dall'inizio della sua avventura spagnola. Arrest un magistrato che gli si opponeva su una questione fiscale e condottolo davanti all'assemblea ne approfitt per far passare una legge che ripristinava l'elezione annuale dei giudici del Consiglio; la conseguente politica di rigore fiscale proprio contro i proprietari terrieri consent a Cartagine di risanare le finanze pubbliche e nel 191 di anticipare i tempi del pagamento dell'indennit di guerra a Roma. Prova di questa nuova prosperit  una nuova attivit edilizia che si svolge sulle pendici meridionali dell'acropoli della Byrsa secondo schemi urbanistici ortogonali di importazione greca, e che qualcuno vuole incentivata dal sufeta Annibale.
Nonostante questo, l'odio di Roma e le inimicizie all'interno della nobilt lo costrinsero a fuggire dalla citt nel 195, non senza un ennesimo stratagemma messo in opera ai danni dei capitani dell'isola di Cercina che si trovava sulla rotta della sua fuga. Prepar infatti un sacrificio e poi un banchetto al quale invit equipaggi e mercanti; per riparare gli uomini dal sole si fece prestare vele e pennoni dalle loro navi e costru delle tende lasciando per in piena efficienza solo la sua nave. Quando salp per Tiro nessuno fu in grado n di seguirlo n di riferire subito a Cartagine la sua direzione.
La sorte di Annibale nel suo esilio  a sua volta una storia di perfidie e tradimenti. Arriva alla corte di Antioco terzo di Siria carico di prestigio e di ricchezze personali, e siccome il re seleucide stava attuando una politica aggressiva contro la Grecia, che si trovava sotto la protezione romana, ben si comprende l'accoglienza piena di onori che gli viene riservata. Ma a Efeso, mentre aspetta di raggiungere il re, un astuto legato romano, Villio Tappulo, si incontra con lui per conoscere le sue intenzioni e nello stesso tempo per comprometterlo davanti alla corte di Antioco a causa di questo incontro con i suoi nemici. La leggenda della conversazione con Scipione sui grandi generali del tempo  la prima conseguenza di questo abboccamento; la seconda vedr Annibale costretto a rassicurare il re sui suoi veri rapporti con Roma con il racconto del giuramento giovanile voluto dal padre Amilcare.
In effetti, alla corte del re di Siria, Annibale non venne mai impiegato per quello che sapeva fare. Gli storici forse con qualche esagerazione gli attribuiscono piani che presentavano la stessa ampiezza di prospettive della guerra combattuta contro Roma e che prevedevano che il Barcide ritornasse a Cartagine (con 10 000 fanti e 1000 cavalieri) per sobillarla contro Roma, e che poi passasse in Italia per riprendere da sud-ovest la guerra mentre il re doveva minacciarla dalla Grecia. Ma la proposta era irrealistica, e comunque prevedeva teatri di guerra interdipendenti e che il re abbandonasse la prassi del comando unificato per lasciare il fronte occidentale ad Annibale. Antioco per di pi, fedele al modo di ragionare dei re ellenistici, non voleva l'annientamento di Roma mediante una guerra incentrata sull'Italia, ma solo affermare il suo dominio in Grecia (sostituendosi ai Macedoni) e riprendere la politica di equilibrio nel Mediterraneo. Il progetto fall gi nel suo primo passo: il mercante di Tiro, Aristone, uomo di fiducia di Annibale, recatosi a Cartagine per prendere contatti con il partito fedele ai Barcidi e verificare le possibilit di una sollevazione contro il Consiglio, venne scoperto e dovette fuggire precipitosamente non prima di aver ingannato i suoi nemici fingendo che le istruzioni compromettenti fossero rivolte a tutti i senatori e non solo alla parte favorevole ai Barcidi.
Cos, allo scoppiare della guerra, i piani che present ancora al Consiglio di guerra del re vennero respinti perch troppo ambiziosi e impegnativi e il Barcide, il pi grande generale della sua epoca, venne relegato a un comando minore della flotta! La sconfitta di fronte alle navi di Rodi, alleata dei Romani, fu l'esito di questo incarico, e il disastro ben pi grave di Magnesia nel 189, sebbene Annibale non partecipasse allo scontro, segn la fine delle ambizioni di Antioco, ma anche del soggiorno del Punico presso la sua corte. Da quel momento in poi la vendetta di Roma non smise pi di inseguirlo.
Anche negli anni di esilio, fino alla morte nel 183, Annibale vive da greco e con i Greci. Esule a Creta, salva il suo patrimonio con l'astuzia; rifugiatosi nella lontana Armenia, alla periferia del mondo greco, vi porta tuttavia l'esperienza di amministratore che aveva affinato nei pochi anni a Cartagine dirigendo la costruzione della nuova capitale, Artaxata, dal nome del satrapo Artaxias. L'atto pi tipico del monarca ellenistico, quello di fondare una citt come luogo di diffusione della cultura greca, vede impegnato Annibale ancora una volta nell'ultima tappa del suo peregrinare, in Asia Minore, la Bitinia del re Prusia. Qui egli imita ancora una volta non tanto il modello illustre di Alessandro, che diede il suo nome alla citt che fond in Egitto, ma quello del padre ad Akra Leuk (Alicante?) e del cognato a Nova Carthago (Cartagena), che segnarono il loro arrivo in Spagna con la fondazione di queste due colonie fenice: per il re Prusia egli infatti edifica una citt, ovviamente Prusia, l'attuale Bursa, in una splendida posizione a nord-ovest del monte Uludag e non troppo distante dal mar di Marmara.
Al servizio di Prusia ecco che il vecchio generale compie l'ultimo stratagemma. Non in una guerra per il dominio del mondo, ma in uno scontro navale tra due flottiglie quasi piratesche - i sovrani ellenistici non rifuggivano dalla pirateria nelle loro guerre - di Prusia e di Eumene, il re di Pergamo. E il duplice espediente sembra anch'esso degno di un pirata. Prima dello scontro egli invia infatti con il pretesto di intavolare delle trattative un messaggero al re Eumene; la lettera contiene solo degli insulti, ma intanto la nave del re viene individuata, assalita dalle navi bitiniche e per poco non viene catturata; la flotta di Pergamo, superiore di numero,  respinta con il lancio, del tutto inaspettato, di vasi di terracotta pieni di serpenti fatti preparare in anticipo dal Barcide.
Ma l'aiuto e il consiglio che l'esule aveva portato a Prusia trovarono un'amara ricompensa. Nel 183 si present infatti alla sua corte Tito Quinzio Flaminino, il vincitore del macedone Filippo quinto nel 197, uomo di insaziabile vanit ma anche esperto della lingua e delle mille sfumature del mondo greco, con la missione di dirimere la difficile situazione tra la Bitinia e Pergamo. Non sappiamo se tra i compiti del vecchio uomo politico ci fosse anche la cattura di Annibale o se, inverosimilmente, i Romani scoprirono l'esule solo al loro arrivo in Bitinia, come non sappiamo se la richiesta di consegnare il loro nemico giungesse dagli ambasciatori romani o a tradire Annibale fosse stato il suo ospite, il pi meschino tra i meschini principi d'Asia, come lo defin il grande storico tedesco Theodor Mommsen.
Sta di fatto che la vita di Annibale fin in un oscuro borgo della Bitinia, Libissa, l'attuale Gebze, una quarantina di chilometri a est di Istanbul.
L'Annibale punico
Se l'Annibale romano  una compiuta costruzione ideologica di denigrazione e di odio, l'Annibale greco poggia su episodi sparsi, ma numerosi e concreti, che trovano la loro conferma nell'individuazione del Barcide, iniziata negli ultimi anni della sua vita, come del principale nemico di Roma e di un simbolo per quanti non accettassero come ineluttabile il dominio della citt sul mondo.
Con lo stesso sistema, vale a dire con qualche frammento e con la ricerca di fonti originali,  tuttavia possibile cogliere qualche aspetto dell'Annibale genuinamente punico.
Il lato della figura di Annibale pi in ombra. Non solo perch aveva vissuto poco a Cartagine: quando dopo Zama un senatore, evidentemente privo di senso della realt, prese la parola per opporsi alle condizioni di pace dei Romani, egli lo gett dalla tribuna per poi scusarsi davanti agli altri senatori perch, da rozzo soldato qual era, si era allontanato dalla citt a nove anni e ne era tornato a quarantacinque, e quindi non conosceva le usanze di quell'assemblea. In realt  molto difficile distinguere nelle fonti quello che possa essere autenticamente cartaginese in mezzo a tante notizie influenzate dal pregiudizio ideologico greco o romano; ammesso che sia possibile perch da un lato  l'Annibale ellenistico che sembra imporsi al lettore, dall'altro la vita stessa di Cartagine, per quel che ne sappiamo, mostra pesanti elementi culturali greci.
Se nella Cartagine ellenistica sopravviveva qualche retaggio dell'antico spirito della tradizione punica, questo va trovato nella presenza di una sorta di puritanesimo che influenzava Plutarco nel giudizio che abbiamo riportato sopra. Indole cupa, aspra, tenebrosa, a volte crudele e caparbia, ostile a modi di vita raffinati. L'indole che diede a Cartagine come ad altre popolazioni semitiche la fama, forse non del tutto giustificata, di praticare sacrifici umani di infanti donati in massa agli dei allo scopo di proteggere la comunit.
 vero che Amilcare Barca era stato accusato dai suoi rivali di aver tenuto con s Asdrubale perch l'apprezzava in modo meno onesto di quanto fosse lecito, e di avergli poi dato in sposa la figlia per continuare in questo rapporto disonesto; cos un rappresentante del tradizionalismo senatorio, Annone il Grande, aveva ripetuto lo stesso schema con Annibale e si era opposto all'invio del giovane in Spagna dal cognato che credeva a buon diritto di richiedere egli stesso quel diletto [che lui aveva offerto al padre] anche al figlio. Ma si tratta di accuse perlomeno sospette e che mirano a immergere la famiglia, che con Asdrubale avrebbe dato inizio alla corruzione nella citt, in quei costumi disinvolti segno distintivo dei Greci che essi prendevano a modello e che evidentemente non tutti a Cartagine accettavano.
Di Annibale invece sono noti lo scrupolo religioso, almeno esteriore, che lo porta come abbiamo gi visto al pellegrinaggio al tempio di Ercole-Melqart, le preghiere agli dei per favorire la marcia dei propri eserciti, il sacrificio di un agnello (con una selce, e non con il rasoio rituale punico per!) e la deprecazione di un eventuale spergiuro prima della battaglia del Ticino, e infine a invitare i cittadini a supplicare gli dei per la pace dopo la sconfitta di Zama. Si tratti o meno di atteggiamenti di comodo,  comunque certo che la religiosit di Annibale non assunse quegli aspetti di cupo autolesionismo per la collettivit simboleggiati dal sacrificio col fuoco di Elissa-Didone, oppure da quello del generale Amilcare dopo la battaglia di Imera del 480 e, nel 146, dalla fine degli ultimi difensori della rocca della Byrsa che preferirono bruciarsi in un tempio piuttosto che arrendersi a Scipione Emiliano.
Tuttavia vale la pena di sottolineare che le fonti, non senza contraddizione con l'immagine del Punico fedifrago e crudele, parlano della frugalit del grande Cartaginese (al quale nessuno imput mai gli eccessi alcolici di un Alessandro) e soprattutto della sua temperanza. Annibale ebbe una sola moglie, Imilce, sposata in Spagna con un matrimonio politico per suggellare il rapporto con i potenti locali; si ricorda la prostituta di Salapia e il fatto che ebbe un figlio da una donna di Capua, ma  probabile che questi fatti rientrino nel quadro accusatorio messo in piedi dalla storiografia romana, mentre una fonte (Giustino, XXXII, 4) ci narra della straordinaria continentia del generale.
 risaputo che Annibale, n quando l'Italia tremava per il suo infuriare in guerra con i Romani, n quando al rientro a Cartagine detenne il potere, si mise a cenare stando sdraiato o si concesse pi di un sestario di vino; quanto, poi, alla sua pudicizia, essa fu cos grande pur avendo a disposizione tante prigioniere da far venire il dubbio che egli fosse effettivamente nato in Africa.
Altro dunque che lussuria orientale!
Per fortuna abbiamo un'altra testimonianza del legame tra Annibale e il suo sostrato punico, e come per l'Annibale greco possiamo fare riferimento a un documento originale cartaginese: l'unico forse che non ci provenga dall'archeologia, che ci mostra quanto le norme e le tradizioni del mondo fenicio-punico fossero ancora impresse nella mente del Barcide.  il patto tra Annibale e Filippo quinto di Macedonia, un testo diplomatico che abbiamo gi ricordato pi volte.
La storia del documento, come la sua provenienza,  piuttosto avventurosa ed  un esempio tanto di sagacia romana quanto di astuzia greca.
Nell'estate del 215 una squadra navale romana guidata dal pretore M. Valerio Flacco incrociava nelle acque tra il Bruzio (l'odierna Calabria) e la Calabria (l'attuale penisola salentina). Al largo di Capo Lacinio, dove si trovava il tempio di Era al quale Annibale avrebbe appeso le tavole bronzee con le sue imprese, catturarono una nave macedone in rotta per la Grecia. A bordo si trovavano Senofane, inviato del re Filippo V, e tre ambasciatori cartaginesi. Senofane era lo stesso che in precedenza era sbarcato in Italia e aveva tratto in inganno un pretore romano nella cui guarnigione era incappato dicendogli di essere l'ambasciatore di Filippo presso il senato di Roma, e cos facendo si era guadagnato ospitalit, onori e un distaccamento che l'aveva scortato proprio in bocca ad Annibale, la sua vera destinazione. Al Barcide aveva offerto in nome del suo re un trattato di pace e di amicizia che, sottoscritto, ora veniva rispedito in Macedonia per la ratifica da parte di Filippo. I tre ambasciatori punici furono riconosciuti dagli abiti e, quando furono interrogati, dalla lingua e cos Senofane non riusc a ingannare di nuovo i Romani con le bugie che aveva preparato; la lettera di Annibale al re macedone fu intercettata e venne evidentemente depositata nell'archivio del senato dove mezzo secolo dopo Polibio l'avrebbe letta con la sua tipica curiosit per i documenti diplomatici e riportata nella sua opera. Il libro nono delle sue Storie and poi perduto, ma un compilatore bizantino salv tra altri frammenti anche il testo del giuramento di Annibale a Filippo quinto.
L'esame del testo ha presentato parecchie difficolt agli studiosi a partire dal linguaggio stesso che non  il greco abituale di Polibio, ma sembra piuttosto la traduzione letterale di termini e concetti della lingua fenicia. Quanto alla natura dello strumento diplomatico, esso ha la struttura tipica del berit, vale a dire un giuramento proprio della cultura semitica senza le formule rituali di maledizione per prevenire lo spergiuro - ben diversamente dalla forma dei trattati tra Roma e Cartagine e del giuramento, completato dal sacrificio dell'agnello, che Annibale pronunci prima della battaglia del Ticino e che abbiamo gi ricordato altrove.
Eccone alcuni passi:
Ecco il patto che fu sanzionato con giuramento fra il comandante supremo Annibale, Magone, Mircano e Barmocaro, i senatori cartaginesi al seguito, tutti i Cartaginesi che avevano partecipato alla spedizione di Annibale, e l'ateniese Senofane, figlio di Cleomaco, inviato del re Filippo, figlio di Demetrio, quale rappresentante suo, dei Macedoni e dei loro alleati.
In presenza di Zeus, di Era, di Apollo, del dio protettore di Cartagine, di Eracle, di Iolao, in presenza di Ares, di Tritone e di Posidone, in nome di tutti gli dei che presiedono alla spedizione, in presenza del sole, della luna e della terra, in presenza dei fiumi, dei mari e delle acque, in presenza degli dei tutti di Cartagine, della Macedonia e della Grecia: il comandante supremo Annibale e tutti i membri del Consiglio cartaginese che sono con lui e tutti i Cartaginesi che partecipano alla spedizione dichiarano, poich cos piace a noi e a voi, di prestare giuramento in spirito di amicizia e di schietta e reciproca benevolenza: stabiliamo di essere amici, stretti alleati e fratelli sulla base degli accordi qui fissati... (Pol., VII, 9)
Sebbene siamo in presenza dell'unico testo di berit internazionale, la forma  ben nota sia in documenti epigrafici provenienti da tutto il Vicino Oriente e compare anche nella Bibbia. Il berit degli Ebrei per esempio era un giuramento senza maledizione in cui due parti invocavano Dio a rendere pi salda la promessa o l'alleanza. Nel secondo Libro dei Re (23, 3) il re Giosia, salito al tempio con tutto il popolo e i sacerdoti e fatto leggere il Libro dell'alleanza, si impegna davanti a Dio in questi termini e con questo rituale:
In piedi presso la colonna, concluse un'alleanza (berit) davanti al Signore, impegnandosi a seguire il Signore e a osservarne i comandi, le leggi e i decreti con tutto il cuore e con tutta l'anima, mettendo in pratica le parole dell'alleanza scritte in quel libro. Tutto il popolo ader all'alleanza.
Cos Annibale depone il giuramento davanti agli dei che presiedono alla spedizione e davanti all'esercito e ai magistrati cartaginesi presenti in quel momento nel campo come consiglieri e che diventano con lui responsabili del mantenimento della promessa - non a caso dopo Sagunto i Romani chiesero la consegna del generale Annibale e dei suoi consiglieri. Senza scendere nei dettagli, la terminologia stessa rivela un antico formulario semitico, ed ecco per esempio l'appello all'amicizia e alla fratellanza e quello alla schietta benevolenza che ricorrono in strumenti giuridici semitici e del Vicino Oriente. Anche gli dei chiamati a testimoni, malgrado l'interpretazione greca del traduttore, appartengono al pantheon semitico, come non  greco l'appello agli dei dell'altro contraente: la formula ternaria che li raggruppa  semitica e ricorda uno schema mitologico fertilistico (vita, morte e resurrezione), mentre  possibile scoprire tra gli dei greci i corrispondenti punici (da Eracle-Melqart a Zeus-Baal Hammon o Baal Shamim, Asclepio-Eshmun, Apollo-Reshef, il dio protettore di Cartagine pu essere un dio semitico della fortuna, Era  forse Tanit, il volto di Baal, ecc.) e comunque gli dei dei fiumi, dei mari e delle acque non rimandano certo a formule greche e nemmeno al pantheon personale di Annibale che annoverava il Melqart-Ercole di Gades.
Il testo dunque offre uno squarcio sulla mentalit di un uomo che, pur nella sua formazione greca, ha bisogno di ricorrere a uno strumento giuridico e religioso antichissimo che appartiene ai progenitori semitici del suo popolo. Un Annibale ancora semita.
Ma anche cos Annibale sfugge a una caratterizzazione precisa: come non  il sanguinario e perfido generale che vuole la propaganda romana, non  solo il greco razionalista e indifferente che usa la religione come semplice strumento di potere, il Barcide non  nemmeno un Abramo divenuto improvvisamente contemporaneo di Polibio, come paradossalmente sugger lo storico Elias Bickerman.
Le clausole e le reciproche assicurazioni che ricorrono nelle formule del berit rivelano che accanto all'eredit di Abramo c', ancora, la sapienza politica ellenistica che si serve di uno strumento antico per raggiungere i propri scopi.
Il giuramento di Annibale  una dichiarazione unilaterale a cui forse avrebbe fatto seguito - per noi non lo sappiamo - un'analoga dichiarazione da parte di Filippo V. Questo, e non tanto la presenza dei tre membri del senato cartaginese, sembra delineare dei limiti all'azione del generale. I tre personaggi citati possono essere infatti i membri di una delle commissioni ristrette del senato che come gli efori spartani seguivano i generali punici con funzioni di controllo piuttosto che degli ambasciatori inviati in Italia appositamente per concludere un trattato. Di conseguenza non  necessario ipotizzare che Annibale come un notaio sottoscriva a nome della propria citt un trattato ufficiale (diversi sono i trattati romano-cartaginesi di cui si  detto nella Parte I), ma si pu pensare che egli come in altri casi agisca autonomamente ma limitatamente alla sua sfera di competenze, il teatro di guerra dell'Italia. E il berit, la promessa senza maledizioni contro il violatore, sarebbe la forma pi adatta per inaugurare un rapporto di mutua assistenza e non un'alleanza pi impegnativa.
Il contenuto del patto  in effetti piuttosto semplice: Annibale promette e si aspetta di ricevere assistenza militare dalla potenza straniera, solo se questa assistenza si render necessaria; promette che gli effetti della futura pace saranno estesi anche alla Macedonia, che Roma dovr abbandonare la sua influenza nell'Adriatico e restituire degli ostaggi a Demetrio di Faro, un dinasta tributario del re di Macedonia.
Come si vede, l'aiuto promesso e richiesto  limitato perch egli non desidera concedere alla potenza macedone lo status di principale belligerante; il giuramento sembra dunque un'accorta mossa strategica per dare una sorta di contentino al pi potente dei re ellenistici che, con un riflesso automatico proprio della politica della sua epoca, voleva approfittare della crisi di Roma e garantire la sua influenza sul mare Adriatico e l'Illiria. E d'altra parte con queste concessioni Annibale chiarisce che  lui ad avere mano libera sull'Italia e nello stesso tempo evita di legarsi troppo strettamente alla Macedonia e quindi, di destare i sospetti delle altre potenze mediterranee, soprattutto quell'Egitto dei Tolomei con i quali la sua citt aveva da tempo rapporti economici e culturali.
Si capisce pertanto, in questa raffinata calibratura di rapporti diplomatici, come la conseguenza ultima dell'apertura alla Macedonia non fosse la ricerca di un aiuto militare per dare il colpo di grazia a Roma. Solo la tradizione annalistica sfociata in Tito Livio pot pensare che Filippo quinto sarebbe arrivato in Italia con una flotta di duecento navi a condurre una guerra totale contro Roma per poi lasciarla in bottino ai Cartaginesi, e che, per ricambiare, Annibale sarebbe passato in Grecia a combattere contro i nemici del re.
Roma avrebbe dovuto chiedere la pace e la sua potenza sarebbe uscita ridimensionata dal conflitto. Ma n il generale punico n il suo provvisorio amico, che, detto per inciso, di fatto non sarebbe mai intervenuto nella guerra, intendevano distruggere completamente la citt e la sua potenza.
Da un discendente di Alessandro Magno era il caso di pretendere un comportamento meno stolto, e delenda Carthago era un grido pi degno di un barbaro che di uomini educati alle sfumature della cultura greca!

3. La morte di Annibale: fortuna o virt.

Viveva per sempre un uomo a cui Roma concedeva l'onore singolare di ispirarle timore; era questi il profugo cartaginese il quale aveva armato contro Roma prima tutto l'Occidente, poi l'Oriente.
Theodor Mommsen, Storia di Roma.

Una zolla libissa [di Libia] ricoprir il corpo di Annibale.
Come altri uomini antichi Annibale si era sentito predire dagli dei il luogo della sua morte, e come altri uomini antichi anche Annibale si era sbagliato nell'interpretare il responso dell'oracolo. La profezia dei sacerdoti di Ammone, ambigua come tutte le profezie antiche, sembrava significare che dopo la sua morte sarebbe stata la terra Lybissa a coprirlo; la terra d'Africa quindi, o Libia come la chiamavano gli antichi.
Sperava, pertanto, di annientare la dominazione dei Romani e, ritornato in patria, in Libia, di concludere la sua vita a tarda et, ma quando il romano Flaminio [Tito Quinzio Flaminino] si dava da fare per catturarlo vivo, egli, giunto come supplice da Prusia e respinto da costui, mont a cavallo e rimase ferito a un dito dalla spada sguainata; essendo andato avanti per molti stadi, fu preso dalla febbre in seguito alla ferita, e il terzo giorno sopravvenne la morte: il luogo dove mor  chiamato dai Nicomediesi Lybissa (Pausania, Guida della Grecia, VIII, 11).
E in effetti il luogo della morte di Annibale non fu la terra d'Africa, come credeva lui, ma il modesto villaggio di Lybissa, nell'entroterra asiatico del Mar Nero (o Ponto, come lo chiamavano i Greci). E il villaggio di Lybissa e la citt di Nicomedia facevano parte del regno ellenistico di Bitinia, in Asia Minore, dove il generale era ospite probabilmente indesiderato di Prusia, un regolo impaurito dalla schiacciante presenza romana in Oriente.
Non c' da fare troppo conto sulla verit di questo racconto. Prima di tutto perch esistono altre versioni della morte di Annibale - una ancora pi fantasiosa, per cui egli come Temistocle e il mitico re Mida avrebbe ingerito sangue di toro che a parere degli antichi si coagulava nel corpo di chi lo beveva provocandone la morte. In secondo luogo per il fatto che questa narrazione sembra imitare quella della morte in Egitto del re persiano Cambise, il quale smontando da cavallo si fer alla coscia con la propria spada e si rassegn alla morte solo quando scopr che il luogo dell'incidente si chiamava Ecbatana, proprio come la citt regia persiana dove intendeva morire di vecchiaia.
L'autore di questa inverosimile narrazione della morte del cartaginese  Pausania, uno scrittore del secondo secolo d.C. che ci ha lasciato uno sterminato Baedeker della Grecia antica farcito di notizie storiche e mitologiche a uso e consumo di visitatori e di lettori affascinati dalla civilt greca, colti e anche un po' nostalgici. In questo passo egli sembra compiacersi degli errori dei grandi uomini nella interpretazione degli oracoli e quindi dei capricci della sorte ai loro danni, e l'esempio di Annibale gli serve per completare un ragionamento che l'aveva appena indotto a parlare di Epaminonda e di un errore analogo nella vicenda della morte dell'eroe tebano nella battaglia di Mantinea nel 362 a.C.
Il nemico pi feroce che Roma ha mai avuto sarebbe morto dunque per una straordinaria malignit della fortuna. La Tyche, come la chiamavano i Greci. In questa narrazione le circostanze storiche del fatto scompaiono dietro a questa morte che  romanzesca nella sua banalit, specchio ed esempio di un mondo che sembra dominato dalla capricciosa divinit dotata di timone o di cornucopia, con in braccio Pluto bambino, il dio della ricchezza, quella dea che gi nel quarto secolo, negli anni della loro supremazia, i Tebani veneravano e che si vedeva costruire dei templi pubblici e luoghi di culto privati in tutte le citt del Mediterraneo in concorrenza con divinit femminili benefattrici quali Demetra, Afrodite e Cibele. I re ellenistici l'adoravano. I poeti comici la introducevano nelle loro commedie borghesi, ambientate nel mondo sempre in movimento delle citt, ne avevano fatto il motore delle peripezie dei loro personaggi e a volte perfino un attore che parlava nel prologo, e spesso risolvevano felicemente trame intricate grazie al suo provvidenziale intervento.
Anche coloro che cercavano di capire le trasformazioni continue che si svolgevano sotto i loro occhi da quando Alessandro Magno, il beniamino della fortuna, con un esercito di Greci aveva conquistato tutto l'Oriente, avevano eletto la Tyche a spiegazione soprattutto dei casi in cui avvenimenti straordinari rendevano difficile individuare nella storia un seguito razionale di cause. Poteva essere una forza provvidenziale ma a volte, come gli dei del passato, era invidiosa delle imprese degli uomini. In un trattato del filosofo e uomo politico ateniese, Demetrio Falereo, si legge come solo la fortuna poteva spiegare perch i Persiani padroni del mondo fossero adesso quasi sconosciuti, la Tyche che muta ogni cosa al di l della nostra ragione, e mostra la sua potenza ingannando le nostre aspettative.
A una morte banale erano andati incontro anche altri sovrani ellenistici. Lo stesso Alessandro non era morto in battaglia, ma a Babilonia e di una comune febbre; invece Antioco terzo, il re con cui Annibale avr i rapporti pi stretti dopo aver abbandonato Cartagine, era caduto in una oscura satrapia orientale nel corso di una scorreria che aveva come scopo il saccheggio del tempio di Bel. Fortuita per non dire romanzesca  anche la morte di Pirro, l'eroico re dell'Epiro, che ad Annibale sarebbe stato pi volte avvicinato. Plutarco la descrive nei toni del romanzo, dopo aver narrato la campagna d'Italia che lo port in vista di Roma e il ritorno in Grecia, con l'ennesima guerra contro un altro re macedone, Antigono Gonata. Il destino guid infatti Pirro nel Peloponneso dove questo straordinario giocatore di dadi, come lo defin il suo nemico, gett l'ennesimo buon tiro senza saperne approfittare. Nella incerta luce dell'alba egli tent un colpo di mano con i suoi mercenari galati ed entr in Argo grazie alla complicit del partito a lui favorevole. In un confuso combattimento nelle vie della citt venne ferito, si rivolt contro il giovane che l'aveva colpito con la lancia, un argivo non nobile, ma figlio di una donna povera e vecchia. Costei, che assisteva alla battaglia insieme con le altre donne da un tetto, fuori di s per il pericolo che correva la vita del figlio, sollev una tegola e la gett sul capo di Pirro colpendo il re sotto l'elmo. Abbattuto al suolo, Pirro fu poi decapitato da un oscuro soldato di Antigono.
Esiste una variante pi nota e attendibile della morte di Annibale - forse meno avventurosa perch non c' l'intervento della fortuna e anche meno banale perch contempla il suicidio del generale cartaginese, e il suicidio per gli antichi poteva essere il segno supremo della virt di chi non vuole lasciare la propria vita all'arbitrio di altri e del disprezzo per i limiti imposti dalla sorte alla vita umana. La si trova in pi fonti, con sfumature diverse, ma tutte sostanzialmente concordi nel deprecare la fine tragica e per certi versi ingiusta di un uomo ormai inerme, un uccello divenuto per la vecchiaia incapace di volare e senza coda. Dunque Annibale viveva ospite di Prusia almeno da quando aveva dovuto abbandonare l'ospitalit di un re ben pi potente, Antioco terzo il Grande di Siria, perch costui, sconfitto dai Romani, era stato obbligato dalle clausole della pace di Apamea del 188 a consegnare il nemico di Roma. Nel 183 era giunta in Bitinia un'ambasceria guidata da Tito Quinzio Flaminino, vincitore dei Macedoni a Cinoscefale e uomo di stato romano tra i pi influenti dell'epoca. Qui, o perch casualmente informati della presenza di Annibale, o perch messi sull'avviso da Prusia stesso, o meglio ancora perch giunti espressamente con il compito di esigere la consegna del loro nemico (fosse la volont precisa del senato oppure l'ambizione di Flaminino), i Romani obbligarono il debole Prusia a rivelare il nascondiglio di Annibale. Il castello di Lybissa in cui viveva fu circondato, le porte secondarie dell'edificio - sette uscite sotterranee,  il particolare romanzesco di Plutarco - che l'astuzia del cartaginese aveva predisposto, furono occupate, e Annibale per non cadere in mano ai suoi nemici si diede la morte. Per mano di uno schiavo che l'avrebbe strangolato con il mantello, o nella versione pi nota bevendo il veleno che portava sempre con s.
Prima dell'atto fatale la retorica degli storici antichi fa pronunciare ad Annibale l'ultima imprecazione contro Prusia, violatore delle leggi dell'ospitalit, e contro i Romani, lo stesso popolo che in passato aveva avvertito del tentativo di avvelenarlo Pirro, un nemico in armi e insediato in Italia, e che ora mandava un legato consolare a uccidere a tradimento un ospite.
L'esistenza di Annibale si chiude dunque all'insegna dell'odio feroce e mortale per Roma, la quale ricambia il nemico con una caccia spietata in ogni luogo del mondo greco dove possa essersi rifugiato.
Quasi che il Cartaginese fosse la minaccia di vent'anni prima, quando ancora si trovava in Italia alla guida di un esercito invitto.

Nota bibliografica.

Nella breve bibliografia si  data la precedenza, nei limiti del possibile, a titoli di autori italiani o a titoli stranieri tradotti e di facile reperibilit. Sono stati omessi articoli e la maggior parte dei testi non tradotti.
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Le citazioni dal libro III di Polibio e dal libro XXII di Livio, dove la battaglia  descritta pi diffusamente, sono state tratte rispettivamente dall'edizione Mondadori (Polibio, Storie, trad. di Carla Schick, Milano 19964) e Rizzoli (Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. V, trad. di Bianca Ceva, Milano 20018).

POPULISMI, COMPLOTTI E SCONTRI DI CIVILT NEL 216 A.C.
di Siegmund Ginzberg.

Non stupitevi se troverete cose che suonano d'attualit, come dj vu di avvenimenti recenti, in queste vicende di ventidue secoli fa.  la deformazione professionale (sono un giornalista, non uno storico) a farmele saltare all'occhio.
Le elezioni del 216, l'anno di Canne, furono praticamente un referendum: si trattava di decidere se cercare uno scontro conclusivo con Annibale, o continuare la strategia attesista di Quinto Fabio Massimo, soprannominato Cunctator, il Temporeggiatore. Prevalse la linea che, col senno di poi, si sarebbe potuta definire avventurista. O forse gli elettori semplicemente ce l'avevano con chi aveva governato sino a quel momento. C'erano sei candidati per due posti da console. Ne fu eletto uno solo: l'homo novus Caio Terenzio Varrone. A lui gli storici antichi avrebbero addossato (forse immeritatamente) la principale responsabilit del disastro di Canne.
Su quelle elezioni abbiamo la testimonianza di Tito Livio, che scrive un paio di secoli dopo. Non ne parla invece Polibio, le cui storie sono molto pi fresche rispetto agli avvenimenti. Forse perch lui non  romano ma greco, si occupa solo della grande politica, e ritiene che quella spicciola, del giorno per giorno, annoi i suoi lettori. Dei sei candidati, furono bocciati i tre patrizi e i due ex plebei, considerati ormai integrati alla casta; fu eletto solo quello che si presentava come outsider. Non era aristocratico, ma figlio di un macellaio. Si era ingraziato la plebe, dice Livio, prendendosela con i politici pi in vista e facendo demagogia populista. I suoi sostenitori avevano fatto campagna contro tutto l'establishment. Accusavano non solo il Senato ma anche gli Augures (l'istituzione degli indovini) di far di tutto pur di non far votare il popolo. Avrebbero manipolato i responsi divinatori (i sondaggi, mi viene da dire), escogitato pretesti e cavilli di ogni sorta. L'opposizione arrabbiata sosteneva che erano stati i nobili, i senatori, i patrizi, cio la casta e i poteri forti, ad avere voluto e provocato la guerra. Correva addirittura voce che proprio loro avessero attirato Annibale in Italia. Che l'avevano fatto apposta, anzi con inganni, fraude. Perch pensavano di trarre vantaggio dalla situazione, e ora, non riuscendo a vincere la guerra, la tiravano in lungo. La guerra, insistevano, non sarebbe mai finita se al governo restavano sempre gli stessi. Per questo andava eletto un vero esponente della plebe, un hominem novum (Liv., XXII, 34).
Una conspiracy theory bell'e buona. I vecchi politici, i patres (i senatori), erano accusati di usare ogni pretesto per rinviare le elezioni. I litigi sulla data e le modalit delle elezioni erano cronici. L'anno prima, nel 217, dopo la sconfitta del lago Trasimeno, temendo Annibale alle porte, avevano eletto un dittatore: Quinto Fabio Massimo, che ancora non si chiamava Cunctator, ma solo Verrucosus (il Verruca). Una vecchia volpe della politica, navigato in cose militari, ma anche in procedure religiose. Per tacitare il partito avverso, gli avevano affiancato come magister equitum (praticamente come numero due al comando) l'assai pi giovane e focoso Marco Minucio Rufo. Non contento, un tribuno della plebe, tale Marco Metilio, anche lui del partito che invocava subito una battaglia decisiva, era poi riuscito a far indire un plebiscito su una riforma costituzionale che praticamente commissariava il dittatore. Rogatio de aequando M. Minuci magister equitum et Q.Fabi dictatoris iure: questo il titolo del referendum. Aveva vinto il s. Minucio e Fabio, divenuti di pari grado, si erano divisi le legioni. L'impetuoso Minucio, ringalluzzito da una prima effimera vittoria, era poi caduto come un pivello in un'imboscata. Avrebbe perso la vita e l'esercito se non fosse accorso Fabio Massimo a soccorrerlo. Dopo questo incidente rinunci alla co-dittatura e l'improvvida riforma costituzionale, che dal nome del proponente si chiamava Lex Metilia, venne dimenticata.
Ma le diatribe elettoral-costituzionali non erano finite. Scaduto il semestre di dittatura di Fabio Massimo, erano stati eletti due nuovi consoli, poi il Senato aveva nominato un dittatore provvisorio (interrex), con il mandato di convocare i comizi elettorali. Ma dopo sole due settimane la sua nomina era stata invalidata dagli Augures in quanto vitio creatus, per vizio di forma. Il mandato dei consoli uscenti era stato prorogato, senza che ci fossero regolari elezioni popolari.
Il collegio degli Augures, oltre a sondare gli umori divini, aveva una funzione in qualche modo paragonabile a quella delle Corti costituzionali dei giorni nostri. Erano nominati a vita, come i giudici della Corte suprema Usa. Decidevano senza appello sulla regolarit delle elezioni. Interpretavano i segni fasti o nefasti, lo ius publicum, i libri augurales. Erano i signori della tradizione, dei riti e del calendario. Decidevano in base alle viscere degli animali sacrificati, all'avvistamento di rapaci, a tuoni e prodigi, ma specialmente in base al comportamento del pollame sacro, allevato specificamente alla bisogna. Anche ogni comandante militare sul campo aveva un suo seguito di pollame. Se le galline beccavano con gusto, era lecito procedere, mettiamo alla battaglia, se rifiutavano era d'obbligo soprassedere. Era una delle cartine di tornasole per verificare se Roma era in pace o meno con gli di. Chi decidesse di ignorarli lo faceva a suo rischio. C'era stato, durante la prima guerra punica, un ammiraglio che aveva fatto buttare a mare i polli: Se non vogliono mangiare, che bevano!. Non era necessario: un comandante poteva sempre guidare i suoi polli verso il responso desiderato. Perch beccassero con appetito bastava tenerli a stecchetto per un po', spiega Cicerone nel suo trattato sulla divinazione. L'importante era consultarli secondo i crismi. Guai al generale che trascurasse le pratiche religiose prescritte. A qualcuno la sconfitta la perdonavano. Ma non l'omissione dei riti e delle scaramanzie d'ufficio.
Il Temporeggiatore Fabio Massimo non godeva di buona stampa. L'antica famiglia dei Fabi era una di quelle che, assieme ai Claudi e ai Corneli dominavano in quegli anni la scena politica a Roma. Consoli e senatori erano stati i suoi antenati, avrebbero continuato a esserlo figli e nipoti. Oltre all'accusa che evitasse di dare battaglia ad Annibale per vilt o interesse di casta, girava l'insinuazione che avesse una tacita intesa col nemico. Annibale stava sistematicamente devastando le propriet dei Romani, e degli alleati dei Romani che rifiutavano di passare dalla sua, ma aveva risparmiato le ville e i poderi del Temporeggiatore. Di proposito? Possibile. Ma semmai per mettere in cattiva luce il pi pericoloso dei suoi avversari, non certo per favorirlo. Per tacitare le voci, e l'apparenza del conflitto di interessi, Fabio dovette disfarsi di quelle propriet. Col ricavato riscatt privatamente i prigionieri che Annibale aveva fatto nella battaglia del Trasimeno. Il Senato gli aveva negato i fondi per farlo con denaro pubblico, malgrado alcuni fossero rampolli di famiglie altolocate. La ragione addotta: il dittatore non era stato autorizzato dal Senato a trattare con Annibale.
Pare invece pi fondato il sospetto che volgesse disinvoltamente a proprio vantaggio politico l'interpretazione dei prodigi, le previsioni rituali. Il capo della fazione conservatrice era infatti anche un influente membro del collegio degli Augures. Questa e altre cariche religiose erano cos importanti che Augusto, quando assunse tutto il potere da solo, qualche anno rinunci al consolato, ma non rinunci mai n alla carica di capo dei Augures, n a quella di Pontifex Maximus, n a quella di capo delle diverse confraternite religiose.
Il Cunctator poteva quindi decidere quando tenere le elezioni, e se convalidare o invalidare gli eletti. Non poteva per decidere, n prevedere, l'esito del voto. Suo malgrado nel 216 era stato eletto, solo soletto, l'homo novus Caio Terenzio Varrone. Il quale poi presiedette all'elezione del secondo console: Lucio Emilio Paolo, un senatore, non un esponente dell'antipolitica, ma anche lui un falco. Il suo nome era stato fatto in extremis, a sorpresa, dai patrizi rassegnati al fatto che non sarebbero riusciti a far eleggere nessun altro dei loro. Bastava a rassicurarli che Emilio Paolo avesse fama di essere ostilissimo alla plebe. Era gi stato console. Ma era finito sotto processo per concussione, scampando per un pelo alla condanna. E questa  forse la ragione per cui non si era nemmeno candidato al primo turno.
Varrone ed Emilio Paolo, oltre a volere entrambi provare al pi presto la loro virtus militare contro Annibale, pare non andassero d'accordo su quasi null'altro. Comandavano l'esercito un po' l'uno, un po' l'altro, a giorni alterni. Era una delle follie dell'ordinamento politico romano. Pare che il giorno della battaglia di Canne il comando supremo toccasse a Varrone. Quindi fu lui a decidere la formazione a ranghi serrati che si sarebbe rivelata micidiale per i romani.
Polibio, nelle sue cronache, difende la reputazione di Emilio Paolo. Il tait pay pour a, direbbero i francesi. Ostaggio greco a Roma, era alle dipendenze della famiglia di quest'ultimo. Gli fu concesso di restarsene tranquillo a scrivere, anzich finire in catene a zappare la terra, grazie alla protezione di Scipione l'Emiliano, che era nipote di Emilio Paolo. Inoltre, Emilio Paolo a Canne era rimasto ucciso, e dei morti per la patria non si dice male. Varrone invece se l'era cavata scappando. Ma nemmeno lui fu punito, anzi a Roma lo ringraziarono per non aver disperato delle sorti della repubblica, e gli diedero altri incarichi. Succede nelle migliori ditte.
Dopo Canne non si fecero pi esperimenti di antipolitica o nuova politica. Passarono per un po' di moda i giovani e gli uomini nuovi. Prevalevano i candidati che potevano vantare solida esperienza, con buone credenziali della vecchia politica. Ritornarono anche gli ex rottamati. Nel 215, l'anno dopo Canne, furono fatti consoli un aristocratico, Lucio Postumio Albino, e un plebeo, Tiberio Sempronio Gracco (antenato del tribuno omonimo che avrebbe espropriato i latifondi dei nobili). La gravit della situazione consigliava larghe intese. Quando l'aristocratico Postumio mor al comando delle legioni in Gallia, al suo posto fu nominato un altro plebeo, Marco Claudio Marcello, che era gi stato console nel 222. Ma l'elezione venne invalidata dagli Auguri (pare si fosse scatenato un temporale il giorno dell'insediamento), e al posto del plebeo Marcello fu fatto nuovamente console - indovinate chi? - s, ancora Fabio Massimo. Marcello si sarebbe rifatto facendosi eleggere console nel 214, nel 210 e nel 208. Ma per avere di nuovo due consoli plebei si sarebbe dovuto attendere il 172, cio altri trentacinque anni. L'ultima volta era successo nel 342, centosettant'anni prima: anche a quei tempi ne passava di tempo tra un governo tutto di sinistra (se cos possiamo definire il partito plebeo) e quello successivo. Quanto a Fabio Massimo, fu eletto di nuovo console nel 214, e poi ancora nel 209. Nel 213 fu eletto console suo figlio...
Annibale invece non aveva il problema di sottoporsi a elezioni o alternarsi al comando con altri. La sua autorit sull'esercito rest indiscussa per l'intera durata della sua campagna in Italia. Nel sistema politico cartaginese vigeva un nepotismo ancora pi smaccato che a Roma. Il clan familiare dei Barca, cui Annibale apparteneva, non aveva rivali per influenza, ricchezze, prestigio, bench il loro core business fosse da tempo in Spagna piuttosto che in Africa. Quando non riuscivano a zittire gli avversari politici, li compravano. Gi Aristotele si era accorto che a Cartagine la politica ruotava attorno al denaro. Quello di Annibale era un partito-famiglia. Anche la guerra era una tradizione e un affare di famiglia. Era coadiuvato come luogotenenti, in Spagna e in Italia, da due dei suoi fratelli e da un nipote. Aveva una fitta rete di sostenitori a Cartagine. Ma cominciarono a lesinargli aiuti, soldi e rifornimenti quando si accorsero che la guerra ledeva i loro interessi economici nel resto del Mediterraneo, gli costava insomma troppo. Funzion a meraviglia finch vinceva. Suscit un'ovazione quando invi il fratello Magone a svuotare a Cartagine in piena assemblea un sacco colmo di anelli d'oro strappati alle dita dei nobili romani caduti a Canne. Ma i rinforzi continuarono a lesinarglieli. Quando in Italia le cose si misero male, lo richiamarono in Africa senza troppi complimenti. Annibale avrebbe provato sulla propria pelle quanto la politica possa essere pi complicata e spietata della guerra. Era il 197, vent'anni dopo Canne, quando fu fatto sufeta, la massima magistratura a Cartagine. I sophetim (il termine ha la stessa radice dell'ebraico shophet, giudice), governavano in coppia, come i consoli a Roma, e venivano eletti dai cittadini. Rispondevano, come del resto i generali, a un Senato, che decideva della pace e della guerra, ad un pi ristretto e potente consiglio dei trenta, e a un Tribunale dei 104 detto dei giudici, che Aristotele definisce la massima autorit. Di come fossero eletti, come funzionassero, come si dividessero i poteri si sa assai meno che delle istituzioni romane. Di Annibale sufeta si sa che si era dato l'obiettivo di risanare le finanze, che versavano in uno stato catastrofico, anche per la spaventosa indennit dovuta a Roma per i danni di guerra, ma soprattutto perch falcidiate da una corruzione sistematica. Cominci chiedendo le dimissioni del responsabile delle finanze. Questi si appell al Tribunale dei 104, che lo difendeva per solidariet di casta. Annibale impose, col sostegno popolare, una riforma per cui i giudici, fino a quel momento a vita, andassero eletti di anno in anno. Poi pass a risanare le finanze, puntando non su nuove impopolarissime tasse ma su una lotta alla corruzione e alla negligentia della burocrazia. E mal gliene incolse, perch gli interessi lesi dalle sue riforme non esitarono a chiedere aiuto ai nemici romani pur di costringerlo all'esilio.
Ma torniamo all'indomani di Canne. Roma aveva perso in un solo giorno pi soldati che in tutte le battaglie precedenti messe insieme. Era sotto shock. Si apr la caccia alle responsabilit. Il disastro doveva essere per forza colpa delle vergini Vestali - era stato sempre cos, da tempi immemorabili. Si scopr che un paio di esse non erano cos caste come si supponeva dovessero essere: furono murate vive, e i presunti seduttori pubblicamente flagellati a morte. Si verific la correttezza dei riti, si and a vedere quali prodigi e avvertimenti, erano stati sottovalutati, o male interpretati. Furono rispolverati i Libri sibillini e altri libri di profezie, si trov che qualche passo oscuro aveva previsto il disastro di Canne. Ma per evitare panico e inutili recriminazioni, insomma effetti Wikileaks, il Senato decret che fossero messi sotto chiave (Augusto, per maggiore sicurezza, li avrebbe presi sotto la propria diretta custodia e pi tardi Stilicone li avrebbe fatti bruciare, perch venivano usati per attaccare il governo, sotto gli imperatori diffondere profezie sgradite era passibile di morte). Fu inviato a Delfi, a consultare l'Oracolo, Quinto Fabio Pittore, il capostipite dei grandi storici romani, quello alla cui storia della guerra annibalica si sarebbero rifatti tutti gli storici successivi, da Polibio a Livio, a Plutarco, a Diodoro Siculo e Appiano. Peccato che gli scritti di Fabio Pittore siano andati perduti, come lo sono tutte le fonti di parte cartaginese, compresi i resoconti degli annalisti (mi verrebbe da dire dei giornalisti) embedded al seguito del generale cartaginese in Italia: Sileno di Caleatte e Sosilo di Sparta. Fabio, uno dei decemviri sacris faciundis, conosceva bene il greco, non c'era il rischio che fraintendesse la Pizia. Era a suo agio con la cultura ellenistica di Annibale. Torn con la raccomandazione di fare un po' pi attenzione alla religione dei nemici.
Alla nostra sensibilit moderna pu sembrare strano che le ferocissime guerre tra Roma e Cartagine fossero tutto tranne che guerre di religione. Anzi, da una parte e dall'altra si faceva di tutto per non offendere la religione degli avversari, ingraziarsi le loro divinit. Anzich aggrapparsi alle proprie divinit locali e tradizionali, offendere e denigrare gli di di Cartagine, i Romani si precipitarono ad assimilarli, portarli dalla propria parte. Furono immediatamente ripristinati i Ludi Apollinares, furono dedicate festivit e templi a Giunone e Saturno in veste africana, persino a Ercole che nella versione cartaginese (Melqart) era la divinit di famiglia dei Barca. La denigrazione, la taccia di crudelt della religione di un popolo che sacrificava agli di i propri bambini,  pi tarda. Del sacrificio di bambini a Moloch, che tanto aveva acceso la fantasia degli studiosi e degli scrittori dell'Ottocento (da Salammb di Flaubert a Salgari) non ci sono conferme archeologiche. E comunque l'istinto immediato a Roma dopo Canne fu semmai di imitare quello che di pi efferato veniva attribuito ai Cartaginesi, a cominciare dai sacrifici umani, in disuso da tempo. Furono seppelliti vivi, nel Foro Boario, una coppia di Greci e una coppia di Galli.
Coi Greci ce l'avevano forse perch tutto in Annibale (la sua formazione, la sua strategia, la sua diplomazia, la sua visione del mondo) era un distillato ellenistico. E poi perch le citt greche dell'Italia meridionale, il fior fiore della civilt nel mondo mediterraneo di allora, parteggiavano per Annibale, come un tempo avevano parteggiato per Pirro. Quanto ai Galli, le ragioni dell'avversione etnica sono ancora pi evidenti: erano le popolazioni che pi avevano dato man forte ad Annibale nel corso del suo passaggio nella pianura padana e, assieme agli spagnoli, erano i pi numerosi e temuti nel suo esercito. Mentre, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non ci sono espressioni viscerali di razzismo nei confronti dei Cartaginesi. Si registra un solo caso di spia cartaginese individuata e punita a Roma. Anche per la plebe arrabbiata i Fenici non sono affatto come gli ebrei nella Germania nazista. Pochissimo dopo la fine della guerra contro Annibale Plauto presenta nel Poenulus al suo pubblico, presumibilmente tutto romano, un cartaginese per bene, se non proprio simpatico, che di torti ne ha subiti anzich farne.
Annibale, ci dice Livio, non credeva in nulla, non aveva nulla di sacro, nessun timore degli di, nessuno scrupolo religioso (nulla religio). La laicit era agli occhi dello storico romano non un pregio ma un vizio. Non a caso ne parla nella stessa frase della Storia in cui lo si taccia di crudelt disumana, perfidia peggio che punica, inhumana crudelitas, perfidia plus quam punica. Ma per quanto miscredente, Annibale faceva estrema attenzione a non offendere la religiosit dei romani e, pi ancora, quella dei popoli italici suoi alleati o potenziali alleati, e quella delle diverse religioni presenti nelle sue truppe multietniche. Non un esercito nazionale, ma truppe miste che non avevano comuni n leggi, n costumi, n lingua, giacch diversa era la foggia del vestire, diverse le armi, diversa la religione, addirittura diversi gli di, alii prope dei (Liv. XXVIII, 12).
Affascinante  la disamina di come vennero trasferiti in Italia, assorbiti e integrati, culti e divinit straniere. Gli antichi Romani rispettavano le religioni altrui e Annibale rispettava quella dei Romani. Le sue truppe avevano ordine di onorare santuari e luoghi di culto. Che abbia resistito alla tentazione di far asportare una colonna di oro massiccio dal tempio di Giunone nella valle di Agrigento suona tanto grossa che per giustificarla Cicerone dovette inventare che fu la dea stessa ad apparirgli in sogno e dissuaderlo (poi le strutture preziose del tempio furono smantellate da un console romano che aveva meno scrupoli, ma fin per questo sotto processo). Quando portarono via gli ex voto d'oro e d'argento di un ricchissimo santuario presso Capena, la volta che Annibale era davvero quasi arrivato in vista di Roma, i suoi soldati, religione inducti dice Livio, si premurarono di sostituirli con riproduzioni in metalli meno preziosi.
Succedeva nel 211, cinque anni dopo Canne. Ma quella marcia su Roma era solo una finta, per alleggerire l'assedio dei Romani alla principale alleata di Annibale nel Sud, Capua. E i Romani non ci erano nemmeno cascati. Si continua da secoli a discutere su un episodio ad effetto riferito da Livio. La sera stessa della vittoria a Canne, il comandante della cavalleria di Annibale, il suo numero due Maarbale, gli avrebbe detto che se gli permetteva di puntare subito su Roma, nel giro di meno di una settimana (quinto die) avrebbe potuto cenare sul Campidoglio. Dinanzi all'esitazione di Annibale, avrebbe sbottato: Sai come vincere, Annibale, ma non sai come far uso della vittoria!. Ma  improbabile. Non c'era a quei tempi modo che un esercito arrivasse a Roma dalla Puglia in cinque giorni. Roma era cinta da poderose mura e ben difesa. Poteva ancora mettere in campo parecchie legioni (e in effetti una delle misure immediate fu arruolarne un paio composte da schiavi, con la promessa della libert). Ma la cosa pi importante  che impadronirsi di Roma non rientrava affatto negli obiettivi strategici di Annibale. L'obiettivo era costringerla a negoziare una composizione pacifica delle rispettive sfere di influenza in tutto il Mediterraneo, la rinuncia alla Sicilia, alla Sardegna, alla Spagna, non all'Italia. E infatti aveva inviato subito una delegazione per offrire una tregua nel caso i romani fossero disposti alla pace e la restituzione dei prigionieri. A Roma non l'avevano voluta nemmeno ricevere. Le regole del mondo civilizzato, cio greco, prevedevano che gli sconfitti trattassero e si arrivasse a un compromesso tra gentiluomini. I Romani per non riconoscevano quelle regole. E poi sapevano bene di avere ancora un'inesauribile riserva di risorse materiali e di uomini (Pol., Storie, III, 89, 9).
C' un filmato, disponibile anche su Youtube, del discorso che nell'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre del 1941 Stalin pronunci dall'alto del mausoleo di Lenin. I tedeschi erano quasi alle porte di Mosca. Cadeva un nevischio leggero. Le truppe sulla Piazza Rossa avrebbero poi marciato direttamente al fronte. Stalin us le stesse precise parole per dire loro che l'esito della guerra non poteva che essere uno: L'Unione sovietica ha riserve inesauribili in risorse materiali e umane, anche oltre gli Urali; il nemico invece ha allungato in modo insostenibile le proprie linee di rifornimento. Annibale vinceva in campo aperto. Ma non aveva modo di difendere le proprie linee di rifornimento, a dorso di mulo su e gi per gli Appennini. Non aveva porti sufficienti a ricevere rifornimenti via mare, ammesso e non concesso che da Cartagine fossero disposti a inviarglieli. Significativo che, in tutti gli oltre quindici anni di guerra in Italia, l'unico carico importante di cui riferiscano le fonti sia quello che fu sbarcato a Locri (nel Bruzio, l'attuale Calabria) nel 215.
La scommessa era garantirsi pi citt amiche, pi risorse, pi uomini dell'avversario. Annibale era sceso dalle Alpi presentandosi come liberatore. Dopo la vittoria sul Trasimeno aveva liberato tutti i prigionieri italici rimandandoli a casa a spiegare che abbandonando i Romani sarebbero diventati liberi e padroni del proprio destino. Dopo Canne le defezioni tra gli alleati avrebbero privato Roma di circa il 40 percento delle sue basi di reclutamento. A Capua, urbs maxima opulentissimaque Italiae, aveva promesso non solo piena autonomia, ma che sarebbero subentrati all'egemonia di Roma sull'intera penisola. Li aveva rassicurati che non gli avrebbe imposto coscrizioni forzate, e siccome quelli erano preoccupati della sorte dei trecento giovani di buona famiglia ostaggi dei Romani, aveva promesso di riscattarli scambiandoli con i prigionieri romani in sua mano. Non se ne fece niente: furono giustiziati, cos come sarebbero stati pi tardi decapitati nel Foro i rampolli tarantini ostaggi a Roma, perch avevano cercato di fuggire. Se non bastavano le lusinghe, la carota, passava al bastone. Nuceria (Nocera) si era arresa dietro promessa che gli abitanti avrebbero avuto salva la vita e gli sarebbe stato concesso di andarsene portando con s un cambio di vestiti. E invece li fece chiudere tutti nelle terme, trasformandole in una camera a gas, vapore et fumo balnearum strangulando (Appiano, Puniche, 63). Gli exempla punitivi erano per a doppio taglio. Alcuni passarono ad Annibale perch intimiditi, altri si ostinarono a restare dalla parte dei Romani esattamente per la stessa ragione.
Passarono dalla parte di Annibale i Campani, gli Atellani, i Calatini, gli Irpini, parte degli Apuli, i Sanniti tranne i Pentri, tutti i Bruzi, i Lucani: oltre a questi gli Uzentini e tutte le marine greche, i Tarantini, i Metapontini, i Crotonesi e i Locresi, oltre che tutti i Galli cisalpini (Liv., XXII, 61). L'Etruria e l'Umbria erano in bilico. Le colonie latine fecero sapere che non avrebbero pi fornito soldati a Roma. A fianco di Annibale combattevano anche molti disertori romani. Con la pace del 202 Roma pretese che gli fossero consegnati: i Latini furono decapitati, i Romani crocifissi. Le citt passate con Annibale non fornivano pi soldati e non pagavano pi tributi a Roma. Molte battevano moneta propria. 507 svalutazioni consecutive fecero pi danno dei rovesci militari. A Pompei, che venne sepolta un paio di secoli dopo, sono state ritrovate parecchie monete diverse. Forse erano souvenir di nostalgici, come i busti di Mussolini e i cimeli nazisti che si trovano ancora dai rigattieri.
La storia di come molte citt passarono di mano in mano, e spesso cambiarono alleanza pi di una volta, anche nel giro di pochi giorni,  avvincente. E complicatissima. Erano in gioco rivalit tra citt e citt, etnia contro etnia, trib contro trib, e conflitti all'interno di ciascuna comunit, tra lite e popolo, e tra le diverse fazioni rivali in seno alle classi dirigenti. Pesavano odii antichi. Strabone ci dice per esempio che gli abitanti di Turi erano stati ridotti in schiavit dai Lucani, e poi, quando i Lucani erano stati scacciati dai Tarantini, avevano chiesto aiuto ai Romani; a fare il lavoro sporco di conquista di Crotone per conto di Annibale furono gli antichi rivali della prospera citt greca, i Bruzi. Locri era dilaniata tra ben tre schieramenti politici locali. Le citt che rimasero fedeli a Roma lo fecero soprattutto perch nemiche di quelle che erano passate con Annibale. Acquisire un alleato poteva costare la perdita di altri, avversi a quello. Insomma, tutti contro tutti. A posizionarsi in base ad antiche faide, a minacce e promesse, a cordate, amicizie, rapporti personali, mire e speranze di vantaggi economici. E naturalmente a seconda di quanto si avvicinavano gli eserciti di Annibale o dei Romani. Un passo falso portava allo sterminio o alla vendita come schiavi di intere popolazioni. Spietata era la punizione dei traditori. Riconquistata Capua i Romani avrebbero giustiziato tutti i maggiorenti, venduto come schiavi donne e bambini, raso al suolo la citt. Nessuna delle due parti andava per il sottile in fatto di massacri di civili, saccheggi, stupri e rappresaglie, esecuzioni sommarie di prigionieri o di ostaggi. La direptio, lo strazio sistematico delle citt e dei loro abitanti, assunse carattere metodico.
Una mappa degli andirivieni di Annibale e dei territori sotto il suo controllo, sotto controllo romano, o passati di mano, assomiglierebbe in modo impressionante alla mappa delle citt e dei territori controllati, poi persi, poi magari riconquistati, dall'Isis o da questa o quella delle novantotto fazioni armate diverse che si sono massacrate e si sono contese in questi anni la Siria, la Libia o l'Iraq. Fazione religiosa contro fazione religiosa, etnia contro etnia, trib contro trib, ciascuno appoggiato a questa o quella potenza interessata, ciascuno per s all'interno di ciascuna formazione e di ciascuna alleanza, con frequenti mutamenti di campo. Tra i due oppressori alcuni scelsero forse quello che parlava una lingua pi simile alla propria, o con cui era imparentato. I pi non avevano scelta.
Quinto Fabio Massimo aveva adottato una strategia della terra bruciata: la stessa di Kutuzov contro Napoleone e di Stalin contro Hitler. Per nutrire le proprie truppe, Annibale contava sulle citt e popolazioni italiche alleate, oltre che su requisizioni forzate a danno dei neghittosi. Ma questa strategia fin per mordersi la coda: per proteggere gli alleati era costretto a impegnare pi truppe di quelle che questi potevano nutrire. Se non riusciva a difenderli, quelli ripassavano dall'altra parte. Per tutta la penisola era un andirivieni di profughi. E guai a chi si ritrovasse in mezzo.
Bibliografia ragionata
La gi sterminata bibliografia su guerre annibaliche e dintorni ha continuato ad arricchirsi a dismisura. La presente attualizzazione si fonda, oltre che su Polibio e Tito Livio, su molte letture anche posteriori alla pubblicazione del libro di Bocchiola e Sartori.
Nel suo recentissimo Canne (il Mulino 2016), Giovanni Brizzi sostiene molto efficacemente che fu quella sconfitta che fin per far vincere Roma. Ora  disponibile anche in italiano l'ottimo La Battaglia di Canne di Gregory Daly (Goriziana 2008). Ma non mi risulta siano disponibili in traduzione i saggi di Tim Cornell, John Lazenby e altri studiosi britannici accolti in The Second Punic War, a Reappraisal (Bulletin of the Institute of Classical Studies, University of London 1996). N quelli dell'utilissimo Companion to the Punic Wars (Wiley-Blackwell 2011) curato dall'australiano Dexter Hoyos, affermatosi come uno dei pi quotati e prolifici specialisti di annibalica (da Hannibal's Dynasty, Routledge 2003 a Mastering the West, Oxford University Press 2015).
Gli eccellenti saggi che accompagnano il catalogo della mostra Annibale. Un viaggio esposta al Castello di Barletta fino a febbraio 2017 (Edipuglia), aprono gli occhi su prospettive meno battute: dagli scambi religiosi al ruolo delle monete. Sulle complessissime vicende di schieramento e rovesciamenti di alleanze nell'Italia meridionale, oltre a Magna Grecia: il quadro storico di Domenico Musti (Laterza 2005),  di una ricchezza mozzafiato Between Rome and Carthage: Southern Italy during the Second Punic War di Michael P. Fronda (Cambridge University Press 2010).
Mi sarebbe piaciuto affrontare e approfondire molto altro. Le possibili suggestioni sull'argomento guerre puniche sono infinite. Ad esempio chi e perch si  appassionato ad Annibale da Canne in poi (devo a Luigi Loreto, L'idea di Cartagine nel pensiero storico tedesco, in Studi storici XLI, 2000, n. 3, la notizia che quelli erano i soli semiti che non dispiacevano a Hitler). Cos'era esattamente, a chi veniva concesso e a chi negato lo ius migrandi. Oppure cosa succedeva in quegli anni dall'altra parte del mondo, mettiamo in Cina.
A la otra venida, come dicevano i miei antenati sefarditi.
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FINE.